Politica 3 Mar 2019 17:46 CET

Ecco la Torre di Pisa gialloverde: pencola senza cadere. Ma l’economia non fa sconti

Dunque si continua così, tra enfatiche baruffe social- propagandistiche di stampo elettorale che producono impalpabili mediazioni con il dono di apparire e scomparire più veloci della luce. Per poi infine sfociare in paralizzanti nulla di fatto inseriti nel quadro di corpose impasse. Era successo con il Tap e l’Ilva; adesso pare che tocchi alle Autonomie ( più o meno rafforzate) e alla Tav: ma forse anche no; chissà, aspettiamo, che problema c’è.È la logica del Contratto di governo gialloverde che non c’è o, più correttamente, non c’è più. Ma è anche il risultato di una lacuna che è stata superata di slancio all’indomani del 4 marzo per necessità social- politiche e logica dei numeri, ma che col passare dei mesi mostra intera la sua profondità. La lacuna riguarda la politica, l’assenza di una idea almeno parzialmente condivisa di cosa sia l’Italia e soprattutto di cosa debba diventare. Da parte dei Cinquestelle e Lega sono state sommate, affastellandole senza alcuna sintesi, esigenze territoriali e identitarie nella convinzione che governare non foss’altro che continuare con altri mezzi la competition per accaparrarsi il consenso. Ma è infantile immaginare che i sondaggi risolvano i problemi. Come pure è ingannevole limitarsi inseguire le pulsioni dei cittadini, per definizione volatili e cangianti.Il risultato è che su ogni questione sulla quale non c’è perfetta consonanza di vedute ( cioè praticamente tutte) parte il sabba dei distinguo e degli ultimatum (“O così o salta tutto”), salvo poi acconciarsi al tiki taka dei vertici con frappe che portano ad ineluttabili rinvii o, ben che vada, a soluzioni al ribasso. L’altra spinta è a spogliarsi del ruolo di rappresentanza a favore del ricorso “alla volontà popolare”. Con votazioni online che poco o nulla garantiscono in fatto di attendibilità e affidabilità e invece risultano veleno puro per la leadership e il democratico meccanismo di delega. O anche referendum non solo improbabili ma addirittura disgregatori. Che senso ha far risolvere la questione del collegamento Torino- Lione ai cittadini piemontesi? Non è forseun’opera che riguarda l’intera Italia? E i soldi chi ce li mette ( o li perde): piazza Castello o palazzo Chigi?Idem per le Autonomie, che sull’onda di chiamate ai seggi di carattereesclusivamente consultivo si vorrebbero gestite all’interno di un rapporto duale Stato- singola Regione, come se fosse una trattativa privata e non il modo in cui si articola la presenza pubblica suiterritori. Così procedendo, la maggioranza assomigliaalla Torre di Pisa nel modo in cui la descrive la filastrocca: “Pende, pende e non casca mai giù”. Non sarà un caso se esattamente così ci dipingono i giornali stranieri a partire dalla Süddeutsche Zeitung: «In Italia succedono cose altrimenti impensabili. La Torre di Pisa, ad esempio, si è raddrizzata: in 17 anni questo campanile di marmo di Carrara si è risollevato di 4 centimetri dalla sua posizione inclinata». Che poi potrebbe pure suonare come auspicio, no? Insomma tutto come sempre nel Belpaese: genialità a braccetto con precarietà, pendenza appaiata a equilibrio. Se non fosse che poi ci sono squilibri che impossibili da aggirare. Per esempio la contrazione della produzione industriale.Oppure, dato di ieri dell’Istat, il ribasso del Pil e l’aumento del debito, già sufficientemente mostruoso.Senza contare che poi arriva sempre l’illusione che ci sia un momento magico in cui tutto si ricompone, tutto s’aggiusta. L’appuntamento elettorale europeo è diventato di questo tipo; una sorta di lavacro che monderà la maggioranza di tutte le sue incertezze e difficoltà. Oppure che, al contrario, segnerà la sua ineluttabile fine, riconsegnando il Paese alle urne politiche: altro fonte battesimale, altro lavacro, eccetera, eccetera.Sarà. Magari invece risulterà nient’altro che il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine, e al fondo di tanti voli nell’iperuranio propagandistico rimarrà un’esigenza obbligata: appunto governare. Non si scappa. Salvini e Di Maio hanno scommesso reciprocamente l’uno sull’altro: è questo ciò che li sostiene. Se riusciranno a gestire assieme la prossima manovra di Bilancio, eventuali misure impopolari comprese, bene. In caso contrario la governabilità tornerà ad essere il Moloch attorno al quale brucerà alto il falò delle ambizioni irresponsabili.

Giustizia 28 Feb 2019 09:05 CET

Caso Peveri e legittima difesa: la battaglia a parti invertite tra governo e magistrati

Salvini contesta i magistrati e l’Anm contesta Salvini: chi ha ragione: nessuno dei due

Infuria la polemica tra l’Anm, cioè l’associazione magistrati, e il governo.Succede spesso e da diversi anni. Le novità sono due. La prima è che in genere in queste contese vincono i magistrati. Stavolta mi sa che vince il governo.La seconda è che siamo abituati a vedere il governo su posizioni più garantiste e i magistrati, come è logico, su posizioni più giustizialiste. Stavolta succede il contrario.La materia del contendere è la legittima difesa. I due principali contendenti sono il capo dell’Anm Francesco Minisci e il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Gli spunti per questo nuovo scontro sono il rinvio della discussione sulla nuova legge sulla legittima difesa ( legge voluta principalmente dalla Lega) e il caso di Angelo Peveri, l’imprenditore condannato per aver sparato a un ladro di benzina.

