Sara Campanella e Ilaria Sula. Due nomi in più su una lista che scandalizza, indigna e poi smette di fare notizia. Un’abitudine, ormai. Due donne che non possono più scrivere la loro storia, perché qualcuno ha tolto loro la possibilità di farlo. Il diritto di farlo. Due donne uccise da uomini che non accettavano il rifiuto, che concepivano la loro libertà - una libertà femminile - come una minaccia ad un preteso dominio.

Sara aveva 22 anni, studiava all’università, amava la scienza. Stefano Argentino ha deciso che la sua vita era concepibile solo in un modo: insieme a lui. E poco importa cosa volesse Sara. Quella frase lasciata sui social, forse proprio edicata alla sua ossessione – “Mi amo troppo per stare con chiunque” – era un grido di indipendenza insopportabile per lui. Come se fosse anomalo, come se la libertà di scelta di Sara fosse un delitto. Sara è morta e per qualcuno quelle parole sono state un «detonatore». Come se vivere, scegliere e pure morire fossero una colpa che le appartiene.

Perfino la libertà può diventare movente. Bisognerebbe partire da qui, forse, per capire la lente con cui anche chi non alzerebbe mai un dito su qualcun altro legge il mondo: come se ci dovesse essere un limite all’autodeterminazione, come se si dovesse evitare all’altro l’ira, lasciando sempre sullo sfondo le ragioni per cui qualcuno si senta in diritto di esercitare una qualche forma di potere sulla vita dell’altro. Ed ecco, dunque, la pesca a strascico nella storia della vittima, a caccia di “segnali” che giustifichino la perdita della ragione. Incomprensibile agli occhi dei più, come se, in qualche modo, potesse aver sbagliato lei. E non come se fosse un problema reale, radicato, del tutto culturale. Che anche raccontarlo così, ormai, è banalizzare.

Il copione non ha avuto il tempo di finire in un cassetto. È servito subito dopo, nel giro di 24 ore, con Ilaria Sula, anche lei 20enne. Il suo corpo è stato trovato chiuso in una valigia, gettato tra i rifiuti. Una macabra metafora di ciò che significa, per alcuni, la vita delle donne: immondizia. A ucciderla, il suo ex ragazzo, Mark Samson, «incapace di accettare la fine della loro relazione». Ed ecco come viene raccontata la storia: un “dramma sentimentale”. Un modo, ancora una volta, per cancellare il contesto socioculturale. Un’eccezione e non la regola. Ignorando un altro raccapricciante fatto: che l’età media degli assassini si abbassa. E allora non è un’idea vecchia che per alcuni non è passata di moda, ma un problema attuale.

Sara “non aveva denunciato”, dicono. E la frase che merita perfino lo spazio di un titolo. È un’informazione, si potrebbe obiettare, ma il modo in cui si racconta un’informazione non è mai neutro. Sembra un’accusa. Anche perché bisognerebbe chiedersi come mai, poi, si scelga di non denunciare. Perché non ci si fida delle istituzioni, magari, o perché non si hanno abbastanza informazioni per maneggiare una realtà del genere. In ogni caso, forse, si potrebbe dire che la violenza non viene letta.

La violenza, spesso, viene ridotta a dinamica amorosa, a piccola parentesi necessaria in ogni rapporto di coppia. Invece non lo è. Perché non si è capaci di intervenire prima che sia troppo tardi? Anzi, perché non si è capaci, se non di azzerarlo, di ridurre al minimo questo fenomeno? Sono domande che ottengono risposte spesso di circostanza. O nessuna. E alla fine la soluzione proposta è che ci si deve salvare da sole, in qualche modo. Stefano Argentino era “invaghito”, si scrive, Mark Samson soffriva per la fine della storia. E questo ribalta il piano: pensare all’invaghimento e al dolore porta distanti anni luce dall’ossessione.

Le soluzioni proposte, finora, sono sempre e solo di natura securitaria. La soluzione più semplice è sempre alzare le pene: proprio a ridosso dell’8 marzo, il governo ha approvato un disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio nel codice penale, articolo 577-bis, che punisce con l’ergastolo chi uccide una donna per odio di genere o per reprimerne le libertà. Non è una soluzione, perché arriva dopo. Ed è ormai un dato pacifico che la repressione non serve a dissuadere dal commettere reati.

Per Eugenia Roccella, ministra alle Pari opportunità, il riconoscimento di un reato autonomo può aiutare a produrre un cambiamento culturale. Ma perfino per il ministro Carlo Nordio la soluzione non può essere questa. Sebbene sia andato oltre, guadagnandosi l’accusa di razzismo, per aver sottolineato che il problema è - probabilmente - «l’assoluta mancanza non solo di educazione civica», ma anche di «rispetto verso le persone» soprattutto «per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne».

E poco conta che gli autori dei femminicidi spesso siano italianissimi: il femminicidio non è un problema legato all’etnia, ma una questione culturale e sociale. Uno dei primi cambiamenti, forse il più banale, dunque, è quello che riguarda il modo in cui raccontiamo queste storie. Finché continueremo a chiederci perché una donna non ha denunciato, invece di chiederci perché un uomo ha ucciso, finché il problema sarà l’etnia, qualunque cosa significhi, continueremo a contare i nomi di vittime su liste sempre più lunghe. Finché non smetteremo di cercare la colpa in chi muore, chi uccide continuerà a sentirsi meno colpevole nel togliere la vita.