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VALERIA VALENTE POLITICO
Senatrice Valeria Valente ( Partico democratico), l’introduzione del femminicidio come reato autonomo e separato nel codice penale rappresenta una misura davvero utile per combattere la violenza di genere, così come sostenuto dal governo, oppure rischia di rimanere un gesto unicamente simbolico che non affronta, invece, le radici culturali e sociali del problema in questione, che richiederebbero un cambiamento più profondo nella società?
La violenza contro le donne non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale riconducibile all’asimmetria di potere e alla cultura del possesso e del dominio di stampo patriarcale dell’uomo sulla donna. Un dominio che tenta di resistere di fronte ai diritti, alle libertà, all’autodeterminazione che le donne hanno conquistato. Non è un caso se questi uomini violenti, anche molto giovani, non riescano ad accettare la fine di una relazione o semplicemente il rifiuto. Il principale strumento di contrasto resta quindi la prevenzione, la promozione della parità e del rispetto attraverso l’educazione dei giovani e la formazione degli operatori. Proprio per questo il reato di femminicidio è prezioso perché ha una doppia valenza, simbolica ma anche concreta. Riconosce questa matrice culturale all’interno del Codice penale e dà uno strumento efficace agli operatori giudiziari per leggere e ricercare il fenomeno, prevenire l’escalation, arrivare a sentenze di giustizia. Aggiungo che la deterrenza non è costituita dalla pena, ma dal riconoscimento corale e condiviso del disvalore sociale di quella condotta maschile.
La definizione di femminicidio proposta nel disegno di legge approvato il 7 marzo rispetta i principi di chiarezza e precisione previsti dal nostro sistema giuridico? Oppure si corre il rischio, come sostenuto da alcuni critici, che questa formulazione possa dare luogo a interpretazioni ambigue o a trattamenti diseguali nei procedimenti giudiziari?
Il disegno di legge è appena arrivato in Senato, sarà oggetto di esame e di modifiche. Personalmente ragionerei sulla possibilità di togliere il riferimento all’odio, per dettagliare meglio il femminicidio con una nuova fattispecie che dovrebbe fotografare, più che il movente o l’elemento psicologico del reo, la specificità della condotta che si consuma esclusivamente ai danni delle donne e gli elementi che la connotano, cioè la volontà di dominio e di controllo dell’uomo.
Il diritto penale è tradizionalmente visto come neutrale, ma alcuni ritengono che sia stato strutturato tenendo conto principalmente della prospettiva maschile. L’introduzione del femminicidio come reato separato rappresenta un progresso verso un sistema giuridico più giusto ed equo, o rischia di frammentare ulteriormente il nostro ordinamento penale?
Non ho molti dubbi sul fatto che sia un passo avanti. Il femminicidio si affaccia per la prima volta nel Codice penale per definire una condotta violenta specifica nei confronti delle donne. Parliamo di un diritto penale fino ad oggi non neutro, ma costruito nel tempo intorno al soggetto maschile: l’omicidio è ancora definito, all’articolo 575, come l’uccisione di un “uomo”, utilizzando il maschile sovra esteso che nega la differenza sessuale. Sistema penale parallelo? Per combattere la violenza contro le donne serve lo stesso cambio di passo che avvenne con il 416 bis per la lotta alle mafie: la condanna condivisa di tutta la società, a partire dalle istituzioni.
In un sistema penale come quello italiano che già prevede diversi tipi di aggravanti specifiche per i crimini di genere, è davvero necessario introdurre una nuova figura di reato o si rischia di ingolfare ulteriormente il sistema penale? La prevenzione del femminicidio richiede principalmente misure punitive o sarebbe più opportuno un cambiamento nell’approccio rieducativo delle pene?
La creazione della fattispecie autonoma di reato risponde a mio avviso all’esigenza di tutelare meglio il bene giuridico della vita di una donna minacciata da una condotta violenta con il movente della cultura del possesso e della sopraffazione. Oggi i femminicidi si inquadrano attraverso l’aggravante dell’omicidio commesso in una relazione sentimentale o famigliare, ma non sempre questa è presente, come insegna uno dei drammi degli ultimi giorni. Il governo Meloni può essere certamente accusato di panpenalismo, ma non è questo il caso. Io sono decisamente favorevole alla cancellazione dell’ergastolo, ma discutiamone non solo per il femminicidio.