La battaglia tra governo e magistrati è stata animata da dichiarazioni incrociate vicendevolmente polemiche proprio di Minisci e Salvini. L’impressione, così ad occhio, è che abbiano torto entrambi.Facciamo un riassunto di tutta la vicenda. Inizia con la decisione della Cassazione di confermare la condanna a quattro anni e sei mesi di carcere per un imprenditore di Piacenza colpevole di avere sparato a un ladro dopo averlo catturato. I fatti risalgono a otto anni fa. Angelo Peveri ha un cantiere sul fiume Tidone, a qualche chilometro dal capoluogo. Quella notte si accorge che tre ladri stanno rubando il gasolio da alcuni suoi trattori. Interviene armato di fucile, insieme ad un suo dipendente, spara tre colpi in aria che mettono in fuga i ladri, poi li insegue fino al greto del fiume e riesce a prendere e immobilizzare uno dei tre. Lo fa inginocchiare, gli afferra la testa e la sbatte più volte contro il terreno di ghiaia, poi gli spara un colpo di fucile al petto, da circa un metro, e lo ferisce gravemente. Subito dopo chiama l’ambulanza. Il ladro ferito, che si chiama Yukon Dorel, viene operato e salvato, ma perde una parte del polmone ed è dichiarato invalido al 55 per cento. Peveri va a processo per tentato omicidio. Lui si difende sostenendo che il colpo è partito accidentalmente. I giudici non gli credono e lo condannano al minimo della pena riconoscendogli anche tutte le attenuanti. Ma il minimo della pena, attenuanti comprese, è quattro anni e mezzo e Peveri deve entrare in carcere.A questo punto scoppiano le polemiche. Perché il ministro dell’Interno lo va a trovare, dichiara che secondo lui in carcere non doveva andarci, contesta la pena che gli è stata inflitta, annuncia che forse – chiederà la grazia a Mattarella. E spiega che con la nuova legge sulla legittima difesa tutto ciò non succederà più e chi si difende non potrà essere processato. Poi però annuncia anche il rinvio della discussione sulla legittima difesa ( deciso forse per dare un po’ di fiato all’alleato Di Maio che non vede questa legge tanto di buon occhio). L’associazione magistrati reagisce immediatamente polemizzando con Salvini.Minisci spiega che la vicenda Peveri con la legittima difesa non c’entra niente, perché l’imprenditore non si è difeso da nulla ma ha solo punito un ladro, e spiega che le pene le decidono i magistrati e non i ministri dell’Interno, e poi si dichiara soddisfatto del rinvio della nuova legge sulla legittima difesa ( che non piace ai magistrati) e aggiunge: “Spero che sia un rinvio sine die”.Salvini a questo punto torna a polemizzare spiegando che i magistrati non decidono loro se e quando si fanno le leggi e che se vogliono decidere le leggi devono candidarsi alle elezioni ( argomento, non infondato, usato già più volte dal capo della Lega).Chi ha ragione? Ripeto: credo nessuno dei due. Salvini ovviamente ha torto quando si dichiara solidale con una persona che è stata condannata per aver “fucilato” unpovero ladruncolo di benzina che non stava mettendo in pericolo la sicurezza di nessuno e che non aveva più nemmeno la possibilità di continuare il furto. E’ chiaro che un ministro che fa così si espone a critiche molto severe. Sostenere che non si fa niente di male a prendereun fucile e sparare aun ladro imbelle e che sta in ginocchio immobilizzato è una idiozia totale, evidente, ed è anche abbastanza grave.Ha torto anche Minisci quando dice che spera che la legge sia rinviatasine die. Vi dirò che anch’io ho questa speranza, ma non sono un magistrato né il capo dell’Anm. Penso che quella legge sia una pessima legge ma che tocchi al Parlamento decidere se va approvata o no, e non certo ai magistrati. I magistrati la devono smettere di voler influire nel percorso legislativo. Minisci ha sbagliato.Dopodiché si pone la questione del signor Peveri. Per me si è comportato malissimo. Spero ardentemente che davvero quel colpo di fucile gli sia partito per errore. Spero che i magistrati si siano sbagliati a immaginare un tentativo di omicidio. Il reato però resta, comunque, ed è un reato grave. Tuttavia, dal momento nel quale Peveri è entrato in prigione io mi sento dalla sua parte e – come per tutti i detenuti – mi auguro che possa uscire il più presto possibile. Che possa usufruire degli sconti di pena e delle misure alternative. Io penso che molto spesso il carcere sia una punizione eccessiva, e che quasi sempre sia controproducente. Se il governo del quale Salvini è vicepremier non avesse bloccato la riforma carceraria varata dal governo precedente ( che pure era una riforma molto, molto prudente), Peveri avrebbe parecchie possibilità in più di uscire abbastanza presto. La nuova politica rigorosa e giustizialista decisa dal nuovo governo rende la sua situazione molto più difficile.Per aiutare Peveri però non serve a niente dire cose davvero assurde, come “ha fatto bene a sparargli”. E’ molto più saggio l’atteggiamento di sua figlia, che in Tv ha rilasciato dichiarazioni miti e ragionevoli, giurando che sua padre ha commesso solo uno sbaglio e che mai più lo rifarebbe e che mai più lo rifarà e che assolutamente non voleva sparare né tantomeno uccidere. C’è un abisso tra le parole della figlia di Peveri e le parole di Salvini. La speranza è che lo stesso Salvini si accorga di avere detto cose non sensate e che scelga posizioni più moderate e più compatibili con la Costituzione e con il buonsenso, anche quando la sua legge sulla legittima difesa andrà in aula.

