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GIOVANNI FALCONE
Il dottor Giancarlo Caselli, che è stato un importante procuratore della Repubblica, nella chiusura di un suo scritto sul Fatto quotidiano di oggi (“Così il governo ‘ruba’ la memoria di Falcone”) chiede di essere perdonato se, contrariamente alle sue abitudini, è costretto a scomodare la memoria di un magistrato morto per esprimere le proprie ragioni.
Noi pensiamo che ne abbia tutto il diritto e che non abbia nulla da farsi perdonare. Perché la vita e l’intero percorso professionale di un uomo che è stato grande è patrimonio di tutti. E c’è da essere fieri, anche da parte di chi preferisce considerarsi ”cittadino del mondo”, del fatto di essere italiani non soltanto per Galileo Galilei e Leonardo Sciascia, cui ognuno può aggiungere i propri “santini”, ma anche per i due martiri della mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Per questo stupisce il fatto che il dottor Caselli si lasci trascinare dallo stile dell’organo di stampa su cui scrive fino a contestare il diritto di un partito che ha fin dalla sua fondazione nelle proprie impronte digitali la riforma della giustizia e in particolare quella sulla separazione delle carriere tra l’organo dell’accusa e il giudice che, come dice l’articolo 111 della Costituzione, deve essere imparziale e terzo, a considerare Falcone un proprio alleato e ispiratore.
Naturalmente al dottor Caselli può non piacere Forza Italia e neanche il suo fondatore Silvio Berlusconi. Il quale, è vero, è tecnicamente un “pregiudicato”, anche se molti pensano che la sua condanna per frode fiscale sia stata il risultato di un processo ingiusto e artefatto. Inoltre non spetta a noi ricordare a un insigne giurista un altro principio della nostra carta massima, che la responsabilità penale è personale.
Per quale motivo, quindi, il partito di Forza Italia, cui si deve principalmente il fatto che il Parlamento abbia già votato in prima lettura la riforma sulla separazione delle carriere, non dovrebbe avere il diritto di citare un nobile precursore di questa riforma come il giudice Giovanni Falcone? È o non è, questo grande magistrato, patrimonio della nostra cultura giuridica come Calamandrei, oppure lo dobbiamo trattare come un dio minore? E se è così, il suo ricordo e il suo nome non dovrebbero essere patrimonio di tutti? O vogliamo degradarlo a feticcio di proprietà di una sola parte politica?
Un chiarimento è inoltre necessario. Magistrati in buona fede come il dottor Caselli, ma anche suoi ex colleghi sindacalisti più abituati a fare i furbetti, non riescono ad ammettere il fatto che Giovanni Falcone sulla necessità di questa riforma, che speriamo veda presto la luce, non era d’accordo con loro.
E non vale cercare di confondere le acque con la separazione delle funzioni. Quella su cui il procuratore Caselli oggi si dice d’accordo, forse dimenticando che quando la propose per primo proprio Berlusconi con il disegno di legge che porta la firma del guardasigilli Roberto Castelli, la Anm proclamò due scioperi, e lo stesso fece nei confronti della ministra Marta Cartabia, che alla fine ha centrato l’obiettivo.
Le parole di Falcone non riguardano le funzioni, ma le diverse carriere tra magistrati. E sono inequivocabili. Noi vogliamo ricordarle in modo esteso, in modo che non si dica che abbiamo arbitrariamente “estrapolato”. Siamo nel 1991, è da poco entrato in vigore il codice Vassalli che ha accantonato la vecchia inquisizione e introdotto il sistema accusatorio. Così parla il magistrato.
«Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono quindi esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano in realtà indistinguibili gli uni dagli altri. Chi come me richiede che siano invece due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo».
Queste parole dovrebbero essere incise nei programmi di tutti i partiti italiani e non solo in quello di Forza Italia. Per far uscire il nostro Paese da un’anomalia che lo rende unico nel mondo occidentale. E avvicinarlo alla civiltà giuridica di paesi come Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Canada, Giappone, eccetera. Ma soprattutto il pensiero di Falcone dovrebbe essere il vangelo dell’Associazione dei magistrati. Se non sono allineati su questi principi, abbiano il coraggio di dire a voce alta di non essere d’accordo con colui di cui tengono la fotografia nell’ufficio come proprio simbolo ispiratore. Se poi qualcuno vuole avanzare l’obiezione del dottor Caselli, il quale scrive che Falcone parlava così perché non aveva ancora visto “Tangentopoli” e “Mafiopoli”, beh diciamo che si tirerebbe, come si dice tra noi al bar, la zappa sui piedi. A meno che quel qualcuno non abbia dimenticato i giochetti di procura per scegliersi un unico gip, come ha denunciato per esempio il giudice Guido Salvini, o il ritrovamento tra le carte processuali di appunti che il pm inviava al giudice spiegandogli quello che doveva fare, o il disastro di processi di mafia come quello chiamato “Trattativa”, con le tante assoluzioni di persone per bene, nei cui confronti nessun giudice per anni si era discostato dal rappresentante dell’accusa.
Nessun furto quindi, gentile dottor Caselli, ma una ”appropriazione debita” di Giovanni Falcone come patrimonio di un’intera comunità.