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CARCERE SAN VITTORE POLIZIA PENITENZIARIA
Obbligo di avere i capelli sempre ben puliti e, se tinti, di colore naturale. Le donne, in particolare, dovranno avere unghie impeccabilmente curate, con uno smalto che sia sobrio. E fuori servizio? Divieto di eccentricità, silenzio imposto sui disagi delle carceri, divieto di commenti irriverenti sui social. Non solo detenuti nel mirino, con il nuovo reato di rivolta che criminalizza anche proteste pacifiche, ma anche agenti penitenziari stretti in una morsa di regole che, come denuncia il segretario Uilpa Gennarino De Fazio, «sono un attacco alle libertà costituzionali».
Parliamo di una recente bozza del nuovo regolamento di servizio del corpo di Polizia penitenziaria, che contiene delle modifiche rispetto all’attuale. Come si legge nel documento, inviato alle rappresentanze sindacali, la revisione è stata effettuata da parte del gruppo di lavoro presieduto dall’attuale capo del Dipartimento penitenziario facente funzioni e coordinato dal direttore generale per la gestione dei beni e servizi e degli interventi in materia di edilizia penitenziaria. L’8 febbraio scorso sono scaduti i termini per far pervenire le osservazioni e, ancora a oggi, non risulta convocata una riunione per discutere di questa bozza.
Leggendola, è impossibile non scorgere che questi dettagli estetici paternalistici (sobrietà delle unghie, divieto di capelli eccentrici) si intrecciano a singolari divieti: parlare con giornalisti, attivisti o personalità storiche, come Rita Bernardini di “Nessuno Tocchi Caino”, dei problemi interni potrebbe diventare un’infrazione; i social vengono trasformati in campi minati, dove ogni commento “irriverente” nei confronti dell’istituzione è sanzionabile. E, come già detto, mentre i detenuti dovranno affrontare un inasprimento carcerario (la rivolta ora include atti non violenti), gli agenti saranno costretti a una doppia prigionia: uniformare corpo e pensiero, dentro e fuori dal lavoro.
Se il linguaggio è un atto politico, la bozza del nuovo Regolamento penitenziario tradisce un’ossessione: trasformare il corpo degli agenti di Polizia penitenziaria in un manifesto di disciplina. Non solo divieti estetici (“capelli puliti, tinte naturali, unghie femminili sobrie”), ma una biopolitica del controllo che invade la sfera privata. Interessante la lettera della Uilpa Polizia penitenziaria che, nell’elenco dettagliato di osservazioni, smonta articolo per articolo questa architettura, rivelando un paradosso: norme presentate come “modernizzazione” rischiano di riportare il Corpo a un’era pre-costituzionale.
L’articolo 13 è un manifesto di ambiguità: impone agli agenti, anche fuori servizio, una “condotta irreprensibile” che eviti “pregiudizi all’amministrazione”. Per la Uilpa questa formulazione vaga – non definisce cosa sia “pregiudizievole” – potrebbe criminalizzare persino la partecipazione a scioperi o cortei sindacali. Un agente in libera uscita che indossa una maglietta di protesta diventerebbe, teoricamente, sanzionabile. E qui la critica si fa radicale: si sta equiparando la libertà sindacale a un atto di insubordinazione?
Nell’articolo 15, il dettaglio sui “capelli puliti” suona alla Uilpa come una «caduta di stile offensiva». Ma è il comma 5 a innescare la miccia: impone di evitare “eccentricità ed eccessi” anche fuori servizio. Una clausola che, secondo il sindacato, viola l’articolo 21 della Costituzione (libertà di espressione). «Vuol dire che un agente con un tatuaggio visibile al mare, in vacanza, può essere sanzionato?», chiede implicitamente la lettera. Il controllo estetico, insomma, non è neutro: è un dispositivo di normalizzazione che colpisce soprattutto le donne, con prescrizioni sulla cura delle unghie dai toni da manuale di bon ton anni ‘50.
L’articolo 17 (“Uso dei social media”) è una minaccia in codice: vieta post “irriverenti”, senza specificare cosa sia irriverente. La Uilpa chiede la cancellazione totale della norma, definendola «censura preventiva». Il motivo? Già oggi esistono leggi che puniscono diffamazione o abusi, ma qui si introduce un reato di opinione camuffato da decoro. Un agente che twitta contro il sovraffollamento delle carceri potrebbe finire nel mirino. E il silenzio, così, diventa obbligo. Con l’articolo 20, il divieto di divulgare “eventi, servizi, provvedimenti” a estranei assume contorni orwelliani. In effetti, rappresenterebbe un boomerang pericoloso: come denunciare abusi o emergenze se è vietato persino parlarne? Un articolo che rischia di trasformare gli agenti in guardiani del segreto.
Mentre si disciplinano smalti e capelli, l’articolo 36 dimentica di imporre ai comandanti l’obbligo di garantire “idoneità di caserme e mense”. La Uilpa ricorda che molte strutture sono insalubri, e lo scandalo è duplice: si controlla l’estetica dei corpi, ma si tollera il degrado degli spazi. Un simbolo di priorità capovolte, dove il decoro umano viene dopo quello formale. Da un lato, si invoca una “professionalizzazione” del Corpo; dall’altro, lo si infantilizza (così come avviene con i detenuti) con divieti paternalistici. Si chiede trasparenza alle istituzioni, ma si impone il silenzio agli agenti. Si pretendono standard estetici impeccabili, mentre le caserme e le carceri crollano.