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Sin dal giorno del suo secondo insediamento alla Casa Bianca, Trump ha dato il via alla campagna Maga in salsa sequel, firmando ben 100 ordini esecutivi poco dopo aver tenuto giuramento. Due di questi hanno disposto l’introduzione di dazi al 25% su tutte le merci salvo poche eccezioni - importate da due dei maggiori partner commerciali degli Stati Uniti: Canada e Messico. La notizia ha mandato i mercati in subbuglio. Nonostante tra il 2018 e il 2019 il Tycoon avesse già condotto una prima guerra commerciale contro la Cina, con tanto di ricorso di Pechino al WTO, la notizia dell’imposizione di nuove tariffe ha colto tutti di sorpresa. Probabilmente non ci si aspettava che l’amministrazione americana volesse colpire oltre ai suoi rivali anche i suoi alleati, ma il mantra è chiaro: “Make America Great Again” e non “Make America ( and his allies) Great Again”.
Per quanto l’approccio di Trump sia dirompente e in apparente rottura con il passato, affonda le sue radici nella Storia. Il modello a cui sembra ispirarsi Trump è il 27’ presidente Usa, William McKinley, che, oltre ad annettere numerosi territori quali Hawaii, Porto Rico, Guam e le Filippine, fece delle protective tariffs il suo cavallo di battaglia.
La storia americana dei dazi, però, comincia quasi un secolo prima della presidenza McKinley: nel 1789 e nel 1790 vennero promulgati dal Congresso i primi Tariff Act, che innalzarono le barriere doganali per riequilibrare il rapporto commerciale con l’allora Impero Britannico e imposero accise sulla produzione del whiskey, al fine di finanziare le attività governative del giovane stato americano.
Nel 1897 il citato McKinley, durante la presidenza Harrison, fu promotore di dazi fino 50% su tutti i beni importati negli Stati Uniti, poi cancellati nel 1894 dall’amministrazione democratica. Quindi introdusse le Dingley Tariffs su lana, lino, seta, ceramica e zucchero, che rimasero in vigore per dodici anni, prima di essere abolite nel 1909. Fino al 1913, quando fu introdotta l’imposta sul reddito, i dazi hanno rappresentato l’unica entrata fiscale per gli Stati Uniti. Il progressivo affermarsi della dottrina del liberismo portò ad una graduale apertura doganale all’inizio del XX secolo, tanto che il rapporto a chiusura della Conferenza economica mondiale di Ginevra del 1927, tenuta dalla Lega delle Nazioni, si stabilì che «è giunto il momento di porre fine ai dazi e muoversi nella direzione opposta».
La marcia in questa nuova direzione subì una brusca frenata giovedì 24 ottobre 1929, il “giovedì nero” di Wall Street. Il presidente Hoover, nel tentativo di tamponare gli effetti della grave crisi economica e tutelare i contadini americani approvò lo Smooth- Howley Act che introdusse dazi su tutti i prodotti agricoli e vennero presto allargati a diversi beni industriali con dazi al 20% sulle importazioni. La misura portò ad una diminuzione di due terzi degli scambi con i paesi europei e portò all’imposizione di contro dazi dal Canada. È opinione diffusa che la legge promulgata da Hoover aggravò la Grande Depressione americana e diede inizio a una profonda crisi economica anche nel vecchio continente, che favorì l’ascesa di ideologie estremiste e autocratiche. Lo stesso Hoover pagò gli effetti della sua legge, ricandidatosi nel 1932 perse contro Roosvelt, che negli anni della sua presidenza firmò accordi di libero scambio con numerosi paesi.
Dopo la seconda guerra mondiale gli Usa, nonostante un deciso superamento della politica dei dazi si ritrovarono in una guerra commerciale con la Cee (Comunità Economica Europea), nota come ‘ guerra dei polli’. Nel 1963, data la mastodontica produzione di pollame statunitense, la Cee, per proteggere i produttori europei impose dazi consistenti sul pollame. Dato il drastico calo nelle esportazioni di pollame (30%), il presidente Johnson come ritorsione impose dazi su numerosi prodotti d’importazione europea come la fecola di patate, la destrina o i furgoni. Per questi ultimi sono in vigore tutt’oggi. Un’altra guerra commerciale tra Usa ed Europa si ebbe negli anni ’ 90. L’Ue per agevolare le sue ex colonie impose dazi alle banane importate dal Sudamerica.
Per quanto la misura non intaccasse direttamente gli Usa, le compagnie che producono platani erano per la maggior parte americane. Queste fecero pressione sul governo fino all’introduzione di dazi al 100% su cashmere scozzese, vini e formaggi italiani e francesi, dazi progressivamente aboliti nei dieci anni successivi.
Nel 1982 Reagan introdusse dazi sul legname canadese, al fine di ridurne le importazioni. Non funzionò, anche perché gli Usa consumano molto più legname di quanto ne producano. Sempre Reagan nel 1987 impose dazi del 100% al Giappone con il doppio obiettivo di riequilibrare la bilancia commerciale e punire il Giappone per non aver rispettato un accordo sui semiconduttori.
Un caso di successo fu quello delle graffette. Nel 1990 vennero imposti dazi del 127% sulle graffette cinesi, al tempo molto popolari negli Usa, oggi rese introvabili. I dazi imposti da Trump sull’acciaio hanno un precedente, nel 2002 Bush impose dazi a diversi paesi, tra cui quelli europei, ma lasciò fuori Canada e Messico. Il risultato fu un aumento delle importazioni dai paesi esenti dai dazi, che fecero entrare in crisi alcune aziende americane del settore. Vennero aboliti un anno dopo.