Politica 26 Feb 2019 10:38 CET

M5S- Lega, bagno di realtà sardo. Addio alla stagione delle illusioni

E se il Burian dello scorso fine settimana si fosse portato via la stagione delle illusioni? E se la realtà – quella ruvida e netta, dove le promesse sono sempre molto più affascinanti delle risposte concrete – cominciasse a bussare sulla bolla mediatica della propaganda, sgonfiandola e facendola precipitare a terra?Senza essere troppo aulici e tenendo ben presenti le specificità territoriali e di contesto, ma rigettando altresì letture superficiali e strumentalmente sminuitive, è possibile sostenere che il voto della Sardegna, come e più di quello abruzzese e in attesa delle urne in Basilicata il 24 marzo, segni un’inversione di tendenza rispetto alla narrazione del Palazzo, possa aver avviato una resipiscenza dell’elettorato riguardo altisonanti atteggiamenti e svicolamenti social che producono piogge di like ma non smuovono di un centimetro i problemi. Anzi, li esasperano.«L’M5S è vivo e vegeto e per il governo non cambia nulla», assicura Luigi Di Maio. «Andremo avanti cinque anni», fa eco Matteo Salvini, cogliendo l’abbrivio di GiuseppeConte che taglia corto: «Il mio governo non cadrà, né ora né dopo le Europee».Il bello è che, in qualche misura, tutti e tre hanno ragione. Infatti l’elemento da cogliere dal pronunciamento isolano è più di fondo, più strutturale anche se solo abbozzato. Esprime una tendenza, non ancora un senso di marcia definito.Il dato più marcato riguarda i Cinquestelle. Dal 42 e passa per cento delle politiche di appena dodici mesi fa sono passati all’agghiacciante 11 per cento: non è più “solo” un tracollo ma una vera e propria bancarotta. Nè vale la giustificazione che quello al MoVimento è un voto di opinione, dunque esposto ai venti della mutevolezza e avvenuto in un quadro, il voto regionale, dove i Penstallati sono tradizionalmente sfavoriti. Tutto giusto, ma più che di opinione si è trattato della voglia di voltare decisamente le spalle. E’ noto che Di Maio punta quasi tutto sul reddito di cittadinanza, Totem fideistico e salvifico al tempo stesso. Ebbene nell’analisi della Banca d’Italia il tasso di disoccupazione vola verso il 16.8 per cento ( dato in ulteriore calo): cioè ampiamente al di sopra della media nazionale che è pari al 10.3 per cento. La disoccupazione giovanile in Sardegna proponeva fino a pochimesi fa un indice pari al 56 per cento: semplicementeallucinante. La ripresa economica lo ha successivamente ridotto, ma il livello rimane ben oltre il livello di guardia: 46.8 per cento. Un giovane sardo su due è senza lavoro. E’ in questo deserto di opportunità che il reddito di cittadinanza doveva svolgere la funzione di manna celeste: invece non ha funzionato, i ragazzi sardi lo hanno letteralmente disconosciuto. Vuol dire che i Cinquestelle vedono spuntata la loro arma migliore e forse – meglio ripetere: forse – gli elettori cominciano a rendersi conto che non è lo strumento giusto per eliminare la povertà o ridurre le diseguaglianze. Si tratta di un capitombolo ideologico- identitario di grandi proporzioni: chi sostiene che nulla cambierà forse non tiene in sufficiente conto lo stato d’animo che affiora negli italiani. Per i ( sempre più ex) grillini c’è la soddisfazione di portare rappresentanti in Consiglio regionale. E’ una prima volta: un po’ amara.Ma l’elemento altrettanto significativo che dà sostanza al tramonto della fase delle illusioni riguarda l’altro alleato di governo: la Lega. Matteo Salvini ha giocato a gratta e vinci sul tavolo verde dell’isola, ma il bottino raccolto non è stato all’altezza delle aspettative. La soddisfazione di aver ancora una volta prevalso, e di gran lunga, nello schieramento di centrodestra e anche qui di essere rappresentato per la prima volta nell’Assemblea regionale, quasi si dissolve di fronte al mancato sfondamento. L’alleanza con i sardisti ha funzionato solo in parte; molto ha pesato la semplificazione salviniana del problema dei pastori e del latte sotto il costo di produzione. Il vicepremier leghista si è presentato con il volto del decisionista assoluto, oscurando perfino il ministro leghista dell’Agricoltura. Il blitz non è stato però vincente, la soluzione non è arrivata. Forse anche qui c’è una prima volta: aver voluto alzare la palla per lo smash ma averla gettata fuori campo. Una lezione che i sardi hanno capito bene, e che può dilagare solcando il Mediterraneo fino alle coste del resto del Paese.Rimane il centrosinistra, ed è una di quelle rimanenze che valgono oro. Il sindaco di Cagliari e candidato governatore, Massimo Zedda, ha mostrato doti amministrative significative. Soprattutto ha mostrato che un buon candidato può calamitare una fetta importante di quel popolo di sinistra che sembrava perso, e che invece può tornare ad essere competitivo. La palma di primo partito resta nella mani del Pd. Sembrava un vessillo da riporre; torna invece a garrire. Sono lezioni importanti, tutte. Ora tocca alle forze politiche farne tesoro.

