Pene altissime, «simboliche», secondo la difesa, per la quale invece il dibattimento avrebbe dimostrato l’inconsistenza di ogni accusa: dopo tre anni di udienze arriva al termine il processo Bibbiano, sui presunti affidi illeciti in Val d’Enza, dove la richiesta più alta - 15 anni di carcere - è quella avanzata nei confronti dell’ex responsabile del Servizio sociale Federica Anghinolfi. Undici anni, invece, sono stati chiesti per l’assistente sociale Francesco Monopoli, altro grande protagonista del processo, mentre per la psicoterapeuta Nadia Bolognini, ex moglie di Claudio Foti (già assolto in via definitiva) sono stati invocati otto anni e tre mesi. Diverse le richieste di assoluzione per singoli capi d’imputazione, ma nel complesso, secondo la pm Valentina Salvi, le accuse avrebbero retto: nonostante le difese abbiano rinunciato praticamente a tutti i testi, sostenendo l’assoluta debacle dell’accusa a causa di testimoni contraddittori o addirittura potenzialmente imputabili, per l’ufficio di procura ci sarebbero prove su prove dei fatti contestati.

A fianco a Salvi, in aula - dove dopo anni di assenza sono riapparsi tv e giornali nazionali, rimasti in silenzio durante il dibattimento -, anche il procuratore Calogero Paci, che in aula era apparso già due volte: la prima per contestare il «processo mediatico» messo in piedi, a suo dire, dalle difese, di fatto archiviando in un colpo solo la gogna e le fake news che dal 2019 ad oggi si sono rovesciati sugli imputati; e poi quando la pm ha sollevato la questione di costituzionalità sull’abolizione dell’abuso d’ufficio, richiesta respinta dal collegio, con la conseguente assoluzione di quattro imputati, tra i quali l’ex sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, vittima nel tempo di attacchi feroci, minacce di morte e insulti.

Secondo Salvi, i minori coinvolti in questo processo - sei casi in tutto - sarebbero stati «sradicati dal proprio contesto familiare, tenuti per anni lontani dalle famiglie» e convinti di essere stati «abusati sessualmente dai propri genitori e, in alcuni casi, di essere stati anche mercificati». Insomma, in loro sarebbero stati instillati «falsi ricordi», cosa che la difesa ha meticolosamente tentato di smentire portando in aula ampia letteratura scientifica che dimostra come ciò non sia possibile nel caso di eventi così traumatici come gli abusi sessuali. Per la pm, però, ciò sarebbe possibile e la mente dei bambini sarebbe stata «devastata», insinuando il dubbio di abusi «attraverso le modalità inducenti, suggerenti, suggestive» della psicoterapia di Bolognini. E la «cristallizzazione del falso ricordo» sarebbe stata possibile anche attraverso la «macchinetta magica», ovvero quel Neurotek ampiamente utilizzato nell’ambito dell’Emdr, che perfino secondo il consulente dell’accusa è incapace di provocare danni sulle persone, adulti o minori che siano. «Quei falsi ricordi», una volta «introdotti nella mente e nella memoria dei piccoli pazienti - ha sottolineato Salvi sostenendo l’accusa di lesioni - portano alle stesse conseguenze che avremmo se quei fatti storici si fossero effettivamente verificati». E gli imputati sarebbero stati «sicuramente» consapevoli delle «devastanti conseguenze sul piano psicopatologico che quel tipo di recupero di ricordi traumatici nei minori poteva provocare», cosa che «ci ha detto serenamente anche Bolognini (difesa da Luca Bauccio e Francesca Guazzi, ndr) nel corso del suo esame», riconoscendo «la consapevolezza che affrontare i contenuti che il bambino porta crea sofferenza». Sofferenza che viene poi «curata» - qui il movente per Salvi - «a 135 euro (tariffa, come già accertato nel processo Foti, rientrante nei parametri previsti dal ministero, ndr) per 45 minuti, durante i quali riparare quella sofferenza, la stessa che l’imputata aveva provocato».

