PHOTO
Sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella professione forense si è focalizzato uno dei capitoli del rapporto sull’Avvocatura 2025, redatto da Cassa Forense in collaborazione con il Censis. Gli avvocati si trovano oggi ad affrontare sfide e opportunità straordinarie offerte dal progresso tecnologico. L’utilizzo di intelligenza artificiale nella professione forense, in base all’istantanea scattata da Cassa Forense e Censis, sembra essere un fenomeno in evoluzione, caratterizzato da un’adozione selettiva e fattori eterogenei che ne limitano la diffusione.
Il rapporto del 2024 affrontò il tema da una prospettiva dicotomica, individuando tra i partecipanti quanti la considerassero come opportunità e quanti come minaccia. Per il 58,7% di avvocati l’IA era una opportunità, per il 32% una minaccia e un 8% ancora non aveva un’opinione precisa.
La rivelazione di quest’anno si è soffermata su due linee di approfondimento: delineare le diverse modalità d’utilizzo nella quotidianità della professione e individuare i principali impatti dello strumento sulla professione forense nei prossimi 5 anni.


Uno degli argomenti più sensibili è quello della sicurezza dei sistemi di intelligenza artificiale e sulla garanzia di riservatezza dei dati trattati, dato che i sistemi esistenti si basano su server proprietari ai quali vengono inviati i dati immessi nei chatbot senza discrimine per quelli riservati o sensibili. Il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco, ha rassicurato gli avvocati sul fatto che Cnf, Cassa Forense e Ocf si stiano attrezzando per dotare gli avvocati di una IA gratuita e che si basi su server dell’avvocatura. Il presidente di Cassa Forense, Valter Militi, ha suggerito, nell’attesa di quest’implementazione, di fare affidamento alla piattaforma Pdua.
Dal Rapporto Censis emerge che oggi il 27,5% degli avvocati dichiara di utilizzare l’IA nelle attività professionali quotidiane, all’interno di questa percentuale il 19,9 % la utilizza principalmente per la ricerca giurisprudenziale e documentale, mentre per il 5% è un supporto della redazione e revisione di contratti e documenti legali, l’ 1% la adopera per automatizzare le attività amministrative interne e l’ 1,2% a fini d’analisi predittiva dei casi e per l’elaborazione di strategie legali.
Nel 72,3% di chi invece non ne fa uso, il 31,7% sta considerando di adottare l’utilizzo di strumenti di IA nel prossimo futuro, percentuale quasi doppia rispetto a quella di coloro che non intendono farlo nemmeno in futuro ossia il 17%, il 16,3% dichiara di non farne uso perché incapace d’utilizzarla o per scarsa conoscenza degli strumenti, mentre il 6,4% la ritiene un investimento troppo oneroso.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella professione forense è in crescita, sebbene questa crescita abbia diverse velocità in base al contesto territoriale e anagrafico. L’adozione sembra essere favorita da contesti socioprofessionali più giovani e dinamici, ne fa uso il 37,4% di professionisti sotto i 40 anni mentre al di sopra di questa soglia il dato oscilla tra il 24,6% e il 26,1%, le aree più legate alla tradizione invece risultano restie a fare affidamento sugli strumenti in parola.
Rispetto alla percezione che avrà l’IA nei prossimi cinque anni il 27,3% degli avvocati ritiene che automatizzerà le attività amministrative ripetitive, senza sostituire il lavoro umano, secondo il 25,8% l’IA modificherà considerevolmente la professione mentre il 23,7% sostiene che rimarrà uno strumento complementare all’attività forense offrendo un supporto decisionale. Un numero più ridotto di professionisti, il 9,8%, crede che avrà un impatto contenuto e continuerà a ricoprire un ruolo marginale, percentuale simile a chi pensa che potrebbe ridurre la necessità di avvocati in determinati settori ma creando nuove opportunità in altri ambiti, il 9,6%.
Approfondendo lo studio e confrontando le affermazioni sull’utilizzo e sull’impatto dell’intelligenza artificiale rispetto all’incidenza sul fatturato dell’attività giudiziale e stragiudiziale si rileva come, fra chi utilizza l’IA, la distribuzione del fatturato tra attività giudiziale e stragiudiziale è del 54,66% per la prima e del 45,6% per la seconda. Diversamente per chi non utilizza tale strumento la bilancia pende per l’attività giudiziale, il 60% contro il 40% della stragiudiziale.
Gli avvocati interpellati hanno espresso una opinione sull’impatto dell’IA, che ha portato all’articolazione delle affermazioni raccolte in sei ambiti specifici. Preoccupazioni sulla qualità, impatto sulla professione, rischi di diseguaglianza, con il timore che possa favorire chi ha meno preparazione con un abbassamento della qualità. Ed ancora l’utilità percepita, il divario generazionale tra giovani avvocati per i quali l’Ia potrebbe essere un’opportunità, mentre i più maturi esprimono preoccupazioni. In linea di massima, comunque, la maggior parte degli intervistati manifesta un atteggiamento critico nei confronti dell’IA.
Per Carlo Foglieni, presidente Aiga, i giovani invece sono proiettati al futuro con una serie di proposte e «manifestano una maggiore apertura verso nuove forme di aggregazioni professionali, con fatturato tendenzialmente più aperto ad una dimensione sovralocale e nell’ambito dell’attività stragiudiziale. Aiga è pronta a farsi portavoce di questo cambiamento con una serie di proposte che porta avanti da anni e che auspichiamo possano essere concretizzate nella nuova Legge professionale».