L’effetto Trump affonda le borse mondiali. Compresa quella di Wall Street. Il tempio della finanza mondiale ha aperto con una perdita di 7 punti. Un’ecatombe, almeno al momento, che preoccupa non poco la Casa Bianca, la cui ricetta sui dazi potrebbe “impazzire” proprio sui mercati finanziari.

Per quel che riguarda l’Europa, per ora i capi di governo hanno frenato gli ardori bellici della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il bazooka è rimasto sotto la scrivania, a palazzo Berlaymont. La raffica di controdazi non è scattata e neppure il "primo pacchetto già pronto", quello che la presidente aveva annunciato come imminente poche ore dopo il bombardamento di Donald Trump.

Non si tratta della abituale divisione tra falchi e colombe. C'è anche quella in Europa ma la scelta sulla strategia del dazio per dazio non deriva automaticamente dalla distinzione tra sostenitori del dialogo a tutti i costi, come l'Italia, o supporter della risposta muscolare, come Macron. Si tratta invece di non farsi troppo male da soli e da questo punto di vista non sono solo le colombe a pensare che raddoppiare il danno provocato dai dazi americani con i controdazi europei non sia la strategia più intelligente.

Già ma cosa vuol dire "dialogo", ammesso che un margine di trattativa sia ancora aperto e come sempre quando in ballo c'è il presidente americano nessuno può rispondere con ragionevole certezza? E cosa può significare una risposta ferma ma non autolesionista? Trattare significa prima di tutto chiedere alla Casa Bianca di rivedere le stime drogate sulla base delle quali sono stati decisi i dazi contro l'Europa. In soldoni, cancellare l'Iva da quel conto e di conseguenza abbattere drasticamente il dazio annunciato due giorni fa dal Giardino delle Rose.

E' certo che una richiesta del genere Trump neppure la prenderà in considerazione se non accompagnata da offerte generose di ogni tipo. Ma la disponibilità del tycoon e l'esosità dell'eventuale prezzo dipenderanno in larghissima misura dalla situazione dei mercati nelle prossime settimane. La tempistica europea prevede il via libera ai primi controdazi, quelli sull'acciaio, a metà della settimana prossima. Poi però dovranno passare uno o due mesi prima dell'eventuale e vero contrattacco. In quel lasso di tempo solo i mercati da un lato e la reazione dei cittadini americani dall'altro potranno convincere Trump a negoziare e a farlo senza mettere sul tavolo richieste inaccettabili.

Oltre il riflesso pavloviano dei "controdazi", la risposta dell'Europa potrebbe appuntarsi sui settori chiave dell'export americano nel vecchio continente, servizi e Big Tech, colpendo con la tassazione ma anche con leggi che sarebbero di fatto punitive. Strategia pericolosa, perché prenderebbe di mira i padroni di fatto della rete ma anche efficace perché colpirebbe dove fa più male soprattutto l'area aziendale più vicina a Trump. Allo stesso tempo la Bce dovrà prendere in considerazione, e lo sta già facendo, l'ipotesi di una svalutazione competitiva, arma che peraltro potrebbe usare anche la Fed americana.

Ridurre il braccio di ferro a una partita tra Europa e Usa però è in parte fuorviante. La proposta della Lega di intavolare trattative bilaterali tra Usa e Italia ignorando la Commissione europea è stata cestinata senza neanche pensarci su sia da Tajani che da Giorgia Meloni. La politica commerciale è in capo alla Commissione. L'Italia, come ogni altro Paese dell'Unione ma forse con qualche chance in più degli altri, può adoperarsi per facilitare la trattativa convincendo se possibile, e non è affatto detto, la Casa Bianca e in particolare il vicepresidente Vance nella sua prossima escursione romana a slittare su posizioni più duttili. Ma a trattare non può che essere la Commissione.

Non significa però che gli alleati considerino la posizione della Lega sbagliata su tutta la linea. Su un punto infatti Giorgia concorda in pieno e Tajani in larga misura pure. Nello scontro l'Europa deve fare la sua parte rimuovendo tutti gli handicap che la tirano a fondo o la paralizzano. Meloni ne ha elencati quattro: regole del Green Deal sull'automotive, energia, burocrazia e soprattutto patto di stabilità. Se c'è un'emergenza che dovrebbe imporre di rivedere la rigidità di quel patto è questa e se l'Unione non riuscirà a smuoversi neppure in un frangente drammatico e a rischio di ulteriore forte peggioramento come questo sarà molto difficile che riesca a uscire a testa alto dal confronto tanto teso quanto pericoloso che la aspetta nei prossimi mesi.