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CARCERE SAN VITTORE
Un weekend di sangue, l’ultimo atto di una strage senza fine. Ventiquattro suicidi in tre mesi, tre dei quali consumati in appena 24 ore. Nelle carceri italiane, da Nord a Sud iper affollate, si continua a respirare aria di morte, dove la disperazione si trasforma in un gesto estremo. Un bollettino di guerra che macchia la coscienza di un Paese immobilizzato tra indifferenza e propaganda politica.
Tutto inizia domenica mattina, quando l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, presidente dell’Osservatorio carceri delle Camere Penali, annuncia con «enorme sofferenza» la morte di un giovane egiziano di 28 anni, senza fissa dimora, rinchiuso nel carcere di Trieste. A informarlo è l’avvocato Enrico Miscia, difensore del ragazzo.
La sua colpa? Aver «rubato uno zainetto in un bar». Per questo era in custodia cautelare, in un istituto con un tasso di sovraffollamento del 169%. Nei giorni precedenti, il giovane era stato aggredito e isolato. Giovedì aveva tentato di impiccarsi, trovando però ancora la forza di resistere. Portato in ospedale, domenica mattina ha chiuso gli occhi per sempre. «Una misera esistenza terrena», la definisce Catanzariti, mentre denuncia l’ipocrisia di una politica che, invece di intervenire, alimenta – attraverso taluni magistrati – lo stigma delle “celle aperte” e della necessità di maggiore isolamento.
Poche ore dopo, è la volta di Genova. Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria, rivela la morte di un detenuto italiano di 70 anni, trovato impiccato nella cella della Casa circondariale di Marassi. Condannato fino al 2033 per reati contro il patrimonio, l’uomo aveva da poco spento le candeline del compleanno. I soccorsi sono stati inutili.
«A Marassi ci sono 670 detenuti per 534 posti, con 330 agenti contro i 551 necessari», spiega De Fazio, sottolineando come il carcere ligure sia un simbolo del collasso nazionale: carenze strutturali, personale allo stremo, attrezzature insufficienti. «Sono ben altre le misure necessarie, non certo quelle della mozione approvata dalla maggioranza alla Camera», attacca il sindacalista, riferendosi a un testo definito «minestra riscaldata», incapace di affrontare l’emergenza. Con 16mila detenuti in eccesso e 18mila agenti mancanti, i nuovi padiglioni promessi dal ministro Nordio appaiono «una goccia in un oceano».
La notte di domenica, il terzo suicidio: un uomo muore nel carcere di Avellino. Aldo Di Giacomo, segretario generale dello Spp, traccia un bilancio agghiacciante: «Tre morti in un giorno, sei negli ultimi otto giorni, 24 dall’inizio dell’anno. Con questo trend supereremo il record del 2024, quando morirono 91 persone. Morire in carcere non può essere un evento ordinario».
I numeri urlano. Le carceri italiane ospitano 16mila detenuti oltre la capienza, mentre il personale penitenziario è ridotto al lumicino. A Trieste, Genova, Avellino, come in molti altri istituti, si vive ammassati in celle malsane, senza assistenza adeguata, spesso vittime di violenze o abbandonati a se stessi. Eppure, la risposta delle istituzioni sembra ferma al Medioevo: più repressione, più silenzio. Lo dimostra la mozione approvata alla Camera, definita da De Fazio «inutile» e «retorica», mentre il ministro Nordio promette nuovi spazi, vecchio mantra che ha attraversato intere legislature. Intanto, ogni mese, 300 nuovi detenuti si aggiungono a un sistema già allo sfascio.
Andando ad analizzare i dati, emerge che la maggior parte dei sucidi sono avvenuti nel circuito della media sicurezza, cioè in sezioni a custodia chiusa, tra cui celle di isolamento o ad alto rischio. In queste celle sovraffollate la maggioranza dei detenuti vive, per oltre 20 ore al giorno ed esce solo nelle cosiddette “ore d’aria”. Troppi detenuti vengono, di fatto, lasciati soli con la loro disperazione. Sovraffollamento che paradossalmente convive con l’isolamento psichico coatto. Sebbene non vi sia una correlazione diretta, è impossibile ignorare il legame tra suicidi e condizioni carcerarie. Lo ha confermato autorevolmente il Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno 2024: «L’alto numero di suicidi è indice di condizioni inammissibili».
«Dalle nostre prigioni sale un puzzo di morte insopportabile», denuncia l’avvocato Catanzariti. Un fetore che macchia la democrazia, le istituzioni, ogni cittadino che preferisce voltarsi dall’altra parte. Mentre il Paese si divide su polemiche strumentali, come il recente caso del manifesto di Ventotene, nelle celle si consumano tragedie annunciate. I detenuti non sono numeri: sono il giovane migrante recluso per uno zainetto, l’anziano condannato a marcire per reati minori, l’uomo senza nome di Avellino. Vittime di un sistema che trasforma la pena in tortura, in un Paese dove persino i magistrati “telegenici” giurano che «c’è ancora posto per i delinquenti».
«Occorre fermare la scia di morte», implora De Fazio. Servono deflazione del sovraffollamento, più agenti, assistenza sanitaria reale, riforme strutturali. Ma soprattutto, serve rompere il muro di indifferenza. Perché ogni suicidio è un fallimento collettivo, un’ammissione di barbarie. Morire in carcere non è un destino inevitabile. È anche una scelta politica. E finché il Parlamento preferirà ascoltare i “mestatori di professione” anziché il rumore dei corpi che cadono, lo Stato resterà complice di questa mattanza.