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La Cassazione si è pronunciata sull'omicidio del poliziotto Nino Agostino
«La tenuta logica di una decisione non dipende dalla capacità di costruire una narrazione suggestiva, ma dalla corretta applicazione delle regole processuali». Basta questo passaggio dei giudici della Cassazione che hanno annullato con rinvio la condanna del boss Nino Madonia, imputato nel processo dell'omicidio di Agostino, per comprendere ancora una volta l'esistenza di processi di mafia dove – ed è questo il trend dopo le stragi di Capaci e di Via D'Amelio – è difficile trovare una logica quando si fa fede ai de relato di taluni pentiti dichiarati inattendibili in altri processi e si crea confusione tra la causale mafiosa e quella “istituzionale”. Da una parte indicano la mafia, dall'altra le “entità”. Il risultato è il fallimento logico.
Parliamo del processo relativo al duplice omicidio dell'agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, barbaramente uccisi a Villagrazia di Carini ( Palermo) il 5 agosto 1989. La sentenza, da poco depositata, sancisce anche l'estinzione per prescrizione del reato relativo alla morte di Ida Castelluccio.
Ricostruiamo i tragici fatti. Il 5 agosto 1989, Antonino Agostino e sua moglie Ida Giovanna Castelluccio furono uccisi nei pressi della residenza estiva della famiglia Agostino a Villagrazia di Carini. Quel giorno era previsto il festeggiamento del diciottesimo compleanno di Flora, sorella dell'agente di polizia. Per partecipare, Antonino aveva anticipato il proprio turno di lavoro, prestando servizio dalle 7 alle 14 anziché dalle 19 alle 24. La mattina stessa, il collega che lavorava con Agostino notò che appariva insolitamente preoccupato, mentre il padre Vincenzo trovò la propria auto con tre ruote forate. Terminato il turno, Antonino rientrò nella sua abitazione ad Altofonte per poi recarsi con la moglie a Villagrazia di Carini.
Giunti alla residenza estiva, dove erano presenti i familiari di Antonino, i coniugi andarono a piedi a salutare una zia in una casa vicina. Al ritorno, mentre si avvicinavano al cancello, furono raggiunti da due sicari in moto che esplosero diversi colpi, uccidendoli. L'omicidio avvenne tra le 19.40 e le 19.45. I familiari tentarono di soccorrere Ida che ancora respirava, ma morì durante il trasporto all'Ospedale di Carini. Salvatore Agostino, fratello di Antonino, vide i due sicari allontanarsi su una moto di grossa cilindrata in direzione Carini. Poco distante, in contrada Margi, fu ritrovata una motocicletta bruciata, probabilmente usata per il crimine, che si accertò essere stata rubata il 22 maggio precedente da un autosalone.
La procura di Palermo, ad anni di distanza, aveva individuato tre probabili soggetti. Due mafiosi, Nino Madonia e Gaetano Scotto, e l'ex agente della Mobile Giovanni Aiello conosciuto suo malgrado come “faccia da mostro”. La tesi vuole che ci sia stato un connubio tra servizi segreti deviati e Cosa Nostra, in particolare Madonia stesso. La causale poi sarà addirittura collegata al fallito attentato dell'Addaura, bomba che sarebbe dovuta esplodere quando Giovanni Falcone si era visto con i suoi colleghi svizzeri. Nessun elemento probatorio solido, tanto è vero che la stessa procura di Palermo, in particolare i pm Nino Di Matteo e Vittorio Teresi, chiesero archiviazione. Fu l'allora procuratore generale Roberto Scarpinato, ora senatore del M5S, ad avocare le indagini recependo l'esposto dell'avvocato Fabio Repici, a riaprire le indagini e imbastire poi il processo. Il decreto era stato firmato nel 2017 dall'allora pg Roberto Scarpinato e dal sostituto Nico Gozzo.
