Penso a mio padre, magistrato, ucciso e gioco con mia figlia a “facciamo finta…”

Un pentito di mafia ha svelato, ventotto anni dopo l’omicidio, perché fu ucciso, in Calabria, il magistrato Antonino Scopelliti e chi fu il mandante. L’ordine, secondo questo pentito, arrivò da Cosa Nostra, e precisamente da Matteo Messina Denaro.

Il telefono è rovente da stamattina.

Prima di uscire per un incontro di lavoro in cui decidere le nuove iniziative della Fondazione, saluto mia figlia. Lei non sa bene perché sono così tra le nuvole oggi. Non sa cosa significhi esattamente per noi la notizia di una svolta cruciale nel lavoro dei magistrati per stabilire la verità sull’uccisione del nonno.

Sa che oggi la mamma è sorridente e vorrebbe continuare a stringerla forte e giocare con lei a “facciamo finta” per tutto il giorno.

Mentre vado al mio appuntamento ci penso.

E gioco anche io a “facciamo finta”. Facciamo finta che davvero ci siano gli elementi per un nuovo processo Scopelliti. Facciamo finta di arrivare finalmente ad ottenere quella verità e quella giustizia che da anni chiediamo e per cui i magistrati lavorano con tenacia senza mai vacillare.

Ma verità e giustizia per chi. Per noi? Certo. Ma non solo per noi.

Verità e giustizia per i calabresi. Per il Paese. Perché papà non è mai stato solo nostro.

Papà è patrimonio di questo Paese. Un Paese per cui ha dato la vita e che ha difeso tutelando i più deboli, garantendo giustizia ai giusti con la passione e l’umiltà di chi sapeva di non essere infallibile.

Non era un magistrato mediatico, schivava le telecamere, rispettava vittime e imputati senza mai ergersi a censore. Era temuto per la sua conoscenza del diritto. Perché ogni tesi che portava era suffragata da argomenti spesso inoppugnabili.

Combatteva con le silenziose armi della conoscenza e dell’etica. E per quello è stato ucciso.

Ucciso dopo aver rifiutato una cifra immensa. Ucciso per aver fatto il suo lavoro con la competenza che lo contraddistingueva. Ucciso lasciando a noi, a me bambina, un insegnamento difficile da comprendere pienamente: il rispetto per la propria dignità. Una dignità che non è in vendita.

E allora sì, facciamo finta che la vicenda Scopelliti troverà una fine giusta. Facciamo finta che un domani potrò finalmente raccontare alla mia bambina perché il nonno è stato ucciso.

Perché oggi non può abbracciarlo e farsi raccontare da lui la storia della buonanotte e perché questa battaglia di verità, che spesso mi porta lontano da lei per giorni, appartiene non solo a noi, ma a tutto il Paese. Perché attraverso questa verità passa il riscatto di una terra che non è quella degli assassini di Antonino Scopelliti, ma quella che non ha mai smesso di fare memoria. Di impegnarsi. Di credere, orgogliosamente, che dal sacrificio delle nostre vittime può nascere qualcosa di buono.

Con la Fondazione lavoriamo per questo da anni con iniziative mirate non solo alla memoria, ma anche a garantire la possibilità ai nostri giovani di investire in un territorio che, è bene che lo capiscano, appartiene a loro e non alla ‘ndrangheta.

E allora, senza fare finta, è questo quello che vorrei nascesse dalla verità sull’omicidio Scopelliti.

Questo è ciò che avrebbe voluto papà. Per la sua terra. Per i calabresi che amava e in cui non ha mai smesso di credere.

 

Giustizia 7 Feb 2019 12:32 CET

Mascherin: «Delegittimare le istituzioni aiuta le mafie»

L’intervento del presidente del Cnf

Contrastare le mafie serve un intervento culturale, ma, soprattutto, serve maggiore fiducia tra lo Stato e i cittadini. Sono queste le conclusioni del convegno “Mafia, un pericolo per l’economia e l’impresa”, organizzato ad Arezzo dall’associazione Aequa. Un incontro che ha visto la partecipazione del vicepresidente del Csm David Ermini, del procuratore antimafia Cafiero De Raho e del presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin. Tutti d’accordo nel sostenere che la mafia soffoca l’economia sana, anche a causa di un rapporto tra Stato e cittadino fondato sul sospetto, ha sottolineato Mascherin.

«Chi vuole seguire la legalità, paradossalmente, invece di trovare un percorso facilitato si trova una serie di ostacoli burocratici – ha spiegato Non c’è uno Stato organizzato in modo da garantire un sistema di realizzazione dei propri progetti imprenditoriali: si parte dall’idea che innanzitutto il cittadino debba essere considerato non affidabile». Un problema principalmente culturale, secondo il presidente del Cnf, risolvibile non con strumenti repressivi – da qui il riferimento alla legge “spazzacorrotti” – ma ristabilendo il rapporto di fiducia.

«Chi dispone di grandi capitali soffoca l’impresa sana – ha spiegato Ermini La mafia non si combatte con annunci, ma con sacrificio quotidiano e attraverso il rispetto a chi la avversa». E le mafie sono la vera emergenza nazionale, ha spiegato, anche se il fenomeno sembra finito «in un cono d’ombra», una disattenzione che «può riflettersi sulla politica».