Politica 5 Feb 2019 10:08 CET

Caso Salvini: ecco cosa dice esattamente la Costituzione

L’ARTICOLO

È comprensibile  che sulla vicenda dell’autorizzazione a procedere per Salvini scattino dei riflessi condizionati. Comprensibile ma non giustificato.

Comprensibile perché quando la banalizzazione è ormai assurta a valore e quando il dibattito politico si è trasformato nell’equivalente di latrati primordiali è difficile distinguere e ragionare.

E rischia di essere un’impresa vana quella di riconoscere la differenza tra la vecchia autorizzazione a procedere dell’art. 68 nei confronti dei parlamentari e quella prevista dal nuovo art. 96 e dalla legge costituzionale 1/ 89 con riguardo ai ministri.

E invece la differenza c’è ed è enorme. La vecchia autorizzazione parlamentare, giusta o sbagliata che fosse, muoveva dal presupposto che le Camere dovessero tutelarsi contro ingerenze indebite della magistratura, di difendersi dal fumus persecutionis.

La nuova disciplina della responsabilità penale dei ministri si muove su tutt’altro piano.

Non presuppone un giudizio sull’azione dei magistrati ( che ognuno è libero di valutare come crede), ma una valutazione di merito che il legislatore costituzionale vuole, a torto o a ragione, sottratta alla magistratura e assegnata alla Camera di appartenenza del ministro.

E, a questo proposito, merita segnalare che non si può essere cultori della Costituzione più bella del mondo e, contemporaneamente, detrattori del legislatore costituzionale ( che peraltro, in questo caso, ha mitigato precedenti soluzioni, ancor più “protettive” della politica, originariamente previste dall’art. 96 della Costituzione).

Insomma l’idolatria selettiva della Carta può comprendersi solo in questo contesto degradato dello scontro tribale, nel quale riflettere e argomentare è diventato motivo di disprezzo e la coerenza un optional pre- moderno. Altro che sonno della ragione. Qui siamo alla morte dichiarata.

Comunque, il legislatore costituzionale ha ritenuto che gli atti dei ministri non siano perseguibili penalmente se l’inquisito abbia agito “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” ovvero “per il perseguimento di un preminente interesse pubblico” nell’esercizio della funzione di Governo. Da ciò derivano alcune conseguenze molto chiare.

La prima è che, a differenza del Presidente della Repubblica, i membri del governo non godono di un’immunità generale nell’esercizio delle proprie funzioni. Non esistono “atti politici” insindacabili in astratto. Esistono solo valutazioni in concreto per ogni singolo atto per il quale si viene perseguiti. Non è una traguardo da poco. Nello stato costituzionale nessuno è legibus solutus. Non esiste la ragion di stato che a priori giustifichi qualunque cosa. E a ben guardare non esiste nemmeno per il Presidente della Repubblica, sempre responsabile per “attentato alla Costituzione” e per “alto tradimento” e i cui atti sono comunque condivisi dai ministri proponenti che si assumono una precisa responsabilità nel controfirmarli ( art. 89 Cost.).

La seconda conseguenza è che il legislatore costituzionale ha compiuto una scelta coerente nell’assegnare al Parlamento la responsabilità di pronunciarsi “insindacabilmente” sull’autorizzazione. Perché in questo caso non si tratta di applicare una legge, di verificare la ricorrenza in concreto di un astratto parametro giuridico ( per quello sarebbe bastato un giudice, ordinario o speciale, o addirittura la Corte costituzionale, com’era prima), ma si tratta di definire cos’è “interesse dello stato” e cos’è “un preminente interesse pubblico”.

Ora i nostri riflessi idealistici ci portano spesso a pensare che l’interesse pubblico sia qualcosa che esiste in natura, un dato bell’è pronto che bisogna solo “accertare”. Ma la realtà non è questa. L’interesse pubblico non è preconfezionato. L’interesse pubblico è ciò che “la politica”, come espressione delle scelte democratiche, definisce come tale. E di cui si assume la responsabilità… politica. Certo, alcune “definizioni” di interesse pubblico sono state già compiute e sono desumibili dalla Costituzione o dalle leggi. Ma il legislatore costituzionale del 1989 ha ritenuto, ci piaccia o no, che ci sono casi in cui quell’interesse non è predefinito, ma debba essere oggetto di una valutazione in concreto dell’organo politico per eccellenza, una delle Camere, perché è ciascuna delle Camere, l’una distintamente dall’altra, che può e deve apprezzare l’interesse pubblico. E se l’altra non fosse d’accordo? Può sempre sfiduciare il governo. E se il governo non fosse d’accordo? Può sempre dimettersi. Perché l’interesse pubblico è il cuore della politica e dell’indirizzo politico.

Si può immaginare un modello diverso ( quello di prima ad esempio, o uno completamente nuovo)? Certamente. Basta cambiare la Costituzione. Ma fino a quel momento nessuno, nemmeno Salvini, può sottrarsi alla competenza della Camera ( o in questo caso del Senato) di assumersi la responsabilità di dire se i suoi atti come ministro fossero a tutela di un prevalente interesse pubblico o di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante.