Il boss Nino Madonia scelse il rito abbreviato, mentre Gaetano Scotto quello ordinario. Interessante notare che quest'ultimo viene descritto come un boss vicino ai servizi segreti. Ma qualcosa non torna. Parliamo dello stesso Scotto che, assieme ad altre persone, è stato condannato per la strage di Via D'Amelio. Poi si scoprì che erano tutti innocenti, vittime di un depistaggio che sarebbe stato ordito dai servizi segreti. Quindi parliamo di Scotto, il boss mafioso dei servizi
che sarebbe stato incastrato dai servizi segreti stessi. Il tutto e il contrario di tutto. Senza parlare di Madonia, il quale era stato arrestato proprio dal superpoliziotto Arnaldo La Barbera, che però, nel caso Agostino, viene inserito come artefice della copertura di Madonia stesso. Nel marzo 2021, dopo un processo celebrato in rito abbreviato, il Tribunale di Palermo infligge a Madonia l'ergastolo per il duplice omicidio di Agostino e Castelluccio. Una sentenza confermata in appello due anni dopo, mentre parallelo scorreva il processo a carico di Gaetano Scotto, il presunto killer materiale, ancora oggi ai nastri di partenza con il rito ordinario.
Ma il castello accusatorio, costruito sulle parole dei pentiti, si è sbriciolato sotto i colpi della Cassazione. I difensori di Madonia, avvocati Giorgio Vianello Accorretti e Alessandro Martorano, hanno demolito la sentenza d'appello puntando il dito su tre nodi irrisolti. In primo luogo, l'architettura delle prove: le dichiarazioni “ de relato”, come quelle di Giovanni Brusca, che nel 1998 riportò un dialogo con Totò Riina ( «se ne occuparono i Madonia»), o di Vito Galatolo, all'epoca addirittura quindicenne, che avrebbe appreso dal cugino Stefano Fontana del ruolo di Madonia nel delitto.
La Corte ha stroncato queste testimonianze come «materiale frammentario», privo di riscontri esterni e oscuro nell'origine delle informazioni (“causa scientiae”). Soprattutto Galatolo, già bollato come inattendibile nel processo Apocalisse per una storia di bugie legate a questioni familiari, è stato ridimensionato: le sue parole, ritenute dai giudici di merito equivalenti a quelle di un affiliato, per la Cassazione valgono quanto un sussurro nel vento. Un sussurro che però ancora oggi viene valorizzato. Come l'improbabile racconto che avrebbe visto “faccia da mostro”, l’ex 007 Bruno Contrada e ora anche l'allora super poliziotto Arnaldo La Barbera, passeggiare insieme in vicolo del Pipitone per partecipare alle riunioni di Totò Riina. Praticamente, un adolescente è stato testimone di questo “segreto di Stato”. Senza parlare del pentito Vito Lo Forte, ritenuto dallo stesso giudice di merito non affidabile.
Il secondo fronte è il movente: i giudici palermitani avevano dipinto Madonia come il mandante interessato a proteggere il mandamento di Resuttana dall'agente Agostino, troppo zelante nella caccia ai latitanti. Una ricostruzione definita “apodittica” dalla Cassazione, che ha bacchettato l'assenza di prove sull'interesse specifico di Madonia e che confligge con la stessa tesi prospettata dalla pubblica accusa, ovvero la pista interna alla polizia, che sarebbe stata sostenuta da depistaggi e da colleghi sospetti, tra cui la diffusione della pista passionale. Siamo sempre lì, da una parte la matrice mafiosa, dall'altra una sorta di spectre. Inevitabilmente ci si scontra con la fallacia logica: il conflitto tra due narrative. Infine, il crollo dell'accusa sull'omicidio di Ida Castelluccio: esclusa la premeditazione, la pena è crollata rendendo il reato prescritto già nel 2019. E ciò seppellisce per sempre la verità per la giovane incinta, uccisa mentre riconosceva i killer.
La sentenza conferma la perplessità dei pm Nino Di Matteo e Vittorio Teresi, che chiesero l'archiviazione per mancanza di prove solide. L'allora procuratore Roberto Scarpinato, avocando le indagini, scelse di procedere, ma la Cassazione gli ha dato torto, evidenziando che il sistema probatorio era viziato alla radice. Un monito per la giustizia: senza riscontri oggettivi, i de relato di taluni pentiti, tra l’altro dichiarati inattendibili in altri procedimenti, restano storie suggestive. E le storie, condite con elementi dietrologici che vanno in antitesi con la matrice mafiosa, non possono essere elementi usati per scrivere una sentenza. In realtà, non sono utili nemmeno per una ricerca storiografica. Anche la verità storica è basata su fonti e metodi scientifici.