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Lella Paita, senatrice di Italia viva
Senatrice Raffaella Paita (Italia viva), il riconoscimento del femminicidio come reato autonomo è un mezzo efficace per combattere la violenza di genere o è solo una risposta simbolica a un problema che richiede interventi più profondi?
Il governo continua a moltiplicare i reati invece di affrontare i problemi alla radice. Il femminicidio è già punito dal nostro ordinamento con aggravanti specifiche. Non mi schiero aprioristicamente contro la scelta ma ribadisco che non è solo aggiungendo nuove fattispecie di reato che si garantisce una maggiore protezione alle donne. Il vero nodo è la prevenzione, che deve partire dall’educazione e dal sostegno concreto alle vittime. I dati ci dicono che le vittime sono sempre più giovani, così come gli aggressori. Questo è il segnale di un fenomeno preoccupante: la cultura della violenza sta attecchendo anche tra le nuove generazioni. Serve un intervento serio nelle scuole per insegnare il rispetto e prevenire comportamenti pericolosi, eppure questo governo non ha investito sull’educazione all’affettività.
La definizione di femminicidio contenuta nel disegno di legge è compatibile con i principi di tassatività e determinatezza del nostro ordinamento?
Ogni reato deve essere definito in maniera chiara e precisa, per evitare interpretazioni arbitrarie. Sulla definizione del femminicidio contenuta nel disegno di legge ci sono effettivamente delle preoccupazioni legittime che affronteremo nell’ambito della discussione parlamentare. Non si può correre il rischio di trovarci di fronte a incertezze applicative, vanificando l’intento della norma, o portare a delle disparità di trattamento tra i vari casi, creando confusione nel sistema giuridico. Per questo in linea generale penso sarebbe più sensato investire nell’applicazione rigorosa delle leggi già esistenti, come le aggravanti di genere, e concentrarsi su interventi concreti di prevenzione, oltre che su forme di educazione culturale e sociale che possano veramente cambiare la mentalità delle nuove generazioni.
Secondo molti, il diritto penale non è neutrale, ma concepito attorno a un soggetto maschile. L’introduzione del femminicidio risolve o peggiora il problema?
Per anni, la violenza contro le donne, le discriminazioni, gli atti persecutori sono stati sottovalutati o trattate come problemi privati. Pensiamo che lo stupro è passato dall’essere un reato contro la morale pubblica ad un reato contro la persona solo nel 1996. Il nostro ordinamento ha dovuto evolversi.
La frammentazione del codice penale non aiuta a garantire maggiore giustizia. Ciò che serve è applicare con rigore le norme esistenti e cambiare un sistema che ancora oggi, nei tribunali, tende a colpevolizzare le vittime e a concedere attenuanti agli aggressori. Ancora troppi femminicidi sono preceduti da denunce rimaste inascoltate o misure di protezione inefficaci. Pensiamo ai braccialetti elettronici anti- stalker, che spesso non funzionano o non sono disponibili, lasciando le donne esposte al rischio di nuove aggressioni. Abbiamo chiesto soluzioni da mesi, ma dai ministri Nordio e Piantedosi sono arrivate solo promesse vuote. È inaccettabile! Anche la scelta di diffondere i dati sui femminicidi non più su base settimanale, ma ogni tre mesi, mi risulta incomprensibile.
Creando di volta in volta, di fronte alle emergenze, nuovi reti non si rischia un eccessivo ricorso al diritto penale? Serve più la repressione o la prevenzione?
La repressione è necessaria, ma non basta. In questi anni abbiamo preso atto del panpenalismo del governo, ma ne abbiamo anche visto le conseguenze: aumentare pene e reati, senza investire in prevenzione, non solo non risolve i problemi, ma ne crea altri. Il femminicidio si combatte con pene ma anche con un cambio culturale e con misure di protezione efficaci. Servono più case rifugio, con finanziamenti adeguati per accogliere le donne in fuga dalla violenza, più formazione per le forze dell’ordine, affinché sappiano riconoscere i segnali di pericolo e agire tempestivamente. È necessario rafforzare il reddito di libertà, norma voluta dal nostro gruppo parlamentare nella scorsa legislatura, in particolare da Lucia Annibali, per garantire alle donne l’indipendenza economica necessaria a fuggire da un contesto pericoloso e ricostruirsi una vita. Servono banche dati che si parlano. Insomma, il governo continua a proporre soluzioni di facciata, ma non sappiamo che abbia fatto il piano nazionale antiviolenza. Vorremmo capire cosa fa la ministra Roccella oltre a proporre nuovi reati. La realtà è che senza un impegno concreto e senza risorse ogni nuova legge resterà solo uno slogan.