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French far-right leader Marine Le Pen reacts at the National Assembly during a session Tuesday, April 1, 2025 in Paris. (AP Photo/Michel Euler) Associated Press / LaPresse Only italy and spain
Siamo rimasti attoniti alla notizia dell’arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale oppositore di Erdogan, e tutti abbiamo pensato che costituiva l’ultimo, definitivo capolinea della democrazia turca: a causa di quell’arresto, Imamoglu non potrà più candidarsi alla presidenza a cui aspirava con buone chances di vittoria.
L’intervento “a gamba tesa” della giustizia turca, in questo caso “governativa”, rappresenta senz’altro un vulnus del confronto democratico, un’espropriazione della volontà popolare.
E che dire della condanna di Marine Le Pen accompagnata dal terribile accessorio della incandidabilità alle prossime elezioni presidenziali francesi che sino ad oggi la vedono come favorita?
La condanna parigina è manifestazione dello Stato di diritto, col primato della legge e dell’indipendenza dei giudici, mentre l’arresto turco – pure su ordine di un Giudice e per un’accusa legata alla “funzione” pubblica di Imamoglu – è la faccia terribile di un’autocrazia che somiglia sempre più ad una bieca dittatura?
Troppo semplice, troppo ardua una valutazione che adotti parametri di misura del tutto disomogenei, rischierebbe di risolversi in una sbrigativa autoassoluzione del sistema giudiziario ed istituzionale di un importante Paese della nostra Europa (e, quindi, in una certa misura, anche del nostro sistema) ignorandone gravi, pericolosi, sinistri scricchiolii.
Andiamo al punto: non possiamo accettare che il percorso di un importante leader proiettato verso la vittoria alle elezioni politiche venga silurato da un provvedimento giudiziario specie se intervenuto su una materia scivolosa, controversa, opinabile, legata all’esercizio del potere pubblico e ad un mandato politico – elettorale, come è per molti versi l’accusa mossa alla Le Pen (distrazione di risorse comunitarie non già per abbellire la propria casa o per concedersi una lussuosa vacanza ma per esigenze organizzative e politiche del proprio partito) al pari di quella mossa a Imamoglu (presunta corruzione quale Sindaco di Istanbul).
Condanniamo senza remore l’arresto dell’oppositore turco perché cogliamo il vulnus alla prossima competizione elettorale e perché ne individuiamo la causa in una manovra del capo del governo di Ankara che non vuole concorrenti pericolosi in giro.
Anche riguardo alla Le Pen sentiamo che la pena “accessoria” (e facoltativa) della ineleggibilità costituisce un vulnus al confronto elettorale seppure è giusto marcare la distinzione rispetto alla vicenda turca perché qui è da escludere che il governo, o il suo capo, abbia dettato ai Giudici francesi quella condanna: l’indipendenza del sistema giudiziario francese non è in discussione.
Questa distinzione, tuttavia, ci esime dall’affrontare il problema, ci consente di metterci la testa sotto la sabbia per non guardare al risultato, che è lo stesso in Turchia come in Francia?
Se in Turchia soffia un vento autoritario qui, da noi, nel nostro occidente, c’è un qualche altro tarlo che erode il sistema di garanzie e di libertà che “sono” la democrazia?
Diciamo le cose col loro nome: tra il sistema giudiziario e quello politico corre, in Francia come in Italia ed in diversi altri Paesi occidentali, una faglia, profonda ed insidiosa, la cui frattura rischia di far saltare la democrazia.
Quanti francesi penseranno che a seguito della condanna delle Le Pen le prossime saranno elezioni farsa? Tanti, forse troppi, e saranno così sempre di più quelli tentati dal fascino di derive ancora più sinistre, tutt’altro che democratiche, magari anche solo dall’idea di “imbavagliare” la giustizia, di piegarla all’esecutivo.
I Paesi dell’occidente devono mettersi alla ricerca di rimedi, non possono permettersi il rischio della perdita di credibilità del momento più sacrale di una democrazia che è appunto quello elettorale.
Bisogna ridurre l’indipendenza dei Giudici? Assolutamente no, finiremmo come la Turchia.
E’ invece necessario rivedere un sistema normativo che, nel tempo, è stato avvelenato dai frutti del giustizialismo o, meglio, del giustizial-populismo che, ad esempio, in Francia ha prodotto una norma come quella che consente di irrogare anticipatamente la pena accessoria della ineleggibilità che, guarda caso, corrisponde a quella che qui da noi prevede conseguenze simili per gli organi elettivi (Sindaci, Presidente di Regione) dopo una sentenza di primo grado per tantissimi reati.
Norme, queste, a suo tempo sponsorizzate anche dalla Le Pen -o, in Italia, dai di lei omologhi…- ma non possiamo consolarci pensando che chi è causa del suo mal pianga se stesso: i valori in gioco, che rappresentano le fondamenta della nostra stessa convivenza, non lo consentono.
Sotto un profilo più generale andrebbe ripensata la figura del “pubblico ufficiale”. Un conto è il funzionario, il dirigente, il dipendente della pubblica amministrazione, un conto è chi ricopre una carica elettiva, chi svolge funzioni pubbliche perché chiamato dai cittadini.
Gli atti che quest’ultimo ponga in essere nell’ambito della sua azione politica e che non rappresentano arricchimenti personali (penso ad esempio a tutte le ipotesi di reato “distrattive” di risorse pubbliche per finalità pur sempre pubblicistiche seppure diverse da quelle legislativamente previste) non possono comportare le conseguenze in cui è incorsa la Le Pen o, in Italia, da ultimo, l’ex presidente della Liguria.
E, soprattutto, i diritti elettorali, ed in primo luogo quello passivo, non possono essere lasciati alla mercè della più cavillosa delle inchieste: l’elettorato è parte essenziale dello “status” del cittadino e può essere limitato solo in situazioni assolutamente eccezionali, per fatti, oramai incontestabili, di assoluta gravità, del tutto incompatibili con lo svolgimento di qualsiasi funzione di rappresentanza.
Già, la rappresentanza! Un principio trascurato, pretermesso, bistrattato, mortificato sull’altare di altri valori, a cominciare da quello di un malinteso legalitarismo.
Si può, almeno qui, gridare che la rappresentanza, più di tanti altri principi, è alla base di una vera democrazia?