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VALTER MILITI PRESIDENTE CASSA FORENSE
Nei cambiamenti e nelle crisi conta reagire, certo. Ma conta anche la qualità della reazione: è lo spunto offerto, con più chiarezza, dalla ampia, ricchissima presentazione del Rapporto sull’avvocatura 2025. Uno screening che Cassa forense propone ancora una volta insieme con il Censis, istituto di ricerca sempre pronto a cogliere gli scenari nascosti dietro le statistiche. «Forse sottovalutiamo persino l’importanza di uno studio del genere, un check up annuale sull’avvocatura che ci consente di comprendere come intervenire», dice, alla presentazione organizzata stamattina nell’auditorium dell’ente di previdenza, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia e, prima ancora, “parte in causa” in quanto penalista. Ma appunto, oltre al dato di un’avvocatura che reagisce alla crisi al punto da generare un “prodotto interno lordo”, o più propriamente un reddito complessivo 2023 superiore, per la prima volta, ai 10 miliardi di euro (e in crescita del 5,6% rispetto al 2022) nonostante il calo degli iscritti a Cassa forense pari, nel 2024, a circa 2.600 unità (in tutto parliamo di 233.260 avvocati), oltre quel dato confortante c’è quel dettaglio relativo al “come” s’imbocca la via della ripresa. Ed è da qui che il presidente del Cnf Francesco Greco parte per parlare di «fotografia in chiaroscuro», soprattutto per quell’elemento, ai limiti dell’«inaccettabile», che vede la componente femminile della professione, le avvocate, attestarsi su reddito medio di 31.115 euro, esattamente dimezzato rispetto ai 62.456 dei colleghi maschi. E la desolante statistica ricorre, con scostamenti più o meno significativi, per tutte le fasce reddituali.
Il vertice dell’istituzione forense è netto: «Dobbiamo introdurre una parità di genere nella attribuzione degli incarichi professionali, da parte sia della pubblica amministrazione che dell’autorità giudiziaria: ogni ufficio o ente deve essere tenuto a nominare alternativamente un avvocato e poi un’avvocata. Dobbiamo assolutamente affrontare la questione, Valter», aggiunge rivolto al padrone di casa, il presidente di Cassa forense Militi. Il quale non può comunque fare a meno di illustrare i «segnali anche positivi» del Rapporto, a cominciare dalla «crescita reddituale certificata per tutte le fasce» a fronte delle «oltre 5.000 cancellazioni», spiegabili con «opportunità di impiego pubblico che tanti ex colleghi avrebbero preferito fin da subito alla libera professione, se l’alternativa fosse stata accessibile». Militi coglie segnali di maturità anche nella «tendenza a generare profitto con un’assai minore prevalenza dell’attività giurisdizionale sulle strade alternative», con la sempre maggiore scoperta delle offerte consulenziali o di certificazione. «Ricordiamoci una cosa», avverte il vertice dell’istituto di previdenza a costo di suonare blasfemo, «lo stato di salute di una professione di misura sulla capacità di produrre reddito, sebbene la nostra sia una categoria che svolge un ruolo sociale decisivo qual è la tutela dei diritti».
È difficile confutare la tesi, anche perché nel Rapporto di Cassa forense e Censis c’è come sempre una parte, scrupolosamente curata dall’istituto di ricerca, che riporta il pensiero, la condizione anche psicologica degli avvocati: per l’edizione 2025 i sondaggi «hanno coinvolto 28mila colleghi», come spiega Andrea Toma, che in Cassa forense è responsabile dell’Area economica. Una percentuale di interpellati che supera ampiamente il 10 per cento della categoria. In quel versante dello screening restano maggioritarie le percentuali di chi definisce «molto» (22,7) o «abbastanza critica» (29,5) la propria condizione professionale. Ed è inevitabilmente in questi segmenti, come spiega Toma, che «si ritrovano i colleghi inclini ad abbandonare la toga, qualora ce ne fosse l’opportunità». Tra i motivi, come ricorda la tabella 8 del report, ricorre in ben il 63% degli intervistati la risposta “è un’attività che comporta eccessivi costi e non è remunerativa”, mentre il 7,3% ha semplicemente deciso di “cambiare attività”.