Nessuna «scorciatoia», nessun «blitz», ma «semplicemente una scelta che il governo legittimamente» ha fatto «per rispettare gli impegni presi con i cittadini e con chi ogni giorno è chiamato a difendere la nostra sicurezza». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni risponde direttamente da Palazzo Chigi a chi, negli ultimi due giorni, ha denunciato il «golpe liberticida» con il quale il governo ha trasformato il ddl Sicurezza in decreto, di fatto esautorando il Parlamento.

L’urgenza, ha dichiarato Meloni in Consiglio dei Ministri, convocato appositamente per questa misura, stava nella necessità di garantire «una specifica tutela legale» ad agenti di polizia e militari «che dovessero essere indagati o imputati per fatti inerenti al servizio», che «potranno continuare a lavorare e lo Stato sosterrà le loro spese legali, fino ad un massimo di diecimila euro per ogni fase del procedimento».

Una norma pensata partendo dal caso di Luciano Masini, il maresciallo che ha sparato e ucciso un uomo che aveva ferito quattro persone la notte di Capodanno. «Una norma sacrosanta - ha sottolineato Meloni - che le nostre forze di polizia aspettano da molto tempo, e che è nostro dovere assicurare loro». Da qui la scelta, «d’accordo con Antonio Tajani e Matteo Salvini», di trasformare il testo del pacchetto sicurezza in un decreto-legge, «che quindi sarà immediatamente operativo ed entrerà subito in vigore».

Il decreto, che conta 39 articoli, prevede introduzione di nuovi reati e inasprimenti di pena, motivo per cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto in anticipo alle polemiche: «Siamo sempre stati accusati di contraddizione, perché da un lato abbiamo predicato il garantismo e dall’altro abbiamo introdotto il panpenalismo - ha sottolineato il guardasigilli -. Voglio ancora ribadire che garantismo, per noi, vuol dire enfatizzazione della presunzione di innocenza, ma anche certezza della pena e certezza della sicurezza dei cittadini». Per quanto riguarda la presunzione d’innocenza, dati i numeri elevati di persone in carcere in attesa di processo, «ci muoveremo sui presupposti della custodia cautelare».

Sul fronte della sicurezza, invece, la risposta starebbe nel decreto approvato oggi. Nessuno scudo penale, ma solo tutela legale per le forze di polizia, ha assicurato, «una novità estremamente importante», dal momento che fino ad oggi chi veniva indagato e poi magari assolto «nel frattempo doveva pagare costose spese legali». «Saremo sì accusati di panpenalismo - ha concluso Nordio -, ma il diritto penale si deve evolgere secondo le necessità di tutela che vengono evidenziate dallo svolgersi degli eventi».

In conferenza stampa anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo cui «la centralità del Parlamento non è stata, in qualche modo, violata - ha assicurato -, tenendo presente che abbiamo recepito, in 6 o 7 punti del provvedimento, anche questioni importanti che erano emerse dal dibattito parlamentare. Poi il decreto torna in Parlamento, che ha due mesi di tempo per la conversione, e sarà sempre il giudice ultimo di questo provvedimento», che «è andato già troppo per le lunghe». Sulle modifiche «non tiriamo in mezzo il Colle», ha aggiunto: gli interventi di limatura verrebbero dalla discussione fatta in aula. E l’urgenza, a suo dire, era dare «tempi certi» a provvedimenti come «tutela legale dei poliziotti, degli anziani, delle categorie vulnerabili e degli immobili», elementi «molto importanti» per «un governo come il nostro», per il quale «si era perso troppo tempo».

Ammorbidite, dunque, ma non troppo le misure più criticate – sulle quali anche il Colle aveva espresso perplessità –, di fatto togliendo la palla al Parlamento. Decisione che ha spinto le opposizioni a scendere in piazza, davanti al Pantheon (dove sono andati in scena scontri e cariche delle forze di polizia, mentre i manifestanti tentavano di raggiungere Palazzo Chigi), per denunciare il «golpe liberticida del governo», come dichiarato dal segretario di Più Europa Riccardo Magi. Un «decreto Ungheria», per il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro, e un esempio di «populismo penale» che «piega il Parlamento», per Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, secondo cui la destra, divisa e a suo dire preoccupata dal congresso della Lega, porta avanti un testo che «umilia la Costituzione».

Intanto nella piazza di Roma contro il decreto ci sono stati dei momenti di tensione e scontri tra i manifestanti e lo schieramento delle forze di polizia. Al grido di “corteo, corteo”, i manifestanti hanno provato a rompere il cordone e dirigersi verso piazza Montecitorio, ma sono stati fermati e riportati all’ordine.

I rilievi del Quirinale e le modifichee

Uno dei punti sui quali il Quirinale aveva espresso perplessità riguardava l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, i gestori di servizi pubblici, le università e gli enti di ricerca di collaborare con i Servizi di sicurezza, cedendo informazioni anche in deroga alle normative sulla riservatezza. La norma è stata cancellata, ha spiegato Piantedosi, ma «non perché ci sia un’ammissione di valore negativo», dal momento che «voleva dare copertura legislativa a ciò che già succede, a volte, col mondo scientifico e le istituzioni. Ma visto che c’è stata una discussione l’abbiamo espunta».