E’ la democrazia bellezza! Quella di cui tanti si riempiono la bocca oggigiorno, senza saper spesso di che stanno parlando.

Da qui l’ultima conseguenza. Il voto è insindacabile perché è un voto eminentemente “politico”. Così come politiche non possono che esserne le ripercussioni. Quali che esse siano. Ed è forse per questo che sono tutti in fibrillazione.

 

Politica 5 Feb 2019 09:38 CET

Salvini e Di Maio roteano le Durlindane Liti e ultimatum, ma la crisi non conviene

È una surroga, anzi una strattonatura. Quindi bisogna chiedere scusa. Ma è del tipo che aiuta a capire di più e meglio di tanti discorsi. Prendiamo le parole pronunciate da Sergio Mattarella riguardo Maduro, Guaidò e la posizione italiana. «La situazione del Venezuela – ammonisce il presidente – richiede senso di responsabilità e chiarezza su una linea condivisa con tutti i nostri alleati e i nostri partner della Ue. Non ci può essere incertezza né esitazione». Le parole del capo dello Stato arrivano dopo che i principali Paesi europei hanno riconosciuto la presidenza Guaidò e rigettato Maduro: non sono dunque possibili equivoci o fraintendimenti. Dov’è la strattonatura? Proviamo a sostituire la parola Venezuela con Italia: cosa abbiamo? Mutatis mutandis, la fotografia piuttosto nitida di quel che è accaduto nel braccio di ferro con Bruxelles riguardo la legge di Bilancio. E cosa sta succedendo nelle Cancellerie del Vecchio continente rispetto ai comportamenti della maggioranza gialloverde e del governo Conte. La situazione è al tempo stesso semplice e paradossale. M5S e Lega nelle elezioni politiche hanno ottenuto consensi copiosi. Si sono presentati su fronti opposti ma, numeri alla mano e moral suasion a pieno regime, hanno accettato di stringere un accordo per governare in tandem uno dei Paesi più avanzati e importanti del mondo.

Solo che invece di governare preferiscono litigare. Gli italiani – che continuano a sostenere in modo forte e uniforme i sottoscrittori del Contratto – si aspettano che Di Maio e Salvini, ciascuno facendo salva la propria identità e la propria visione delle cose, stabiliscano di percorrere un tratto di strada in parallelo, puntando a risolvere i tanti problemi che soffocano lo sviluppo e il benessere degli italiani.

Al contrario, e pur scontando una situazione politica ultra favorevole visto che non ci sono maggioranze alternative a quella attuale i partiti di opposizione “ufficiali” continuano a vivere uno stato di grande debolezza e incertezza, assistono ad un litigio perenne e insistito sui principali temi d’azione governativa; dopo essere stati costretti a ridimensionare brutalmente obiettivi e ambizioni a causa dello stop imposto dalla Commissione, pena l’apertura di un procedimento di infrazione per debito eccessivo. Il paradosso sta nel fatto che mentre litigano furiosamente su capitoli fondamentali dalla Tav alla richiesta di messa in stato d’accusa di Salvini; dalla legittima difesa alla politica estera – con modalità tanto insistite quanto a tratti infantili, senza risparmiarsi da parte dei luogotenenti vari né contumelie né volgarità, sia il leader del Carroccio che quello pentastellato si affrettano in tempo reale a dire che non ci sarà alcuna crisi ( pur evocandola sottovoce e brandendola come una Durlindana contro l’altro) e che il governo non rischia.

Benissimo. Ma allora che senso ha questo gigantesco wrestilng, tanto furioso quanto, pare, farlocco e privo di conseguenze? Sia Salvini che Di Maio sanno che per motivi vari nessuno dei due può permettersi di rompere l’alleanza: il costo politico sarebbe enorme. Ma allora perché tanto sfoggio di veemenza ultimatoria che poi non trova mai sbocco se non nel “solito” vertice a tre con Conte, alla fine del quale si assicura che tutto va bene madama la marchesa?

La risposta è molteplice. Come più volte rilevato, i gialloverdi svolgono tutte le parti in commedia, sono maggioranza e opposizione al tempo stesso. Nel M5S ( meno nella Lega) il copione va in scena addirittura dentro al partito. Inoltre poiché il Contratto di governo non opera una sintesi delle varie questioni ma si limita a giustapporle in un magma spesso indistinto, ciascuno dei due partner si sente in dovere di riferirsi e di tutelare solo il suo elettorato. Infine su tutto fa premio la campagna elettorale fatta di comunicazione e propaganda. Il risultato è un cammino a sghimbescio, un procedere sincopato pieno zeppo di strappi e ricuciture. Molti sostengono che un simile balletto finirà con le Europee. Probabile, ma affatto scontato. E’ possibile che si continui con il registro attuale, una sorta di giro infinito sulle montagne russe. Le categorie “chiarezza e senso di responsabilità” evocate da Mattarella sono come i fiocchi di neve che cadono cadono e mai attecchiscono. Per alcuni è un bene, per altri un male. E si va avanti così.

