Fa una certa impressione ascoltare Marine Le Pen che si paragona ad Alexei Navalny, il dissidente russo morto in una colonia penale della Siberia nel febbraio del 2024.

Se non altro perché la leader dell’estrema destra francese ha sempre avuto ottimi rapporti con il potere russo. Nel 2014 il suo partito, in grave difficoltà finanziaria, ha ricevuto un prestito di nove milioni di euro dalla First Czech-Russian Bank (regolarmente risarcito) e nel 2017 è stata ricevuta al Cremlino da Vladimir Putin in persona, che l’ha sostenuta apertamente nel la sua prima sfida contro Emmanuel Macron. Dopo l’invasione dell’Ucraina Le Pen ha sfumato le sue posizioni, criticando la guerra di Mosca ma schierandosi sempre contro le sanzioni internazionali. Meno putiniana di un tempo ma per ragioni di opportunità.

Intervenendo all’Assemblea nazionale Le Pen ha definito la sentenza che l’ha resa ineleggibile per i prossimi cinque anni «una attacco alla democrazia». Poi si è avventurata nel labirinto delle similitudini evocando l’arresto del sindaco di Istanbul Imamoglu principale oppositore del presidente Erdogan e, per l’appunto, il dissidente russo: «Come saremo in grado di proteggere persone come Navalny con un sistema del genere?» ha tuonato suscitando l’indignazione tra le fila della sinistra con il quotidiano Libération che l’ha addirittura definita «indecente».

Le accuse lanciate da Le Pen alla giudice Benedicte de Perthius, sono senz’altro scomposte e paragonare i tribunali russi a quelli di una democrazia come la Francia è una piccola grande bestialità. Senza contare che Navalny è morto e sepolto mentre lei è viva e vegeta. Ma la leader del Rassemblemnt National ha una sua parte di ragione.

Se la condanna in primo grado per appropriazione indebita di fondi europei appare giustificata da prove schiaccianti suffragate da decine di testimonianze ed è stata pronunciata codici alla mano, la decisione con cui de Perthius l’ha dichiarata ineleggibile non è un atto dovuto ma discrezionale come stabilisce con chiarezza la legge Sapin II (la Severino transalpina): «L’ineleggibilità di chi è condannato in primo grado non è obbligatoria, spetta al giudice stabilirlo» si legge nel testo.

Stiamo parlando di un verdetto pesante che la esclude dalle presidenziali del 2027 e che vanifica de facto la possibilità di ricorrere in appello. Le conseguenze e politiche in questo caso sono enormi calcolando che secondo i sondaggi Marine era la grande favorita. C’è da aggiungere un ultimo dettaglio: nelle motivazioni della sentenza il fatto che Le Pen sia candidata all’Eliseo viene descritto come un’aggravante il che ci pone di fronte al paradosso per cui l’unico modo di evitare l’ineleggibilità è non presentarsi alle elezioni.

Circostanze sottolineate anche da alcuni avversari politici di Le Pen, come il premier centrsta Francois Bayrou e il capo della sinistra radicale Jean Luc Mélenchon per quale l’esclusione di un candidato o una candidata dalle elezioni «non deve spettare ai giudici ma al popolo».

È in questo clima avvelenato che i sostenitori del Rassemblement National preparano per sabato prossimo una grande manifestazione nella capitale Parigi in solidarietà con la loro leader e contro i giudici “politicizzati”.

Frustrati e arrabbiati alcuni di loro hanno però passato il segno, lanciando sui social insulti e minacce di morte alla giudice de Perthius che è stata messa sotto la protezione di una scorta dal ministro dell’interno Gerald Darmanin.