Un altro aspetto che il Colle aveva chiesto di correggere riguarda la definizione del reato di rivolta in carcere. Il decreto specifica ora che tale reato si configura solo in caso di violazione di ordini per mantenere la sicurezza e l’ordine, escludendo ordini di natura disciplinare, come quelli relativi all’igiene o alla pulizia della cella. Le stesse modifiche si applicano ai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), mentre il reato di rivolta è stato escluso dai centri di accoglienza, considerati strutture di natura diversa dagli istituti penitenziari.

Per quanto riguarda le detenute madri, il decreto prevede l’obbligo (e non più la facoltà) di eseguire la custodia cautelare per le donne incinte o con figli minori di un anno presso un istituto di custodia attenuata. Tuttavia, il giudice avrà la possibilità di valutare l’interesse preminente del minore anche in caso di condotte gravi da parte della madre. «Non vogliamo penalizzare le donne incinte – ha dichiarato Piantedosi -, ma l’utilizzo strumentale della condizione di maternità per commettere reati, come nel caso delle borseggiatrici».

«Una presa in giro», ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: i detenuti potranno essere trattati come «rivoltosi» anche per una resistenza passiva, senza violenza, senza specificare nulla sul fatto che gli ordini debbano essere legittimi. Inoltre, le detenute incinte o con figli piccoli finiscono «obbligatoriamente negli Icam», che restano carceri, e «rimane la trasformazione del differimento obbligatorio della pena in facoltativo».

Il testo originale prevedeva anche un’aggravante generica per chi ostacola la realizzazione di opere pubbliche o infrastrutture strategiche, senza definire chiaramente quali opere fossero meritevoli di protezione. Il nuovo decreto restringe l’aggravante alle infrastrutture essenziali, come impianti energetici, trasporti, telecomunicazioni e altri servizi pubblici. Ma sostanzialmente la norma resta immutata e mira a punire i contestatori di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto. Una modifica riguarda anche l’accesso ai servizi telefonici per i migranti sbarcati in Italia. Inizialmente, era necessario un permesso di soggiorno per ottenere una sim telefonica. Dopo la revisione, sarà sufficiente un documento d’identità, per evitare che i migranti siano impossibilitati a comunicare con familiari o avvocati. Per quanto riguarda le aggressioni e la resistenza a pubblico ufficiale, il testo originario prevedeva la prevalenza automatica delle aggravanti sulle attenuanti generiche, impedendo al giudice di valutare caso per caso. Il Quirinale ha ritenuto questa disposizione non conforme ai principi di equità del diritto penale e ha richiesto una modifica. Ora il giudice potrà considerare anche eventuali attenuanti, garantendo un equilibrio più giusto nella determinazione della pena.

Le misure introdotte dal decreto

Il decreto punta a rafforzare il contrasto al terrorismo, introducendo il reato di possesso di materiali utili alla preparazione di attentati. Chi viene trovato in possesso di manuali, istruzioni o strumenti utilizzabili per atti terroristici rischia da 2 a 6 anni di carcere, mentre la diffusione di tali contenuti, anche online, comporterà una condanna fino a 4 anni.

Per limitare l’uso improprio del noleggio auto da parte dei terroristi, il decreto introduce controlli più severi sui noleggiatori, con sanzioni fino a 206 euro o l’arresto fino a tre mesi per chi non rispetta le nuove regole. Sul fronte della lotta alla mafia, viene ampliata la possibilità di effettuare controlli antimafia sui contratti di rete tra imprese. Tuttavia, il Prefetto avrà il potere di valutare caso per caso se un’azienda a rischio mafia possa continuare a operare.

Per contrastare le occupazioni abusive, il decreto introduce una pena da 2 a 7 anni di carcere per chi occupa un’abitazione privata con violenza o minaccia, e la polizia potrà intervenire immediatamente per sgomberare gli occupanti. Inoltre, il decreto prevede pene più severe per chi commette reati nelle stazioni ferroviarie e sui mezzi pubblici, come furti e aggressioni.

Una novità riguarda la tutela legale per le forze dell’ordine: il decreto aumenta le pene per chi aggredisce poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco, con sanzioni da 2 a 5 anni per lesioni semplici, da 4 a 10 per lesioni gravi e da 8 a 16 per lesioni gravissime. Viene introdotto anche un finanziamento di 10 milioni di euro per l’uso delle bodycam da parte degli agenti e un rimborso fino a 10.000 euro per le spese legali degli agenti indagati per fatti di servizio. Se l’agente sarà riconosciuto colpevole con dolo, dovrà restituire l’importo ricevuto. In merito alle rivolte carcerarie, il decreto introduce un nuovo reato specifico: chi partecipa a una sommossa rischia fino a 5 anni di reclusione, mentre per chi la organizza la pena può arrivare a 8 anni. Se la rivolta provoca feriti o coinvolge armi, le sanzioni saranno ancora più severe. Le stesse disposizioni si applicano ai Cpr.

Tra le misure più discusse, spicca il divieto di vendita della cannabis light: il decreto vieta la commercializzazione di infiorescenze di canapa e derivati come oli e resine, chiudendo il dibattito sulla legalità di questi prodotti. Infine, il provvedimento introduce un inasprimento delle sanzioni per chi non si ferma all’alt della polizia: oltre alla multa, si rischia ora la sospensione della patente fino a un anno.