Una “minoranza penitenziaria”. È ciò che sono le donne nei nostri istituti di pena, una manciata di dati irrilevanti tra i numeri spaventosi delle carceri. Secondo l’ultimo aggiornamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 gennaio 2025 le donne recluse erano 2.718 su 61.916 detenuti, di cui 11 madri e 12 bambini. Una percentuale minima, ferma negli anni sotto il 5 per cento.

Al momento solo tre carceri, in Italia, sono interamente femminili e si trovano a Trani, Roma e Venezia. Questi istituti ospitano circa un quarto delle donne detenute, tutte le altre si trovano nelle sezioni loro dedicate nei penitenziari maschili. Poi ci sono gli Icam, gli istituti a custodia attenuata che ospitano le detenute madri con figli al seguito.

«Il numero di donne detenute è nettamente inferiore a quello degli uomini, con evidenti ricadute per quanto concerne la collocazione sul territorio, i trattamenti previsti e applicati, la vita carceraria in generale, i percorsi rieducativi nel loro complesso applicati e le risorse economiche adoperate; tutti elementi che risultano parzialmente compromessi», spiega Antigone nel primo rapporto sulle detenute in Italia fermo al 31 gennaio 2023.

Le donne delinquono meno e sono considerate meno pericolose. Non rappresentano un “fenomeno” di cui preoccuparsi. E quindi sono sparpagliate sul territorio nazionale dove si può e come si può, lontane dai propri affetti e da quel legame con il mondo di fuori che rende possibile sopravvivere al dentro. Soffrono l’isolamento, dentro i reparti delle carceri maschili. Che sono istituti pensati a misura di uomo anche dal punto di vista architettonico.

Per loro, le donne, la pena è doppia. Perché non esistono più di quanto non esistano gli altri detenuti ammassati nelle nostre celle. «Il sistema penale investe la maggior parte delle risorse sul controllo della devianza maschile e sul mantenimento dell’ordine, relegando il sistema detentivo femminile a una spesa residuale. In altre parole le donne hanno spazi più piccoli, minore possibilità di risposta ai bisogni specifici, meno strutture e quindi meno possibilità di scontare la pena vicino al territorio in cui si hanno reti familiari e sociali», spiega ancora Antigone.

Da questo punto di vista è emblematico ciò che è successo la scorsa primavera nel carcere femminile di Pozzuoli, chiuso a maggio 2024 per l’intensificarsi dello sciame sismico nell’area flegrea. Costrette ad evacuare dopo le forti scosse del 20 maggio, le 140 detenute ospitate nell’istituto campano hanno passato insieme alle agenti penitenziarie un’intera notte all’addiaccio, all’esterno del carcere, in attesa di conoscere il proprio destino.

Come ha raccontato in quelle ore drammatiche a Radio Vatican News don Fernando Carannante, cappellano del carcere da 24 anni, le recluse sono salite sugli autobus per essere trasferite in altri istituti della Campania e d’Italia, da Perugia a Milano. Smarrite, catapultate d’improvviso lontano dai propri affetti e costrette a lasciare le attività lavorative disponibili sia in carcere che nei contesti vicini alla casa circondariale di Pozzuoli. Una delle poche strutture in Italia dedicate alla detenzione femminile, che prevede programmi di reinserimento al lavoro grazie a una sartoria e alla torrefazione delle Lazzarelle.

Anche a Venezia, l’istituto femminile della Giudecca si contraddistingue per le attività volte alla rieducazione e al reinserimento sociale attraverso i laboratori di cosmetica, cucina e sartoria disponibili in carcere. Qui le detenute lavorano all’orto nell’azienda agricola interna all’istituto, imparando mestieri che potranno essere loro utili una volta uscite. Anche se i problemi non mancano. «Il carcere femminile è diverso da quello maschile, è più complesso, comunque le celle sono aperte dalle 8 alle 20, e la zona d’aria è più grande di altre carceri, al contempo, la struttura è vecchia e le celle possono ospitare anche 8-9 persone insieme. La convivenza e la condivisione degli spazi diventano complicate, soprattutto la sera, e lì, dipende tutto dalle persone e da come reagiscono, da che dinamiche si instaurano», spiegava suor Anna Follador della cappellania penitenziaria di Venezia dopo la visita del Papa nell’aprile 2024.

Le cose si complicano quando si ha a che fare con le sezioni femminili, laddove diventa più complicato attivare corsi e laboratori specifici, dal momento che il regolamento penitenziario nega l’accesso alle strutture comuni per evitare la promiscuità. La criticità maggiore riguarda l’offerta scolastica, che secondo i dati raccolti da Antigone si interrompe generalmente nei gradi inferiori di istruzione e decresce man mano che si procede verso i gradi più alti. «Non c’è motivo di supporre che le donne siano meno interessate ai corsi di istruzione di secondo livello - si legge nel documento -. La verità è che questi, negli istituti più piccoli, generalmente non esistono, spesso con la giustificazione che non ci sono abbastanza donne interessate alla loro attivazione». «La domanda di istruzione dunque c’è - si sottolinea ma non basta per generare una risposta adeguata. Questo, più forse di altri, è il contesto in cui le donne scontano il loro essere esigua minoranza nella comunità penitenziaria».

Un capitolo a parte riguarda il sostegno psicologico e l’accesso alle cure, che per le donne significa anche poter ricevere attenzione rispetto alla propria salute ginecologica, con la possibilità di effettuare degli esami di screening periodici. Tutte criticità che affliggono il mondo penitenziario in generale, e che andrebbero affrontate anche attraverso una prospettiva di genere.

Il nodo, in generale, riguarda la mancanza di una regolamentazione della detenzione femminile: l’ultima norma risale al 2015, la legge Gonnella. Dopo la quale c’è stato un regolamento di esecuzione che si limita a dare istruzioni su questioni molto pratiche come l’igiene personale e il vestiario, con indicazioni che poi vengono applicate in ciascun carcere con regolamenti propri. Si tratta di poter avere con sé in cella oggetti personali, simboli della propria affettività, creme depilatorie, smalti, deodoranti, assorbenti. Tutto ciò che non rientra nel vitto e che le detenute non possono permettersi di acquistare allo spaccio.

“Dettagli” apparentemente superflui, e che invece hanno a che fare con la dignità della persona e con la specificità della detenzione femminile. Un aspetto che in carcere sparisce del tutto, per la natura stessa dell’istituzione penitenziaria: «Il carcere è, per definizione, sistema limitativo - riassume Antigone -: luogo fisico e simbolico che ha bisogno di regole per dare omogeneità e ordine alla vita. Esso è in sé inadeguato a prendere in conto le differenze».