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Il presidente della commissione europea Ursula von der Leyen
Il piano di riarmo europeo proposto da Ursula von der Leyen non è la risposta emergenziale a una contingenza specifica, come fu il Recovery Act all'epoca del Covid. Quella era una (nefasta) parentesi. Qui invece siamo di fronte a un nuovo orizzonte, dunque a un nuovo dna dell’Unione europea basato sul riarmo.
Nella sua lettera la presidente della Commissione lo dice chiaramente: «Siamo riconoscenti per il sostegno degli Usa per decenni. Ma il contesto sta cambiando drasticamente e drammaticamente. Le fondamenta su cui è stato costruito l'intero ordine politico ed economico europeo stanno venendo scosse nel profondo». La lettera ai capi di governo della Ue è stata vergata prima che, nella notte orario europeo, Trump annunciasse la sospensione di tutti gli aiuti militari all’Ucraina sino a quando Zelensky non si piegherà al suo diktat, di fatto una sorta di resa.
Il ReArm Europe non è dunque una risposta diretta all’ennesimo passo drastico e traumatico della nuova Casa Bianca ma quell’eventualità era temuta e quasi prevista. La proposta ha dunque anche un obiettivo immediato: rifornire di armi l’Ucraina senza più i fondi americani. Ma l’orizzonte, come appunto chiariscono al di là di ogni possibile dubbio le parole della presidente, è molto più vasto e strategico. Una nuova Europa.
In secondo luogo, il ReArm Europe di Ursula va considerato per quello che è: una proposta. Starà poi al Consiglio emendarla e si può essere ragionevolmente certi che qualche modifica, forse anche profonda, ci sarà. La proposta in 5 punti prevede l’attivazione della Clausola di salvaguardia per consentire agli Stati che vogliano farlo di sforare il 3% del deficit fissato dai parametri, l’istituzione di un nuovo strumento che può fornire agli Stati membri prestiti fino a 150 mld di euro «garantiti dal bilancio Ue», flessibilità nel bilancio che permetterà agli Stati di aumentare le spese militari adoperando i programmi di Coesione. Poi, negli ultimi due punti, figurano massicci incentivi agli investimenti privati.
Nel complesso il Piano dovrebbe mobilitare 800 mld tra i quali 650 derivati dalla possibilità di sforare il tetto del 3% sul deficit e 150 dal nuovo strumento attivato sulla base dell'art. 122. Nessun capo di governo europeo ha commentato: se ci saranno richieste di modifiche, sia in senso di un allargamento delle maglie che rigorista emergeranno nel Consiglio europeo straordinario sulla difesa di domani a Bruxelles.
Le reazioni delle forze politiche in Italia invece sono arrivate subito. Però, significativamente, non da parte di tutti i partiti. Ferreamente contrari alla «deriva bellicista», nell'opposizione, Avs e il M5S ma in armi contro la «follia» della von der Leyen anche i leghisti, dalla maggioranza. I centristi invece applaudono, in nome della difesa comune europea ma i due partiti maggiori restano prudenti. Contraria Schlein, mentre non commenta FdI, pur esprimendo apprezzamento per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Ma gli argomenti sia dei sostenitori che dei detrattori sono politici e anzi spesso ideologici. Non è su questi criteri che si determinerà il successo o il fallimento del ReArm Europe.
L’esito del Piano dipenderà essenzialmente da due elementi: se funzionerà o meno come leva o volano per la ripresa complessiva dell’economia europea e se i segnali di allentamento del rigore incideranno sui parametri e sulla disposizione dell’Unione verso l’integrazione, in particolare il debito comune. Se le due condizioni verranno assolte il Piano potrà avere la funziona complessiva che gli vorrebbe attribuire Draghi e porterà a un rilancio politico a tutti i livelli della Ue. In caso contrario ne decreterà la crisi terminale e spalancherà le porte alle forze europee che già si sono schierate contro: come il Rassemblement National di Marine Le Pen e la AfD tedesca.
Molto però dipenderà anche dalla situazione della guerra ucraina: se la decisione di supportare Zelensky anche senza gli Usa si tradurrà in una voragine economica priva in compenso di risultati sul piano bellico il disastro politico sarà pieno. Anche per questo recuperare il rapporto con Trump, missione molto più difficile del previsto, è sempre più fondamentale.