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Sono trascorsi dieci anni dall’omicidio di Boris Nemtsov, leader liberal-riformatore nel quale milioni di russi riposero fiducia per una autentica svolta democratica. Nemtsov fu ucciso il 27 febbraio 2015 con quattro colpi di pistola alla schiena mentre passeggiava con la compagna sul ponte Bolshoi Moskvoretsky, ad alcune centinaia di metri dal Cremlino. Aveva 55 anni.
Nessuna cerimonia ufficiale per ricordare il politico scomparso. Vladimir Putin è intervenuto al consiglio direttivo dell’Fsb (i temuti servizi di sicurezza), cogliendo l’occasione per elogiare Donald Trump per il “pragmatismo” finalizzato a trovare una soluzione in Ucraina. Non sono mancate però manifestazioni ufficiose per ricordare Nemtsov. Una trentina di diplomatici, compresa l’ambasciatrice italiana Cecilia Piccioni, si sono recati sul luogo in cui fu ucciso l’ex vice-primo ministro per alcuni minuti di raccoglimento. I comuni cittadini che invece hanno deposto fiori sono stati allontanati dalle forze dell’ordine dai luoghi dei raduni. Decine le persone arrestate a Mosca e in altre città. Tra loro i giornalisti di RusNews, Yulia Petrova e Konstantin Zharov, fermati nella capitale russa e trasferiti in una stazione di polizia.
Nel 2008 Boris Nemtsov fu il primo a parlare della cosiddetta «via speciale» battuta dalla Russia di Putin già qualche anno prima, nel 2003, quando presero corpo le prime leggi liberticide, come quella che abolì le elezioni dei governatori. Un percorso agevolato dall’apatia e dal conformismo della società russa. Nemtsov fa coincidere la «via speciale» con i mali – ancora attuali – della Russia: violazione delle libertà civili, censura, assenza di legalità, corruzione, strapotere dei monopoli statali e conseguente lievitazione delle oligarchie. Una democratura coincidente con una «democrazia sovrana». Anche se, come ha precisato lo stesso Nemtsov in un suo libro del 2008, intitolato “L’inafferrabile Russia. Confessioni di un ribelle” (Spirali), «non esiste una democrazia sovrana: la democrazia o c’è o non c’è, e tutti i surrogati sono una palude in veste di dittatura».
Nella «democrazia sovrana» l’attuale boss del Cremlino ha solo in apparenza ossequiato la Costituzione. Una finzione politica esiziale per la libertà di parola e per il diritto all’informazione con l’applicazione sistematica della censura. Il controllo statale sui mass media più influenti, con la creazione di liste di proscrizione contenenti i nomi dei giornalisti non graditi, ha reso una farsa l’informazione. I «calzari altolocati» dell’ex tenente colonnello del Kgb Vladimir Putin hanno calpestato l’articolo 29 della Costituzione russa, che garantisce a ciascun cittadino la libertà di pensiero e di parola, il diritto a cercare, ricevere, trasmettere, produrre e diffondere informazione.
Boris Nemtsov non si è mai fatto illusioni. Il realismo, sbattuto in faccia anche ai suoi lettori, non dovrebbe, però, stroncare la speranza. Questa la profezia del politico ucciso dieci anni fa: le inclinazioni e le ambizioni morbose dello zar Vladimir «porteranno allo sfacelo il Paese intero». Quando la domanda di libertà e di democrazia aumenterà, con la consapevolezza che il regime instaurato si fonda sulla corruzione e sul divario tra poveri e oligarchi, pensare a un leader popolare non sarà un’eresia.
«A noi russi – scrive Boris Nemtsov – piace credere nei miracoli. All’improvviso comparirà un nuovo leader, il popolo all’improvviso aprirà gli occhi. Ma non possiamo ignorare il contesto storico. Cosa è di moda oggi in politica? L’infervorato vaneggiare sul grande impero, su uno sfondo di ipocrisia e di autocompiacimento. I liberali e i democratici non sono di moda. Da nessun punto di vista. Che fare, quindi? Impiccarsi per disperazione? Starsene con le mani in mano a ricordare un grande passato e singhiozzare davanti alle fotografie del presidente Eltsin?». Parole scomode.
Qualche giorno prima di essere ucciso, Boris Nemtsov aveva iniziato ad organizzare una manifestazione di protesta contro l’invasione in Crimea e nel Donbass. Il killer sparò sei colpi (quattro andarono a segno) senza lasciargli scampo. Anche per questo omicidio non mancarono le stranezze. Tutte le telecamere presenti nelle immediate vicinanze del luogo in cui avvenne l’agguato erano state spente per manutenzione. Un fatto davvero curioso, dato che le mura del Cremlino si trovano a poca distanza. Le autorità chiamate a fare chiarezza sull’accaduto si mostrarono pigre nel ricercare gli autori e i mandanti dell’assassinio. Ordinarono addirittura una perquisizione nell’appartamento di Nemtsov, dove sequestrarono documenti, computer e altri oggetti.
L’ondata di indignazione successiva alla morte dell’oppositore di Putin fece scendere nelle strade di Mosca decine di migliaia di persone. Il clamore scaturito dall’eliminazione di Nemtsov portò all’arresto di cinque cittadini ceceni; uno di loro confessò dopo essere stato torturato. Un rapporto dell’Assemblea parlamentare dell’Ocse del 2020 considerò Vladimir Putin il mandante dell’omicidio.
Su questo aspetto non mancò un atteggiamento contraddittorio e sprezzante del portavoce di Putin, Dmitrij Peskov – sì, proprio lui, sempre pronto ancora oggi a commentare le azioni belliche russe e le prese di posizione del boss del Cremlino –, il quale sostenne che Nemtsov non era «una minaccia» per la leadership russa, dato che era «poco più importante di un qualunque cittadino». Quindi, se il Cremlino si fosse trovato di fronte a una minaccia vera, sarebbe stato utile mettere per sempre fuori gioco Nemtsov? Un clamoroso autogol che non tenne conto della popolarità dell’esponente politico assassinato, che un anno prima della sua morte dichiarò alla Cnn: «Sono una persona famosa, quindi mi sento al sicuro. Se dovesse succedermi qualcosa, scoppierebbe uno scandalo non solo a Mosca, ma in tutto il mondo». Lo scandalo è avvenuto, ma le tenebre si sono impossessate della Russia.