L’Ungheria ha annunciato il clamoroso ritiro dalla Corte penale internazionale (Cpi), in coincidenza con la visita a Budapest del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, contro cui pesa un mandato di arresto emesso dalla stessa Corte (assieme all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant) per i massacri compiuti dall’Idf nella Striscia di Gaza. Gergely Gulyas, capo di gabinetto del primo ministro Viktor Orbán è statoin tal senso chiarissimo: «Il governo avvierà da oggi la procedura di ritiro dalla Cpi, in conformità con il quadro giuridico internazionale».

Budapest, che in passato aveva lanciato pesanti bordate contro il tribunale dell’Aja accusato di essere «politicamente schierato», ha deciso di seguire la linea di Donald Trump, che lo scorso febbraio aveva imposto sanzioni alla Corte, definendo le sue azioni contro gli Stati Uniti e Israele «illegittime e infondate». Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, naturalmente elogia la decisione ungherese, lodando la «forte posizione morale» di Orbán, rimproverando alla Cpi di aver «perso la propria autorità morale», perché contesterebbe il diritto di Israele all'autodifesa. Il premier ungherese aveva invitato “Bibi” pochi giorni dopo che venisse spiccato il mandato di cattura, parlando apertamente di «decisione vergognosa».

C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine il premier israeliano è volato dal suo amico che lo ha accolto con tutti gli onori: «Benvenuto nel luogo più sicuro d’Europa». Netanyahu incassa e ringrazia: «La tua decisione è stata audace e coraggiosa, un’iniziativa di alti principi morali perché la Cpi è un’organizzazione corrotta che minaccia la democrazia». Orbàn ha poi accusato le «élite europee» di alimentare l’antisemitismo attraverso le politiche di accoglienza dei migranti in gran parte di religione musulmana, associando in una sola frase il suo sostegno al governo di estrema destra di Tel Aviv e la sua feroce opposizione all’apertura delle frontiere.

Stizzita la reazione della Cpi che ha ricordato come l'Ungheria continui ad essere obbligata a cooperare con l'istituzione. «In caso di dubbi sulla loro cooperazione con la Corte, gli Stati possono consultarla», ha affermato il portavoce Fadi El Abdallah, precisando che spetta alla Corte, e non ai singoli Stati, determinare la legittimità delle sue decisioni legali.

Per la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock la decisione di Budapest segna «una bruttissima giornata per il diritto internazionale» Da parte sua, ma questo era prevedibile, il Ministero degli Esteri dell'Autorità Palestinese ha condannato l’accoglienza di Netanyahu a Budapest: «Si tratta di un affronto alla giustizia e al diritto internazionale». In un comunicato, ha chiesto al governo ungherese di rispettare il mandato di arresto e di consegnare Netanyahu alle autorità giudiziarie, accusando la visita di incentivare l’impunità e di minare il processo di giustizia internazionale. L’Ungheria ha firmato lo Statuto di Roma (e cioè il trattato istitutivo della Corte penale internazionale) nel 1999, ratificato poi due anni dopo, durante il primo mandato di Orban.

Ma non ha mai convalidato la convenzione associata per ragioni di costituzionalità, e quindi sostiene di non essere per nulla obbligata a conformarsi alle decisioni dei giudici dell’Aja. Abbandonare la Cpi, a cui appartengono tutti i 27 membri dell’Unione europea, comporterebbe per Budapest prima l’approvazione di un disegno di legge attraverso il Parlamento, dominato dal partito Fidesz di Orban, e poi la notifica formale all’ufficio del segretario generale delle Nazioni Unite.

Il ritiro di uno Stato dalla Cpi ha effetto solo un anno dopo la presentazione di tale notifica. Ad oggi solo due Stati sono usciti formalmente dalla Corte penale internazionale: il Burundi e le Filippine.

Fondata nel 2002, la missione della Corte penale internazionale è quella di perseguire in particolare gli autori di crimini di guerra e contro l’umanità, quando i singoli paesi non hanno volontà oppure la capacità di aprire un procedimento giudiziario. Attualmente la Cpi conta 125 Stati membri che hanno ratificato lo Statuto di Roma.