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Suor Paola (Mauro Scrobogna /LaPresse)
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell'Ordinamento. Rebibbia, 2 aprile 2025
92° giorno di carcere.
Suor Paola è morta, questa dolorosa notizia è rimbalzata anche nelle nostre celle, coinvolgendo non solo laziali ma anche tanti romanisti. Ma fa un po’ impressione che i giornali riportino questa notizia nelle pagine sportive, rimandando all’intensa tifoseria sportiva che ha caratterizzato questa donna eccezionale.
Certo, questo è quello che l'ha fatta conoscere al grande pubblico, rendendola un “personaggio mediatico”, ma per Lei è stata la leva per lanciare una grande attività sociale e una sincera opera di evangelizzazione. Lo disse con la sua consueta franchezza: “lo ho pensato che (andare in televisione a parlare di calcio) potesse essere una porta aperta per far crescere progetti di volontariato”. Perché Suor Paola è stata la fondatrice e la guida della So.Spe (Solidarietà e Speranza), un’organizzazione di volontariato fondata nel 1998 che ha aperto - letteralmente lavorando con le sue mani, raccogliendo i finanziamenti senza sussidi pubblici - centri di solidarietà e di accoglienza dove, nel corso degli anni, hanno trovato rifugio donne maltrattate con i loro bambini, immigrati, anziani, padri separati e persone senza fissa dimora.
Perché Suor Paola, insieme a Padre Vittorio, è stata un sostegno e una guida spirituale per i detenuti di Regina Coeli. Perché Suor Paola ha promosso centinaia di tour di solidarietà nelle periferie romane portando generi alimentari e aiuti materiali agli indigenti, organizzando ogni anno il più affollato spettacolo di solidarietà - quasi sempre condotto dal suo amico interista Paolo Bonolis - della nostra Capitale.
E, per quasi quindici anni, seduto in prima fila al suo fianco c’ero io. Non solo quando ero Sindaco - e la potevo aiutare (come avevano fatto prima di me i miei predecessori Rutelli e Veltroni) ad aprire i suoi centri di solidarietà nella Città - ma anche quando non avevo nessuna carica istituzionale e, ancor di più, quando era cominciato il lungo calvario giudiziario che mi ha portato in questa cella di Rebibbia. Capite? Io ero accusato delle cose più gravi e assurde, quelle da cui sono stato prosciolto o assolto molti anni dopo, ma proprio per questo Lei mi voleva al suo fianco, mentre magari dall'altro lato c’erano Maria Elena Boschi, o Carlo Calenda o qualche assessore del Partito Democratico.
Insomma, Suor Paola non apparteneva certo a quella categoria di opportunisti che ti esaltano (magari anche con qualche finalità positiva) quando sei potente e ti abbandonano discretamente quando sei in disgrazia. Non è certo un caso che sono stato nelle sue strutture, quando ho voluto o dovuto fare volontariato sociale. Ma ancora non ho detto tutto, anzi ho detto pochissimo.
Suor Paola sprigionava nella sua massima intensità quel carisma cristiano che porta gli umili a diventare forti, i semplici a sfidare i dotti e i potenti. Ti guardava in faccia e ti chiedeva, ogni giorno, cosa stavi facendo per essere una persona umana degna di questo nome. Te lo chiedeva anche senza parlare, semplicemente guardandoti in faccia, ed eri “costretto” a rimboccarti le maniche per metterti a costruire o a lottare. Poi scoppiava a ridere come una bambina dispettosa, perché il suo Cristianesimo non è mai stato un cristianesimo triste, nei talk show televisivi come in mezzo ai drammi dell’umanità.
Con lei la retorica buonista e melensa non attaccava, contavano solo i fatti e la gioia di vivere in mezzo alla gente. Quindi Suor Paola, al secolo Rita D’Auria, ragazza calabrese diventata suora a vent’anni contro la volontà della famiglia, morta esattamente nel ventennale di San Giovanni Paolo II di cui era una granitica seguace, è una Santa. Non solo sui campi di calcio, ma nelle carceri e per tutta Roma. Ieri glielo dicevo fingendo di scherzare, oggi ne sono assolutamente sicuro. Il suo sguardo non ha cessato di trafiggermi.