Commenti & Analisi 29 Mar 2019 10:33 CET

Zingaretti, prima dei voti va riconquistata l’egemonia

L’obiettivo di vincere le elezioni non può sostituire la battaglia delle idee e la connessione sentimentale con la propria gente: ma questo significa scommettere sul cambiamento

 

Nel nuovo corso del Pd, il neosegretario Nicola Zingaretti insiste spesso sul fatto che bisogna riconquistare i voti persi a favore del Movimento Cinque stelle, in generale che bisogna riconquistare l’elettorato che ha lasciato la sinistra per andare a destra.

Questo discorso ha due pecche. La prima è quella di mettere davanti il voto in sé, rispetto al lavoro, molto più oneroso, che bisogna fare per conquistare l’egemonia nella società. E per riconquistare l’egemonia nella società bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare a testa bassa per far sì che i propri valori non solo vivano davvero ma siano condivisi. È uno sforzo enorme, perché si deve partire da una analisi della società, di ciò che è diventata, della classi che la compongono, di quale è il loro sistema valoriale di riferimento. A quel punto, ma solo a quel punto, si può iniziare a diffondere le proprie idee, a farle diventare “senso comune”, a pensare che il nazionalpopolare, nell’accezione gramsciana, non siano le trasmissioni trash ma la capacità di rendere popolare ciò che apparentemente non lo è. L’esatto opposto del populismo.

L’altro errore che si rischia di commettere è quello di cadere nella dicotomia che vede contrapposti diritti civili e diritti sociali. È una vecchia diatriba che sembra non trovare soluzione. A sinistra sono decenni che se ne discute. E anche quando sembra di aver raggiunto un compromesso tra le due istanze e che non ci sia contrapposizione si riparte da capo. In questo caso il ragionamento è che, avendo Matteo Renzi pensato alle Unioni civili, va da sé che non si sia occupato della questione sociale. Questa idea è diventata una verità incontestabile: se un partito pensa ai diritti civili – questa è l’accusa tutta da dimostrare – non penserebbe al lavoro, ai più deboli, ai più bisognosi. Zingaretti non nega il valore di certe conquiste. Ma per riavvicinare l’elettorato e per segnare la svolta del suo partito si sente in dovere di nominare principalmente la questione sociale. L’equità, l’uguaglianza, l’ascensore sociale sono tutti valori fondamentali, ma lo sono anche le unioni civili, la lotta al razzismo, il contrasto delle discriminazioni nei confronti delle donne.

I nuovi dem, se davvero vogliono essere nuovi, devono unire queste due anime, capire che non c’è un prima e un dopo, ma solo dal mix di queste due componenti si definisce un partito moderno, aperto, che non rinuncia ai suoi ideali. Se invece si tende a dar visibilità solo alla questione della giustizia sociale è perché si ha paura che questo possa creare scontento, che le persone non capiscano, che quel discorso non porti molti voti. E allora torniamo al punto di partenza. A quello sforzo, inizialmente forse poco “remunerativo” dal punto di vista elettorale, che però permetterebbe di guardare lontano, oltre l’immediato. In quell’orizzonte si potrà finalmente vedere la connessione sentimentale con il proprio elettorato.

È un’inversione totale. Non si attende che l’elettorato venga a sé compiacendolo o dicendo quello che si vuol sentire dire. Si va invece verso i cittadini facendo lo sforzo di far loro cambiare idea, di portarli sul proprio terreno ideale, in cui i principi dell’uguaglianza e delle libertà stanno sullo stesso piano. È una strada difficile, lunga, ma non impossibile. Ma ogni volta si tende a evitarla, a preferire le scorciatoie. La vittoria deve essere un obiettivo, ma quando il Pci era all’opposizione riuscì a far cambiare, radicalmente, il Paese e riuscì a farlo perché era egemone nella società. Negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un mutamento antropologico.

Non sono sparite le lucciole pasoliniane. È ormai saltato il modo di stare insieme, sono cambiati i meccanismi, anche umani, che regolano il vivere civile. Vanno ricostruiti, ricreati alla radice.

 

Commenti & Analisi 27 Mar 2019 07:48 CET

I guastatori renziani non mollano

Il corsivo

Ieri, su questo spazio, ho suggerito a Nicola Zingaretti di impegnarsi per dare al Mezzogiorno una politica ed un’organizzazione degna di un partito del socialismo democratico. Matteo Renzi, che aveva promesso il lanciafiamme per bruciare ( politicamente) i notabili, li ha invece convertiti e assunti al renzismo clientelare, reclutando anche residuati della destra, fuoriusciti da Forza Italia.

Nella fase in cui il Pd di Renzi era in ascesa e governava, tutto si giustificava, si teneva e si digeriva. Poi sono venute le sconfitte e il Pd di Renzi alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 è sceso al 18,8% con una legge elettorale scritta da un renziano di ferro che ha reso più pesante la sconfitta dato che ha avvantaggiato soprattutto i grillini. Renzi e il suo manipolo non si sono rassegnati. La responsabilità delle sconfitte, secondo loro, non è da ascrivere al capo assoluto ma ad un complotto interno, al “fuoco amico”, a chi lo criticava. Dopo la sconfitta, per un anno il Pd è stato impegnato a preparare quel che chiamano congresso, cioè le primarie, mentre il senatore semplice Renzi, anziché competere con una sua lista, ha preferito lanciare messaggi equivoci e fare interventi politici con la pretesa di dettare la linea. Alle primarie ha giocato su due liste, quella di Giachetti e Ascani e quella di Martina e Richetti. Lista, quest’ultima che, in Basilicata, era sostenuta dai fratelli Pittella.

Entrambi questi fratelli, renziani di potere, hanno continuato a sostenere Renzi. Le elezioni in Basilicata sappiamo come sono andate. Sappiamo anche chi ha scelto il candidato presidente e chi ha fatto le liste. Tuttavia, il tenue mutamento del vento dovuto alla segreteria di Zingaretti ha spinto il centrosinistra al 33%. Nel 2018 il Pd di Renzi e di Pittella ebbe in Basilicata il 16,14%. Ebbene, oggi sui giornali leggo le vergognose dichiarazioni di Ascani ( adesso è anche vicepresidente del Pd di Zingaretti) la quale ha detto: «Abbiamo finito di esaltare per il secondo posto» ? Infatti, con Renzi erano al terzo posto. E il renziano deputato Luciano Nobili ha dichiarato: «Senza Renzi tutti felici a perdere». Con Renzi, invece, sappiamo com’è andata. E i Nobili erano nobilmente felici e contenti. Occorre osservare che queste sortite sono significative perché ci dicono quali sono i propositi del Capo: ci sarà la guerriglia anziché una battaglia politica aperta e leale con una corrente. Renzi non si rassegna, ma proprio questo comportamento ne fa solo un guastatore senza più prospettive politiche. La sua stagione politica è finita e se non se ne fa una ragione danneggerà soprattutto se stesso.