 

Politica 5 Feb 2019 09:36 CET

Ma i veri problemi per Salvini arriveranno dalla Corte Costituzionale

Non è per niente detto che il fronte più rischioso su cui sta combattendo Matteo Salvini sia quello del processo che gli vorrebbero fare a Catania per sequestro aggravato di persona, abuso d’ufficio e altro. E neppure dopo che il presidente della Camera Roberto Fico, volente o nolente, ha cercato di sgambettarlo politicamente intervenendo contro di lui nel dibattito in corso fra i grillini, al Senato, su come rispondere all’azione promossa dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, in difformità dall’archiviazione richiesta dalla Procura della Repubblica, per la vicenda del pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti. Dove il ministro leghista dell’Interno fece trattenere per quattro o cinque giorni in agosto più di 170 immigrati, doverosamente soccorsi in mare, per trattare a terra la loro ripartizione fra più paesi europei e i vescovi italiani. Che furono poi poco solerti a trattenere gli ospiti nelle destinazioni assegnate loro vicino Roma. Voglio proprio vedere, quando verrà il momento nell’aula del Senato, tutti i grillini votare contro Salvini, e le garanzie costituzionali che gli spettano nell’azione di governo per il perseguimento di un interesse superiore, peraltro riconosciutogli in prima persona, e pubblicamente, dal presidente del Consiglio. Sono altrettanto curioso di vedere votare contro Salvini tutti i senatori del Pd, per quanto spronati in questa direzione assai strumentale anche dall’ex segretario del partito Matteo Salvini, disinvoltamente dimentico delle rivendicazioni del ‘ primato della politica’ quando era lui alla guida del governo.

Posso sbagliare, per carità, ma più facile di un sì al processo è la maggioranza assoluta del no, nell’aula di Palazzo Madama, grazie al concorso determinante dei forzisti di Silvio Berlusconi. E per i grillini, se ufficialmente schierati per il sì ma incapaci per questo di provocare una crisi, sarebbe uno schiaffo politico clamoroso. Non parlo dei piddini perché aspetto, col buon Emanuele Macaluso, che si decidano a diventare un partito, almeno dopo che avranno tentato di regolare i conti fra di loro con l’elezione del nuovo segretario.

Non credo particolarmente rischioso per Salvini neppure il fronte della Tav, o della versione maschile preferita da Marco Travaglio, per quanto il leader leghista si sia guadagnato del ‘ rompicoglioni’ da Alessandro Di Battista per l’insistenza con la quale sostiene la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità per le merci da Torino a Lione. Da Luigi Di Maio invece Salvini si è sentito dare del supercazzolaro – da autore di una “supercazzola”- per avere proposto una versione almeno light del progetto tanto inviso ai grillini. Che pur di combatterlo meglio ne hanno moltiplicato a tavolino i costi per l’Italia, facendoli salire a 20 miliardi di euro dai 6 e anche meno cui furono ridotti già nella versione rivisitata dal governo precedente, con Graziano Delrio al Ministero delle Infrastrutture.

Decisamente rischioso, o più rischioso, per Salvini è invece il fronte della Corte Costituzionale, dove è materialmente approdata la contestazione della legge su sicurezza e immigrazione al sessantesimo giorno dalla pubblicazione della legge di conversione del decreto di urgenza emanato il 4 ottobre scorso, in curiosa coincidenza con la festa del patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

A mio modesto avviso, Salvini prese sottogamba nelle settimane scorse la rivolta degli amministratori locali capeggiati dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che peraltro ha appena ripreso la sua offensiva politica facendo iscrivere in questi giorni all’anagrafe del suo Comune gli immigrati col permesso umanitario scaduto o in via di scadenza.

Appresso ai sindaci, ritenendo le nuove norme su sicurezza e immigrazione lesive delle autonomie e competenze locali indicate dalla Costituzione, si sono mossi anche i governatori – e relative giunte, con tanto di deliberazioni- di ben otto regioni: dal Piemonte all’Emilia- Romagna, dalle Marche all’Umbria, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Basilicata alla Calabria.

Diversamente dai primi cittadini, che in ogni caso, essendo eletti direttamente, hanno una rappresentatività politica maggiore di quella di un governo maturato non nelle urne, come ai tempi pur impropri della legge prevalentemente maggioritaria adottata nel 1993, ma in Parlamento dopo le elezioni, e composto da partiti contrappostisi in campagna elettorale; diversamente dai sindaci, dicevo, le regioni e i loro governatori, anch’essi di elezione diretta, hanno accesso diretto alla Corte Costituzionale. Dove sono appunto approdati i nodi della legge nella quale si è avvolto come in una bandiera il ministro dell’Interno. E che il presidente della Repubblica firmò a dicembre, dopo la conversione parlamentare, così poco convintamente da scrivere al presidente del Consiglio una lettera per raccomandarne in pratica, diciamo così, un’applicazione avveduta, conforme al rispetto dei principi costituzionali.

Più stringente sarà o dovrà essere a questo punto, visti i problemi sorti sul piano locale, il giudizio della Corte Costituzionale. Il cui presidente Giorgio Lattanzi in una intervista a Repubblica di non più tardi del 31 gennaio scorso ha ricordato, fra l’altro, che «al centro della Costituzione c’è la persona con la sua dignità», e «senza distinzioni di colore della pelle, di etnia, di religione». Ciò vale – ha insistito Lattanzi – «per tutte le persone che si trovano in Italia, cittadini o stranieri che siano», anche quelli che Salvini un po’ troppo frettolosamente aveva promesso di rispedire a centinaia di migliaia entro l’anno, o quasi, nei paesi di provenienza.

