Mai prima d’ora Vladimir Putin si era permesso di attaccare Sergio Mattarella. È accaduto ieri per bocca della solita Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri, furiosa per l’accostamento tra la Russia odierna e il Reich hitleriano che il Colle ha compiuto la scorsa settimana all’università di Marsiglia: «È strano e folle sentire invenzioni così blasfeme dal presidente dell’Italia, un Paese che sa in prima persona cosa sia veramente il fascismo».

Intanto non c'è bisogno di gole profonde da Palazzo Chigi per sapere che la premier italiana è tutt'altro che contenta per come stanno andando le cose. Non potrebbe essere altrimenti. A meno di un mese dal suo insediamento il presidente degli USA sembra deciso a procedere su una strada molto diversa da quel che Giorgia Meloni auspicava. 'Trump è un negoziatore', aveva detto nell'ultimo Consiglio europeo. Ci spera ancora ma ne è meno convinta di prima. Nella guerra dei dazi tenterà ancora di occupare una sorta di posizione mediana: schierata al fianco dell'Europa, su questo non si discute né si può discutere, ma anche 'mediatrice' che, rivolgendosi direttamente al presidente USA tenterà di spingerlo verso la mediazione. Lo spazio qui si è assottigliato ma non è ancora del tutto esaurito. Anche se certo i toni sempre più aggressivi di Washington non autorizzano troppe speranze di poter evitare il primo vero scontro all'interno del blocco occidentale dalla Seconda guerra mondiale in poi. Qualcosa che va dunque molto vicino a un punto di svolta non solo storico ma forse epocale.

Sul fronte ucraino, però, le cose sono ancor meno semplici e i margini di ottimismo ormai quasi inesistenti. Qui però la presidente italiana non può immaginarsi nei panni della mediatrice, se non proprio equidistante almeno non schierata con i falchi. Si è spesa troppo a favore di una pace soddisfacente per Kiev. Ha ripetuto troppe volte che non può esserci accordo se non accettato preventivamente dall’Ucraina. È stata la leader più atlantista di tutti durante la presidenza Biden. Non può e probabilmente neanche vorrebbe fare un increscioso salto della quaglia per schierarsi ora sulla posizione opposta. Non solo dovrà stare con l’Europa senza margini di ambiguità ma, per essere coerente – capitolo importante nella narrazione che diffonde di se stessa – dovrà tirare in direzione opposta a quella non solo di Trump, ma dell’intera destra europea.

I guai infatti non si limitano alle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, sempre meno vicine. L’impeto del tycoon e del suo pacchetto di mischia, con Elon Musk in testa, fa svanire o quasi il sogno di una destra europea con il piede in due staffe: allo stesso tempo sovranista ed europeista, assolutamente atlantista, nazionalista ma affidabile per le sedi del potere nel Vecchio Continente. Con Biden alla Casa Bianca quella destra correva in discesa. Con Trump deve affrontare una salita probabilmente troppo impervia. Perché il nuovo vento di Washington gonfia al contrario le vele della destra compiutamente sovranista: quella di Orbán, Le Pen e Salvini. Il confine sarà anche in questo caso l’Ucraina. I Patrioti applaudiranno qualsiasi accordo Trump riesca a imporre, fosse pure il più penalizzante per Kiev. I Conservatori italiani e polacchi, quelli che avevano fatto quadrato sulla difesa a ogni costo di Kiev, staranno dalla parte opposta, anche se prevedibilmente la premier farà letteralmente carte false per confondere le acque. Il mutismo nel quale si è chiusa da giorni dimostra però che sull’Ucraina le possibilità di illusionismo sono molto ridotte, quasi inesistenti.

Le ricadute economiche della svolta sono l’ultimo dei guai, ma non certo in ordine di grandezza. La situazione dei conti italiani era già tale da non concedere margini all’azione del governo: quello di Giorgia Meloni e Giorgetti è in realtà il governo più austero che ci sia stato in Italia dai tempi del governo commissariale di Mario Monti. L’austerità potrebbe non bastare più. Il governo potrebbe trovarsi costretto al rigore ed è il contrario di quanto prevedesse una tabella di marcia calibrata sul prossimo appuntamento elettorale: cordoni della borsa molto stretti all'inizio, con le elezioni ancora lontane, ma almeno un po' allentati in prossimità del voto.

Che Trump potesse rivelarsi un grosso problema la premier lo sapeva sin dalla vigilia. È molto probabile, per non dire certo, che nonostante la distanza ideologica avrebbe brindato con ben maggiore entusiasmo se a vincere fosse stata Kamala Harris. La premier è una politica capace. Ha saputo girare la barra tempestivamente, virando verso una posizione vicina a Trump ma senza rinnegare l’europeismo. Ma ogni giorno di più si vede costretta a una scelta che preferirebbe non dover fare e che, qualunque strada imbocchi, le costerà parecchio.