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Sono un padre. Un marito. Vivo a Napoli. Sono innanzitutto un cittadino. E ho avuto modo di assistere, di seguire da vicino per ragioni familiari, una storia che può sembrare di ordinaria miseria borghese, di quel micragnoso egoismo che affligge la parte più ricca di una città dai mille volti. E invece è una storia che racconta molto della crisi fatale in cui è precipitata ormai da lustri, nel nostro Paese, la più importante delle istituzioni: la scuola.
Parliamo nello specifico di una scuola media. Un istituto della Napoli bene. Pubblico, ma scelto dalle famiglie dei professionisti, dei medici, della classe dirigente, magistrati e avvocati compresi. Non è, com’è ovvio, un’enclave chiusa ad altre estrazioni sociali. Ma certo i genitori che provengono dalle ville e dai parchi più ricchi, affacciati sulla più strabiliante delle vedute che sia forse possibile trovare fra le metropoli europee, ne sono per così dire gli azionisti di maggioranza.
Cosa è successo? In una seconda media, parliamo dunque di ragazzini, di dodicenni, un gruppo di maschietti si abbandona a uno sgradevolissimo scempio goliardico, una lettera terribile, anzi una cantilena, una filastrocca, composta coralmente e trascritta, in cui si fanno riferimenti ad autentiche tragedie familiari che hanno colpito, in particolare, alcuni compagni, e ad alcuni esponenti del corpo insegnante. Tre professoresse, tra gli altri, vengono coperte, nel “componimento”, di insulti e descrizioni rivoltanti, con riferimenti ai loro mariti, ai loro figli e figlie, in una turpitudine di sconcezze sessuali, incestuose, da far rabbrividire i più scafati tra gli adulti.
Una degenerazione machista precoce, certo. Ma preoccupante, almeno dovrebbe esserlo, per i genitori di questi sventurati ragazzi. E invece, proprio padri e madri dei più agiati, dei più fortunati fra questi giovanissimi cultori della morbosità turpiluoquiale, si presentano all’incontro col dirigente scolastico e gli insegnanti in assetto belligerante. Altro che porgere le scuse alle Prof scaraventate in versi più orrendi che sconci. Attaccano, e in qualche caso formulano diffide: mio figlio non c’entra, è colpa di quell’altro lì, quello che viene dalla famiglia meno in vista, un problematico – dicono – che ha influenzato gli altri, anzi ha fatto tutto lui.
Ora certo: lo scempio non è stato messo in una busta e indirizzato alla scuola o a uno dei docenti. Un altro Prof l’ha trovato per caso, tra i banchi. Il capolavoro non avrebbe dunque potuto integrare illeciti di alcun tipo, probabilmente, neppure se fosse stato scritto da maggiorenni.
Esisteva un problema di censura disciplinare: la condotta lesiva era di difficile configurazione, l’incolpazione, in termini “processuali”, era suscettibile di obiezioni. Ma il punto è che ai professionisti ricchi e agguerriti non è venuto in mente neppure per un attimo di commiserarsi per il trauma comunque arrecato alle insegnanti. Anzi le hanno sfidate, giù le mani dai nostri figli. Figurarsi se gli occhi e la ragione di quei genitori tutto sommato giovani, parliamo di papà e mamme degli allievi di una scuola media, sono stati pur lontanamente sfiorati dal cruccio dell’autorità sfigurata. Nessun pensiero, neppure il più lontano, per l’offesa comunque inflitta, pur senza “soggetti imputabili”, alla più sacra delle istituzioni, la scuola appunto. La scuola senza cui non esiste la civiltà. Senza la quale non avremmo avuto quel dono miracoloso che è stata la Grecia classica, la razionalità del pensiero occidentale, la filosofia, la politica, la democrazia. La civiltà appunto.
Niente. La scuola è un parcheggio. O al massimo, una palestra. Più o meno attrezzata, più o meno conveniente. E come per qualsiasi struttura a cui ci si rivolge con spirito e intenzione utilitaristici, non esiste il senso del rispetto o addirittura della deferenza. L’autorità è un concetto invisibile, sconosciuto. Al massimo esiste il concetto del potere: economico, sociale, e giudiziario: ti diffido dal mettere un voto in condotta negativo a mio figlio. Altro che chiederti scusa. E non lamentarti. O al massimo fallo con qualcun altro. Certo non con me, con mio figlio. Non ti permettere.
Risparmiamo, naturalmente, banalità sullo status legato alle retribuzioni. Negli anni Cinquanta gli insegnanti erano economicamente svantaggiati, rispetto ai professionisti o agli imprenditori, o semplicemente a chi è ricco di famiglia, esattamente come oggi. Ma erano entità semidivine. Temute. Riverite. Forse troppo. E che il ’68 abbia ripristinato quanto meno un minimo di ragionevolezza, nella relazione fra docenti e discenti, è una verità che nessun revisionismo potrà mai scalfire. Il classismo, per esempio, della scuola presessantottina era qualcosa di ributtante almeno quanto la filastrocca dei figli della Napoli bene.
Eppure la storiella insegna una cosa terribile. E cioè che la violenza a danno dei professori non è prerogativa delle borgate romane, dei Quartieri spagnoli partenopei, dell’hinterland milanese o della periferia di Torino, Genova, Reggio Calabria, Bari. No. C’è una violenza peggiore. È l’intimidazione rivolta ai professori dalla classe dirigente. Una violenza cieca. Arrogante. Che disconosce il ruolo e l’autorità della scuola in una forma dagli effetti ancora più devastanti del coatto che schiaffeggia il professore colpevole di aver rimproverato un figlio. È più devastante perché proviene dall’arroganza del potere. Dal classismo. Cioè da un’infezione che proprio il ’68 sembrava aver curato. E soprattutto, nelle famiglie della Napoli bene o della Roma bene sembra non esserci alcun rispetto per l’istituzione scolastica. E questo trasferisce il senso di una società disgregata in modo persino più plastico di quanto non si colga, per esempio, dal deserto della partecipazione alla politica.
È una società divorata dai social. Dalla banalità. Dall’odio. Dalla volgarità. Tutti vizi che peggiorano la vita degli individui e la dimensione collettiva. Ma che diventano inquietanti, terribili, quando quei tratti di disgregazione e di degrado dell’umano sono sovrastati dall’arroganza. Da una violenza che non tira ceffoni ma offende e colpisce le persone in modo ancora più profondo.