Poi il ministro dell’Interno, e vice presidente del Consiglio, ha scoperto al Viminale, indossando felpe della Polizia e lasciandosi spiegare dai prefetti leggi, trattati, regolamenti e quant’altro, che le cose non stanno proprio come lui aveva immaginato. Esse sono più complicate, stanno purtroppo in modo tale che solo qualche giorno fa, proprio per le condizioni in cui si è venuto a trovare con l’applicazione delle nuove norme, il nigeriano venticinquenne Jerry Prince si è ucciso gettandosi sotto un treno a Genova.

 

Politica 1 Feb 2019 08:23 CET

Dopo il voto europeo ci aspetta un tuffo gelato nella realtà

IL COMMENTO

La domanda che da mesi fa capolino su ogni fronte e scenario politico è cosa accadrà dopo le elezioni europee di fine maggio: cosa succederà alla maggioranza gialloverde, che fine farà il governo Conte. Insomma il voto delle europee è considerato uno spartiacque e in tanti si chiedono cosa ci aspetta chiuse le urne. Gli ultimi dati dell’Istat che squadernano un nuovo calo del Prodotto interno lordo (- 0,2 per cento) e certificano l’ingresso dell’Italia in una fase di recessione, ci aiutano a dare una risposta: ci attende un tuffo gelato nella realtà. Che si sostanzierà in mesi e mesi sulle montagne russe di una crisi che minaccia di impoverire ancora di più gli italiani e di un’opinione pubblica più sconcertata.

Con la questione immigrazione tutt’altro che risolta; gli equilibri in seno alla Ue ulteriormente precarizzati; un’Italia vieppiù isolata rispetto alle sue tradizionali partnership continentali.

Vero è che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte assicura che il secondo semestre 2019 segnerà una riscossa in virtù delle misure espansionistiche, reddito di cittadinanza in primis, varate con la legge di Bilancio. Altrettanto vero che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, esclude manovre correttive di qui all’estate. E vero, in particolare, che il vicepremier nonché leader dei Cinquestelle Luigi Di Maio, solo poche settimane fa ha garantito che esistono tutte le condizioni affinché il Paese viva un novo boom economico come negli anni ’ 60.

Oltre che vero, magari anche tutto giusto. Solo che la realtà, almeno quella descritta dai numeri, segnala altre cose, e non è da menagrami tenerne conto: casomai un segno di avvedutezza e lungimiranza.

Infatti. A metà aprile, ossia circa un mese prima del voto europeo e perciò in piena campagna elettorale, il governo dovrà presentare il Documento di economia e Finanza ( Def) che è il principale strumento di programmazione economica dell’esecutivo. Subito dopo l’estate, palazzo Chigi dovrà sottoporre al Parlamento la Nota di aggiornamento al Def stesso, segnalando eventuali scostamenti rispetto alle previsioni.

Si tratta di appuntamenti di fondamentale importanza perché tutta l’impalcatura economico- finanziaria gialloverde è stata costruita poggiando sul pilone della crescita. Che era inizialmente all’ 1,5 per cento, poi tagliata di un terzo dopo lo scontro con Bruxelles, ulteriormente ( e prudenzialmente) rivista allo 0,6 per cento e ora segnata da un punto interrogativo. E’ tuttavia evidente che minore è la crescita, maggiore sarà la necessità di correggere i conti tagliando le spese. Già si sentono echi sinistri di riduzione del servizio sanitario nazionale. Per non parlare di quella vera e propria bomba ad orologeria che sono le clausole di salvaguardia riguardo l’aumento dell’Iva: ballano decine di miliardi, non bruscolini.

Il punto è che oltre le nere nuvole che stazionano sull’Italia, altre ancora più grandi e nerissime sono in avvicinamento.

Il rallentamento dell’economia, infatti, ha dimensioni planetarie e riguarda sia giganti come gli Usa e la Cina, sia Stati a noi più vicini e commercialmente interconnessi come la Germania, dove le previsioni di crescita sono passate da un + 1,8 per cento ad un + 1 per cento: praticamente dimezzate. E se si ferma la locomotiva tedesca, in Europa sono guai per tutti.

Purtroppo l’Italia, negli anni in cui le condizioni erano assai migliori con un cambio dollaro- euro vicino alla parità; un prezzo del petrolio più vicino ai 30 dollari al barile che ai 40 e l’ombrello protettivo del Quantitative easing della Bce aperto al massimo, ha fatto la cicala varando misure di tipo assistenzialistico piuttosto che impostare politiche volte a sanare i principali squilibri economico- finanziari.

Le ricette pseudo pauperistiche del M5S, unitamente alla volontà “risarcitoria” sulle pensioni di Salvini, non hanno aiutato. Senza contare che l’intervento complessivo della Finanziaria è stato fatto in deficit. Sono state messe in campo risorse che non ci sono, vanno recuperate. La scommessa dell’esecutivo era appunto che la crescita avrebbe funzionato da volano, facendo ripartire il ciclo economico e fornendo fondi in più. Se però la crescita si riduce e diventa una questione di pochi decimali, allora tutto torna in discussione. A quel punto dovrebbero essere messe in campo opzioni ad alto tasso di impopolarità. Chi se ne assumerà il peso, chi tra Lega e Cinquestelle si presenterà agli elettori dicendo: i conti sono sfuggiti di mano?

