È una giornata da ricordare, per la giustizia del governo Meloni. Un passaggio che ridimensiona, almeno nelle affermazioni di principio, il dogma dei nuovi reati come scelta salvifica. Anche se Carlo Nordio, nel proprio intervento dinanzi alla “commissione Segre”, abbozza a un certo punto una difesa d’ufficio: «Siamo stati accusati di panpenalismo, eppure è vero che quando si presentano situazioni nuove esistono vuoti normativi che debbono essere colmati dalla tutela penale». Discorso che sembra pagare dazio più alla diplomazia che alla sostanza. Anche perché Nordio, nella gran parte dell’audizione, dichiara apertamente che di fronte a cose che «ci esplodono in mano» – come l’aumento «esponenziale» della «delinquenza minorile» – serve davvero poco affidare ogni speranza alla pena: «Sarà interessante studiare e capire perché e percome queste cose avvengono, è illusorio e direi quasi utopistico che possano farlo in governo e il ministro. Sono episodi più grandi noi che devono essere studiati in modo approfondito», dice appunto il guardasigilli a proposito di baby gang e omicidi commessi da «ragazzi di 15 anni».

Nordio ne parla a corredo di una relazione scritta, una ventina di pagine, consegnata alla commissione di Palazzo Madama che prende il nome dalla sua presidente, la senatrice a vita Liliana Segre. Si tratta dell’organismo che indaga sui fenomeni di “intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. È il tentativo di afferrare una deriva aggravata dall’uso dei social, come dice il guardasigilli, e resa se possibile ancora più inquietante, a volte, dai rischi di «manipolazione» prodotti da un uso distorto dell’intelligenza artificiale: si può «manipolare la realtà dandole una parvenza nemmeno di verosimiglianza ma di verità: domani potremmo vedere un campo di sterminio nazista rimodulato con criteri che non voglio neanche immaginare, ma dando un’impressione di veridicità, come se fosse un documento girato dagli inglesi quando entrarono a Bergen- Belsen».

A fine audizione, la senatrice Segre dirà che ascoltare Nordio è stato «molto interessante». Non le si può dare torto proprio per le ammissioni fatte rispetto alla linea che l’Esecutivo ha spesso prediletto: la repressione penale. Una scelta che il ministro prova comunque a difendere soprattutto per il nuovo ddl sul femminicidio, ma con argomenti che sembrano tanto più deboli proprio perché a farvi ricorso è un giurista del calibro di Nordio: l’inserimento di quel delitto, dice, è stato un «segnale» che «abbiamo voluto dare» di «particolare attenzione a questa odiosissima forma di aggressione alla donna in quanto tale: effettivamente le pene esistenti per chi uccideva una donna erano già adeguate, ma noi abbiamo cercato di inserire il femminicidio rispetto all’omicidio come il genocidio sta alla strage, cioè dare l’individuazione di questa soppressione di una vita non in quanto vita ma in quanto donna». Il fatto stesso di affidare alla legge penale compiti pedagogici più che sostanziali rivela la fragilità della scelta. Ma il resto dell’audizione è rivolta a tutt’altro orizzonte: «Intervenire con norme sia civili che penali non è facile, e soprattutto prevenire è più importante che reprimere», dice per esempio il ministro a proposito dei «sistemi di delegittimazione e di offesa» aumentati in modo esponenziale «sia nell’intensità sia nella quantità» dalla «possibilità tecnologica», cioè dall’uso dei social. Ed è altrettanto netto, Nordio, a costo di proporre affermazioni solo in apparenza prevedibili, quando ricorda che «la prevenzione va fatta in famiglia: quando andavo a fare le lezioni sulla legalità da magistrato nei licei, esordivo dicendo “grazie dell’invito, preferirei però fare lezione ai vostri genitori”. Rispettare le regole non si insegna all’università ma in famiglia, con l’esempio. Qui il governo non c’entra nulla». Sono considerazioni che rendono a maggior ragione opinabile l’introduzione di nuovi reati.

Va detto che sull’inadeguatezza del dogma repressivo il guardasigilli sa anche arrivare alle estreme conseguenze. Intanto quando osserva che «dove c’è la pena di morte, in realtà i reati aumentano» e ribadisce di nuovo che «non è così facile l’equazione» tra sanzioni ed effetti preventivi. Dopodiché Nordio sfodera una matrice culturale assai lontana da decreti come quelli intitolati a Cutro o a Caivano quando cita quell’ «aspetto particolare» costituito dalla «giustizia riparativa», che «tende, più che a una vendetta, a una riconciliazione». Può darsi che di fronte a Liliana Segre, alla quale il guardasigilli rende più volte omaggio, non si potesse mentire. Fatto sta che mai come ieri Nordio è stato tanto autentico quanto distante dal panpenalismo di governo.