Calenda ha auspicato la cancellazione del M5S e da tutto il centrosinistra gli hanno risposto per le rime: che mossa è stata quella del leader di Azione?

È chiaro che per Calenda dare un aut aut sul M5S significa lanciare un tipo di messaggio che gli permette di fare leva su una sua diversità. E per l’elettorato attuale e potenziale di Calenda l’anticontismo è indubbiamente un elenco caratterizzante. E infatti questo è uno dei più grossi problemi del campo largo.

Alcuni leader, tra cui Renzi, ne fanno una questione di legge elettorale: con queste regole del gioco - dicono - l’alleanza con Conte per battere Meloni è inevitabile. È così?

La questione è proprio questa. Con queste regole del gioco e quindi con un terzo circa dei seggi assegnato con collegi uninominali non avere un’alleanza ampia e quindi aperta al M5S significa cedere in partenza decine e decine di collegi al centrodestra, non essere competitivi in una parte significativa dei collegi e al Sud correre il rischio di raccogliere veramente pochissimo. Questo è un fatto. Tanto è vero che nel 2022 alle Politiche avvenne proprio questo, cioè che un’alleanza troppo stretta dio centrosinistra finì con il non essere realmente competitiva in gran parte dei collegi. E infatti ne vinse pochissimi.

Dunque la coalizione è fondamentale?

Come detto è vero che ci vuole una coalizione ampia per essere competitivi ma gli elettorati del Pd, di Iv, di Azione e del M5S non sono pienamente sovrapponibili. Non nel senso che siano lo stesso tipo di elettori ma sono difficilmente compatibili. Questo è il vero problema del capo largo. Nel centrodestra ci sono differenze anche molto differenti ma l’offerta elettorale destra non si scontra con reali incompatibilità. Basti pensare al fatto che gli elettori del centrodestra che non sono di FdI hanno un’opinione molto più positiva su Meloni di quanto non l’abbiano gli elettori di centrosinistra non Pd su Schlein o non M5S su Conte.

Nei territori vediamo che almeno al momento Azione resta in coalizione con i 5 stelle, come a Genova, ma FdI ha ipotizzato possibili convergenze per esempio nelle Marche. Quali sono le differenze tra scenario nazionale e locale?

Sul locale onestamente fatico a vedere uno schema coerente e questo è uno dei grandi limiti del cosiddetto terzo polo, che si è trovato nel tempo a fare alleanze a geometrie variabili. Non che di per sé questo sia un problema, visto che il locale spesso impone alleanze variabili. Il problema è che questo ha contributo ad alimentare quella percezione di tatticismo, di opportunismo se vogliamo presso l’elettorato che è stato uno degli emetti che hanno indebolito Azione e gli Stati Uniti d’Europa alle Europee.

Azione nasce come partito di opposizione al populismo, da quello della Lega ga a quello dei 5s. Quante chances ha un partito nato con questa visione di fare presa sull’elettorato, visti i tempi?

Azione nasce come partito di opposizione allo schema Pd/ M5S, quando nel 2019 Calenda, peraltro appena eletto con il Pd alle Europee dice io in questa alleanza non ci posso stare. È evidente che sia molto complicato immaginare oggi un’alleanza che tiene dentro tutte queste sensibilità diverse e incompatibili a tutti gli effetti. Non dico a livello di merito strettamente ma a livello di antipatie tra elettorati.

Quindi niente spazio al centro?

Di per sé lo spazio ci sarebbe perché la stessa parabola di Forza Italia racconta che esiste uno spazio per un certo tipo di toni e per il rifiuto di certi populismi ed estremismi. Ma Fi ha dalla sua il fatto che l’elettorato la percepisce al momento come un voto utile, ovvero che ha la possibilità di incidere su chi governa il paese con un punto di vista più moderato ed europeista e meno urlato. Azione fa molta fatica a rappresentare tutto questo perché è un partito di opposizione ma non è chiaro se sia un pezzo di centrosinistra o un partito che corra in totale autonomia tra i due poli o se sia tutte due le cose insieme. E questo al momento è un punto di debolezza benché il terzo polo abbia avuto un risultato buono alle Politiche e anche alle Europee, se sommiamo Azione e Stati Uniti d’Europa. Il problema è che l’area esiste ma non è enorme ed è frammentata. Ci sono almeno tre soggetti politici più il Pd da un lato e Forza Italia dall’altro che di fatto insistono su questo spazio.

Calenda dice che viste le divergenze su un terreno così importante come la politica estera è impossibile un governo del “campo largo”. Pd e Renzi rispondono che invece occorre sedersi al tavolo e discutere di quei temi dove c’è convergenza, come lavoro, scuola e sanità. Vede possibile un’alleanza di governo tra questi partiti?

L’alleanza di governo è sempre possibile, bisogna vedere cosa intendiamo per alleanza di governo. Al momento non mi sembra ci sia un metodo, come invece ci fu per esempio nella preparazione alle Politiche del 2006 con Prodi. Poi si può obiettare sul fatto che non abbia funzionato a lungo andare ma un metodo c’era. Oggi invece non c’è metodo né perimetro, visto che non è chiaro chi ci stia e chi no e non è nemmeno così automatico che anche se ci fosse un accordo tra partiti questo si trasferirebbe sull’elettorato. D’altra parte la suggestione di Franceschini di qualche tempo fa andava in questa direzione. Cioè ha detto alleiamoci ma poi in campagna elettorale ciascuno faccia la sua partita. Il problema è che un’ambiguità di questo tipo rischia di esporsi alle critiche di entrambi i segni.