Per Salvi, dunque, si tratterebbe di «un sistema complessivamente illecito», nel quale «Bolognini, Monopoli e Anghinolfi hanno distrutto volontariamente le figure parentali». Come evidenziato nelle precedenti sette udienze, per la pm i Servizi sociali erano fermamente convinti dell’esistenza di abusi e agivano sistematicamente per ristabilire una loro forma di giustizia. Ma l’affido sarebbe stato anche una questione “politica”, con l’obiettivo di favorire coppie omosessuali (sebbene a processo vi fosse un solo caso del genere). Questo avrebbe portato a piegare dolosamente la normativa vigente, eludendo il limite di 24 mesi previsto per l’affido e mantenendo i minori a carico dell’ente locale. Salvi ha infine lanciato un’ultima frecciatina alle difese, che sin dall’udienza preliminare hanno lamentato la mancanza di atti utili a dimostrare l’innocenza degli imputati. Secondo la pm, gli avvocati non avrebbero mai indicato quali sarebbero gli atti “nascosti”. Ciò sebbene durante il dibattimento, siano stati almeno un centinaio i documenti depositati dai difensori e la cui assenza nel fascicolo delle indagini è stata duramente stigmatizzata.

La pm ha chiesto la condanna anche per gli altri imputati, accusati a vario titolo di reati che vanno dalla frode processuale al falso, chiedendo un anno per la neuropsichiatra infantile Valentina Ucchino e otto mesi per la collega Flaviana Murru; sei anni e sei mesi per la psicologa Imelda Bonaretti; quattro anni per l’educatrice Maria Vittoria Masdea; cinque anni per l’assistente sociale Sara Gibertini; tre anni e mezzo per l’assistente sociale Marietta Veltri; sei anni e quattro mesi per l’assistente sociale Annalisa Scalabrini; quattro anni per l’educatrice Katia Guidetti, due anni per la psicologa Federica Alfieri e tre anni a testa per le due affidatarie di K., D. B. e F. B., per un totale di oltre 73 anni complessivi.

Per il professore Oliviero Mazza, difensore di Anghinolfi insieme a Rossella Ognibene, «si tratta di richieste spropositate - ha spiegato al Dubbio -. C’è stata una sorta di rimozione di un fatto disturbante, il dibattimento, che difatto ha disarticolato totalmente l’accusa, cosa che la pm sembra ignorare». La pena richiesta, «sproporzionata e simbolica», hanno evidenziato i due difensori, «non è solo il portato naturale della narrazione del processo mediatico, ma anche la conseguenza di preoccupanti travisamenti ed errori materiali. Questa requisitoria è il frutto della mera riproposizione del canovaccio delle indagini, come se non si fossero celebrati tre anni di udienze dibattimentali. Il reato principale, sul quale è stata determinata la pena base (capo 48), riguarda la trasmissione di una relazione che pacificamente e documentalmente è stata eseguita da un altro soggetto, nemmeno imputato. Così come il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento per reati sui quali il Tribunale di Reggio Emilia ha già emesso sentenza, appunto, di proscioglimento. Questo rappresenta la prova che per lei il dibattimento non c’è stato».

Per gli avvocati Nicola Canestrini e Giuseppe Sambataro, difensore di Monopoli, «la richiesta di pena - come del resto la requisitoria inutilmente prolissa - si fonda su una verità immaginata, costruita a partire da ciò che l’accusa avrebbe voluto emergesse in aula, ma che non è emerso. Si è preferito ignorare quanto emerso in decine di udienze, in centinaia di testimonianze, una vastissima documentazione e persino intercettazioni ampiamente emerse in anni di processo, che hanno radicalmente smentito l’impianto accusatorio originario, per ribadire una narrazione ideologica precostituita, impermeabile al contraddittorio». Monopoli è stato rappresentato «come un soggetto animato da un impianto “ideologico” e da un intento quasi missionario», lettura fortemente contestata dalla difesa: «Non si può accettare che si pretenda di condannare un assistente sociale non per ciò che ha fatto, ma per ciò che si presume egli pensasse o volesse fare, sulla base di un impianto accusatorio confuso in quanto arbitrariamente attribuito. La requisitoria ha rivelato un’impostazione dogmatica, refrattaria al dubbio e alla prova contraria, più simile a una moderna Santa Inquisizione che a una funzione pubblica ispirata all’obiettività e all’equilibrio. Il diritto penale non può diventare strumento di ortodossia ideologica».

Ecco tutte le tappe della requisitoria:

Bibbiano, la pm: testi condizionati da certa stampa…

Processo Bibbiano, la pm: «L’obiettivo era allontanare»

Bibbiano, la pm: «La terapia usata come strumento per confermare le ipotesi di abuso»

Processo Bibbiano, lei 13 anni, lui 27. La pm: rapporto consensuale

Bibbiano, la pm ammette: «Quella frase incriminata nella relazione dei servizi non c’era...»

Bibbiano, la pm in aula: per i servizi l’affido era una questione «politica»

Bibbiano, la pm: «Bolognini inculcò l’idea di abusi in K.». Ma nelle sue relazioni non parlò mai di abusi