Questo spiega perché l’orizzonte che si profila è ostico e che il futuro prossimo, quello appunto che si schiuderà dopo fine maggio, minaccia di essere piuttosto inquietante assommando ad una cronica incertezza politica anche un quadro macro economico con parecchie problematicità. Sorprende ( o forse no, dipende da chi guarda) la sostanziale scomparsa, per fare solo un esempio, dal confronto politico di ogni riferimento contro l’evasione fiscale, idrovora che succhia circa 120 miliardi l’anno. Di solito quando buca la nebbia della propaganda e si impone, la realtà fa male. Niente assicura che stavolta sarà diverso.

 

Giustizia 1 Feb 2019 08:14 CET

Resto convinto che Salvini non debba essere processato

IL COMMENTO

Abbiamo  ricevuto diverse lettere, soprattutto di avvocati, che dissentono dalla posizione che ho espresso varie volte sul caso Diciotti, contraria all’autorizzazione del Senato a processare Salvini. Ne pubblichiamo alcune con una mia risposta.

Resto della mia idea. E cioè dell’idea che Matteo Salvini non debba essere processato. Perché le sue scelte in occasione della vicenda “Diciotti” ( che io ritengo scelte sciagurate) erano scelte politiche, assolutamente politiche, e contro le scelte politiche si può ( e io aggiungo: si deve) fare battaglia politica ma non battaglia “giudiziaria”. Io penso che la battaglia giudiziaria sia sempre illegittima ma, purtroppo, sia sempre più frequente. Gran parte delle battaglie politiche, i partiti e i vari leader, le conducono proteggendosi dietro le spalle dei magistrati.

Oltretutto i reati che vengono contestati al ministro dell’Interno sono di una gravità inaudita: sequestro di persona, addirittura, e poi arresto illegale e abuso d’ufficio. Il primo reato prevede una pena dai 3 ai 15 anni ( visto che nella nave c’erano anche minorenni), il secondo una pena fino a 3 anni, il terzo una pena da 1 a 4 anni, salvo aggravanti. Diciamo che se fosse condannato, Salvini, potrebbe ricevere, se gli va molto bene, una pena di circa 5 anni, se gli va male anche di 15. Più la decadenza dalla funzione di ministro e di senatore sin dal primo grado per via della Severino. A voi sembra una cosa ragionevole?

Claudio Salemme ci parla di quella scritta ( che trovo molto bella e angosciosa) che era stata tracciata da qualcuno sul muro di Rebibbia: «Nessuna legge ci renderà uguali». Credo che sia una scritta che descrive una assoluta verità. La lotta alle disuguaglianze – mi pare questo il senso della scritta – non la si fa con il codice penale. Né con le manette, né con il populismo penale. La lotta contro le diseguaglianze è una lotta politica, e se oggi è molto meno potente di qualche anno fa è proprio perché la politica è stata depotenziata, ha perso il suo ruolo, la sua autonomia, persino la sua dignità. La pretesa di sostituire l’uguaglianza sociale con la l’odio e la vendetta di classe è una caratteristica di questi anni, ed è il sentiero lungo il quale la lotta politica di massa si è trasformata in populismo e in populismo penale. 2) Nei miei articoli non ho mai scritto che concedere l’autorizzazione a processare Salvini sarebbe la fine della democrazia. Per carità. Ho scritto che sarebbe la fine dell’autonomia della politica, categoria già largamente sfregiata e vilipesa, da diversi decenni a questa parte. Che poi l’autonomia della politica sia uno dei pilastri della democrazia politica è indiscutibile.

3) Leggo che in Parlamento, recentemente, sarebbero state negate molte autorizzazioni e questo avrebbe salvato molti membri del Parlamento dai processi. Questo non è vero. Anche perché dal 1993 non esiste più l’autorizzazione a procedere. Qualunque sostituto procuratore può svegliarsi una mattina e avviare un procedimento contro un parlamentare senza che nessuno lo possa fermare, e se questo succede, in genere, c’è un bel numero di partiti che chiede le dimissioni di quel parlamentare.

Solo per arrestarlo il sostituto procuratore ( e il Gip) ha bisogno dell’autorizzazione del Parlamento, e in questi ultimi anni l’ha sempre ottenuta, anche perché i partiti politici ( salvo, forse, Forza Italia) si sono sempre dimostrati alquanto pusillanimi di fronte al magistrato.

Vi confesserò a questo punto una mia perversione: io credo che andrebbe ripristinata alla svelta l’immunità parlamentare, che non fu concepita da un drappello di garantisti pazzi, o dai guardaspalle di Berlusconi, ma dai padri della nostra Costituzione. Gente tipo Calamandrei, De Gasperi, Einaudi, Togliatti, La Pira, Dossetti, Basso… E vi dico ancor di più: estenderei l’immunità parlamentare ai consiglieri regionali e ai governatori.

Io credo che solo l’immunità parlamentare metta la politica, almeno in parte al riparo dalle incursione di pezzi della magistratura. Del resto è esattamente questa la ragione per la quale fu prevista dalla nostra Costituzione.

4) ultimissima osservazione, e una preghiera a tutti: non usiamo il paragone con il nazismo e con lo sterminio, perché è assolutamente fuori luogo. E perché è un paragone, se posso usare questo termine, un po’ blasfemo. No: Salvini non è Hitler, non è Himmler, non è Goering. D’accordo?