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Donald Trump parla ai giornalisti nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington
Gli ammiratori di George Washington desideravano che rimanesse a vita alla Casa Bianca, ma nel 1797, alla fine del suo secondo mandato, il primo amatissimo presidente degli Stati Uniti decide di non ricandidarsi.
Un leader che resta troppo a lungo al potere rischia, anche inconsapevolmente, di trasformarsi in un tiranno sostiene Washington, inaugurando una consuetudine non scritta della politica americana: non più di due mandati presidenziali.
La tradizione tiene per oltre un secolo. Thomas Jefferson (terzo presidente) segue l'esempio di Washington e si ritira dopo otto anni. Anche i presidenti successivi rispettano la convenzione, pur senza alcuna legge che lo imponga. Solo Ulysses S. Grant e Theodore Roosevelt cercano apertamente un terzo mandato, ma in quel caso sono gli elettori a sbarrargli la strada. Tutto cambia con l’arrivo di Franklin Delano Roosevelt: eletto nel 1932 nel pieno della Grande depressione il 32esimo presidente lancia un gigantesco piano di riforme (il New deal) che risolleva l’economia e lo rende popolarissimo. Trionfalmente rieletto nel 1936, nel 1940 quando il mondo era sull’orlo della Seconda Guerra Mondiale, rompe la tradizione dei due mandati e decide di ricandidarsi per la terza volta e poi ancora nel 1944 anche se morirà appena 82 giorni dopo la sua quarta vittoria elettorale.
Terminato il regno di Roosvelt si apre il dibattito sull’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un presidente che può governare potenzialmente per decenni, come un monarca.
Il Congresso decide così di trasformare la nobile consuetudine inaugurata da George Washington nel 22esimo emendamento (ratificato nel 1951) che vieta de jure l’esercizio di un terzo mandato. Da allora nessun presidente è mai rimasto alla Casa Bianca per più di otto anni.
Ma con Donald Trump le cose potrebbero cambiare. «Se mi eleggeste non avrete bisogno più di votare» è stato uno dei tormentoni dell’ultima campagna elettorale; una provocazione innocua secondo i suoi fan, un’inquietante disegno autoritario per i detrattori che lo paragonano all’amico Vladimir Putin. Nel 2020 il presidente russo ha indetto un referendum per abrogare la limitazione dei mandati e restare al potere almeno fino al 2036.
Da quando è stato trionfalmente rieletto Trump ha infatti alluso almeno tre volte a questa eventualità; il 13 novembre in un incontro con i deputati repubblicani ha detto di voler «inventare qualcosa» per restare più a lungo al potere, il 28 gennaio in un discorso a Miami ha evocato per la prima volta la possibilità di aggirare il divieto costituzionale, ribadendo il concetto lo scorso fine settimana: «Non sto scherzando».
Ci sarebbe infatti un “trucco” per bypassare il 22esimo emendamento. Farsi nominare vice dal prossimo presidente (JD Vance?) per poi ritornare al comando dopo il suo abbandono. Uno stratagemma che sfrutta le ambiguità del 22esimo emendamento: in teoria un vicepresidente che subentra a un presidente deceduto o dimissionario può restare in carica fino a dieci anni se gli restavano meno di due anni di mandato. Ma è una soluzione da escludere, talmente sembra assurda e legata a una serie di fattori imprevedibili.
Però anche la strada “dritta” non appare molto percorribile. Secondo la Costituzione Usa, per modificare un emendamento c’è infatti bisogno dell’approvazione dei due terzi del Congresso (66,7%) e della ratifica del 75% degli Stati, ovvero 38 su 50. Numeri politici di cui Trump non dispone e di cui probabilmente non disporrà mai.
C’è da dire che la contestazione del 22esimo emendamento, che Harry Truman, presidente in carica quando venne approvato dal Congresso, definì «il peggiore della Costituzione americana» non è un’esclusiva di Donald Trump e delle sue ambizioni ciclopiche. Anche Dwight D. Eisenhower era contrario alla limitazione che a suo parere poteva entrare in conflitto con la volontà popolare. Alla fine del suo secondo mandato Ronald Reagan si esprime apertamente per la sua abrogazione, sostenendo che è una disposizione che viola la libertà degli elettori di poter scegliere il proprio presidente e quindi lo spirito della Costituzione.
Anche il presidente democratico Bill Clinton ha proposto una modifica radicale dell’emendamento che prevede la possibilità di svolgere tre mandati ma non in maniera consecutiva, e questo in ragione di un allungamento dell’aspettativa di vita. Inoltre nel corso degli anni ci sono stati diversi tentativi di modificare l’emendamento da parte di esponenti del Congresso, peraltro in maggioranza appartenenti al partito democratico.
Insomma, i modi irrituali e talvolta violenti con cui Donald Trump annuncia di voler piantare le tende alla Casa Bianca chissà per quanto tempo ancora suscitano un timore comprensibile in America e nel resto del mondo, ma la messa in discussione del 22esimo emendamento non è certo un attacco finale alla democrazia americana o un reato di lesa maestà. È solamente una missione impossibile, anche per un politico estremo e volitivo come The Donald.