Trump ha deciso. Ha messo l’America davanti a tutto il resto (Make america great again) e imposto i dazi a mezzo mondo. Ha fatto capire che il Novecento è finito, e non l’ha detto con una conferenza o una dichiarazione all’ONU. Lo ha annunciato con una lista di paesi e di prodotti da colpire, con cifre, percentuali, codici doganali. Il nuovo ordine mondiale comincia così: con una fattura da pagare e una promessa che sa di minaccia.

Il mondo occidentale, quello che aveva inventato il commercio internazionale come strumento di pace, si risveglia oggi in uno scenario di guerra economica permanente. Una guerra a freddo che congela le relazioni, ristruttura le alleanze, ribalta il gioco. L’America di Roosevelt e Truman, quella dei piani Marshall, ha il volto contratto di Trump, che non è pazzo, non è incosciente, non è improvvisatore: è, semmai, il più lucido dei demolitori.

Trump ha messo in cantina il ruolo storico dell’America. Ha rotto con l’idea che gli Stati Uniti debbano essere il motore morale del mondo. Non vuole più insegnare, non vuole più difendere. Vuole vincere. Vuole il saldo commerciale, vuole il primato economico, vuole far pagare il prezzo dell’alleanza a chi ha pensato di approfittarne. L’Europa è il primo bersaglio, ma anche l’Italia è nel mirino, a questo punto deve averlo capito anche la premier Meloni.

Ma attenzione: Trump non arriva dal nulla. È il prodotto – reattivo, imperfetto, brutale – di un ventennio di globalizzazione vissuta come invasione, come impoverimento, come ingiustizia. Le fabbriche americane chiudevano, le imprese del Midwest traslocavano in Messico o in Cina, i titoli salivano a Wall Street mentre le comunità operaie del cuore del Paese affondavano. Quella ferita non l’ha rimarginata nessuno. E soprattutto non l’ha rimarginata la sinistra, che ha preferito benedire le architetture iperliberiste assitendo senza batter ciglio, senza mezza proposta, all’impoverimento delle classi medie e dei quartieri popolari. Nessuna risposta. Nessuna ricetta. Nessun piano. Solo silenzio. E allora è stata la destra a occupare quello spazio, con la sua ricetta chiusa, punitiva, reazionaria.

Trump è una risposta. Sbagliata probabilmente. Chiusura al posto di apertura, dazi invece che politiche industriali, muri al posto di ponti. Ma una risposta. Con le tariffe doganali spera di riportare le fabbriche in patria, di riscrivere il disegno industriale degli Stati Uniti. I critici avvertono: aiuterà qualcuno, distruggerà altro. Le imprese che dipendono da componenti esteri andranno in crisi. Le interdipendenze si spezzeranno. Il sistema soffrirà.

Ma il punto politico resta. Trump ha ascoltato un grido che altri hanno ignorato. Ha capito che il libero scambio ha avuto vincitori e vinti, e ha scelto di punire chi prima è stato premiato. È il protezionismo come vendetta sociale. Come rivincita politica. Come progetto di potere.

I sovranisti europei, che si erano illusi di trovare in Trump un alleato naturale, si scoprono improvvisamente traditi dalla propria ideologia. Pensavano che il nazionalismo economico fosse una bandiera da sventolare nelle piazze mentre in realtà era una catena. La Francia si barrica. La Germania investe centinaia di miliardi per armarsi. E l’Italia? L’Italia sbanda.

Giorgia Meloni, che aveva coltivato la relazione personale con Trump come un investimento a lungo termine, oggi conta i danni. Aveva scommesso su un rapporto fiduciario, pensava che la politica estera potesse essere una cena, una stretta di mano, una battuta a microfono spento. Invece Trump ha dimostrato che le strette di mano non contano niente. Contano i dazi. Contano gli interessi. Contano gli Stati Uniti. Solo gli Stati Uniti.

E allora sì, siamo più soli. Ma forse per la prima volta consapevoli. Siamo usciti dalla storia della protezione americana. Non ci sarà più il vigile del mondo a regolare il traffico. Ci sarà il far west, e ognuno dovrà vedersela da sé. L’Europa, se vuole sopravvivere, dovrà fare l’Europa. E l’Italia dovrà scegliere se restare l’ultima provincia dell’impero oppure diventare Stato adulto. Niente illusioni: la partita sarà complicata, dolorosa, ma è quella che la storia ci ha messo sul tavolo. Trump ci ha tolto il paracadute. Adesso si impara a volare o si va giù.