Secondo la responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, vista la condanna subita, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro dovrebbe dimettersi perché «è totalmente inadatto a ricoprire quel ruolo», e tuttavia «non sono in discussione la presunzione d’innocenza né il garantismo».

Onorevole Serracchiani, subito dopo la condanna di Delmastro ne avete chiesto le dimissioni ma Meloni l’ha difeso. Perché chiedete il passo indietro?

Abbiamo chiesto le sue dimissioni non appena ha ammesso di aver rivelato delicate informazioni, relative a detenuti in regime di 41- bis, al compagno di partito Donzelli, in modo da colpire deputati dell’opposizione. La sentenza di condanna ha confermato solo che Delmastro, nel passare quelle informazioni a Donzelli, ha commesso un reato. Sul piano politico rafforza ciò che abbiamo sempre detto: Delmastro è totalmente inadeguato a ricoprire quel ruolo. Soprattutto per il modo in cui esercita la delega: dalle affermazioni inaccettabili relative all’“intima gioia” che prova al pensiero di non far respirare i detenuti, ai comportamenti reiterati che dimostrano la sua idea di pena come pura vendetta. Lo spregio ai principi scolpiti nell’articolo 27 della Costituzione. È potrei continuare.

Di quella vicenda si discusse a lungo, visto che coinvolse alcuni parlamentari del Pd, tra cui lei. Vi ritenete soddisfatti di quanto stabilito dai giudici?

Ricordo ancora lo sconcerto e la rabbia che provai quando quelle accuse infamanti ci vennero rivolte nell’aula della Camera. Non ci sono precedenti di un’aggressione personale e politica così violenta. Abbiamo deciso di costituirci parti civili nel procedimento per difendere la prerogativa parlamentare di ispezionare le carceri, per la necessità di salvaguardare il segreto amministrativo nell’interesse del buon andamento della Pa e per la tutela della nostra onorabilità. Accanto ai nostri difensori, sul banco delle parti civili, ci saremmo aspettati di trovare anche la Camera, il Senato e il ministro della Giustizia. Invece, ci siamo trovati da soli a difendere l’importanza del rispetto della legge.

Politicamente Delmastro è stato difeso da tutto il centrodestra, che parla di garantismo. Perché il centrosinistra e in particolare il Pd reputano la sentenza come già sufficiente per il passo indietro nonostante il primo grado?

Non sono in discussione la presunzione d’innocenza né il garantismo. Il pubblico ministero nella sua requisitoria ha riconosciuto l’esistenza del segreto e la rivelazione dello stesso da parte di Delmastro, chiedendone l’assoluzione per “mancanza dell’elemento soggettivo”. Cioè l’imputato “non aveva compreso” ciò che stava facendo. Ma un avvocato penalista, già avvocato di fiducia della premier, responsabile Giustizia del suo partito e sottosegretario alla Giustizia con delega al Dap, deve sapere che documenti attinenti al 41- bis sono segreti e non divulgabili. Dunque: se lo sapeva, nell’esercizio delle sue funzioni, ha agito con dolo contro le opposizioni; se non lo sapeva, allora è inadeguato a ricoprire quell’incarico. In entrambi i casi nessun cittadino è rassicurato da un tale comportamento.

Il governo è alle prese anche con un altro caso giudiziario, cioè quello di Santanché, e il Pd ha chiesto anche le dimissioni di quest’ultima: ci sono analogie tra le due vicende?

Il piano giudiziario va tenuto distinto da quello politico. L’opportunità politica di un passo indietro sorge quando le indagini, i rinvii a giudizio o le condanne fanno emergere condotte da cui si evince che i ministri violano l’articolo 54 della Costituzione, ovvero esercitano il proprio incarico violando il dovere di svolgerlo con onore e disciplina. Ne va della credibilità delle istituzioni. In altre democrazie si va a casa per molto meno.

Meloni si è spesa in prima persona in difesa di Delmastro e ha parlato di sentenza politica: crede ci sia una correlazione con la riforma della giustizia?

Una presidente del Consiglio che di fronte a una sentenza si domanda se “il giudizio sia realmente basato sul merito della questione”, e un ministro della Giustizia che, ancora prima di conoscere le motivazioni della sentenza, dichiara di confidare in una sua “radicale riforma in sede di impugnazione”, rappresentano un’offesa allo Stato di diritto. Inoltre questa vicenda conferma che la separazione delle carriere ha come unico reale obiettivo la normalizzazione della magistratura. E avrà come effetto l’indebolimento del giudice. Incontrando avvocati penalisti in tutta Italia, li vedo sempre più incerti e preoccupati dei possibili esiti di questa battaglia, nata da nobili intenzioni ma che rischia di sfociare in una deriva che non conviene a nessuno. In primis all’avvocatura.

A proposito di separazione delle carriere, della quale si sta discutendo in commissione al Senato: al Pd conviene davvero rinunciare a un confronto e a ottenere aggiustamenti del testo?

Quando in una casa il tetto è sfasciato e piove in salotto, la priorità è rifoderare le poltrone? Fuor di metafora, ci pare che gli obiettivi prioritari per la giustizia stiano nell’aumento delle risorse, di magistrati e personale amministrativo, nel supporto all’ufficio per il processo, nel far funzionare il processo penale telematico, che è un vero disastro, nell’investimento su una pena rispettosa dei principi della Costituzione. Fare da stampella a un governo eversivo per una riforma contro la magistratura non credo sia da garantisti: rischierebbe di condurci a una china pericolosa.