Inquietanti i numeri citati dal procuratore De Raho: mafia, ‘ ndrangheta e camorra riescono a guadagnare 30 miliardi di euro l’anno, il 2 per cento del pil nazionale, ricchezza che viene utilizzata per essere reinvestita, per un terzo, nell’acquisto di droga e per due terzi in attività economiche. «E questo è un modo di operare che risale a 30 anni fa – ha sottolineato Pensate qual è stato lo sviluppo». Oggi i mafiosi sono maturi, «sono persone colte, sanno che la nuova frontiera è il territorio senza confini, sono i più europei di tutti. Si muovono acquisendo attività in difficoltà». Ed è su questa traccia che si è inserito l’intervento di Mascherin, con l’invito a non identificare ogni cosa con la mafia. «Uno dei temi fondamentali per contrastare i fenomeni mafiosi – ha sottolineato – è il contrasto alla delegittimazione delle istituzioni». Avvocati, magistrati e giornalisti sono dunque i primi a dover collaborare per contrastare ogni forma di delegittimazione, humus fondamentale per l’affermazione del sistema mafioso. «È in atto una delegittimazione del magistrato, soprattutto del giudicante, tutte le volte che non risponde ad una aspettativa popolare. Quel giudice deve essere difeso», pena l’indebolimento dell’ordinamento statale e, dunque, la creazione di ordinamenti paralleli.

Perché altrimenti «il giudice che assolve un presunto mafioso diventa simbolo del fallimento dello Stato. Ma un giudice che assolve perché non ha la prova fa il suo dovere».

 

La scelta tra diritto e lotta politica

IL COMMENTO

Conosco e apprezzo il professor Dalla Chiesa da molto tempo.  Da quando lessi il suo libro, appassionatissimo, “ Delitto imperfetto”, scritto un paio d’anni dopo che la mafia aveva ucciso suo padre, il generale Carlo Alberto. Per un lungo periodo lui ha scritto sul giornale per il quale lavoravo, e ci sentivamo spesso. “Delitto imperfetto” mi piacque molto, anche se lo trovai parecchio fazioso. Però non c’è niente di male se un saggista è fazioso, e scrive un libro di denuncia ( il problema, casomai, è quando qualche magistrato pensa che pronunciare una requisitoria o scrivere una sentenza sia come buttar giù un libro di denuncia…) Credo che Dalla Chiesa in questi anni si sia fatto trascinare eccessivamente dalla sua foga di combattente antimafia, superando spesso la correttezza politica ( nel senso americano dell’espressione).

Mi ricordo di aver letto una sua lunga relazione, tempo fa, nella quale usava il termine “calabresi” come sinonimo di ‘ ndranghetisti. Non va bene. Lessi una sua dichiarazione di condanna asperrima della riforma del carcere proposta dal ministro Orlando, nella quale sosteneva che la riforma avrebbe mandato liberi un sacco di mafiosi. Era una accusa falsa, ripresa dal alcuni articoli non informati del “Fatto Quotidiano”.

Ora la polemica di Nando Dalla Chiesa è contro l’avvocata Zampogna e anche contro l’avvocato Veneto, uno dei più noti penalisti calabresi. Ed è sostenuta da una serie di articoli del “Fatto Quotidiano”, l’ultimo ieri di Gianni Barbacetto ( che con Dalla Chiesa ha lavorato molti anni alla redazione di Società Civile). Dicono Dalla Chiesa e Barbacetto, per difendersi dall’accusa di ostilità preconcetta verso gli avvocati: noi non ce l’abbiamo con gli avvocati ma pensiamo che chi ha difeso o difende un mafioso sia incompatibile con un incarico antimafia.

Già diversi avvocati ( e proprio oggi Migliucci e Petrella sulle pagine del nostro giornale) gli spiegano perché non c’è nessuna incompatibilità. E perché non è legittima nessuna identificazione tra l’avvocato e il suo cliente, e dunque nessun conflitto di interessi tra un avvocato che si è occupato di mafia e un comitato antimafia. Tantomeno c’è incompatibilità tra avvocato e comitato scientifico sulla mafia. Non solo non c’è incompatibilità ma la presenza di un avvocato o di una avvocata che si è occupata di mafia ( ovviamente nel suo ruolo di difensore) è un arricchimento, probabilmente indispensabile, perché lo sguardo che ha l’avvocato sul fenomeno mafioso, probabilmente, per certi aspetti, è molto diverso ( e forse molto più acuto) di quello che può avere il giornalista, o il magistrato o anche il leader politico. Il magistrato e il giornalista e il politico partono dal principio che trovandosi di fronte a qualcosa che riguarda la mafia la sola cosa da fare è dimostrare il proprio sdegno e la propria lontananza. E che qualunque sforzo di comprensione possa sfociare nella complicità. L’avvocato no. E’ evidente che l’assenza di uno sforzo di comprensione non aiuta a conoscere il fenomeno, e probabilmente non aiuta nemmeno a individuare le strategie per sradicarlo. Ma qui io vorrei porre a Dalla Chiesa un’altra questione: il Diritto. Cos’è, gli chiedo, il contrasto alla mafia? E’ una semplice attività di lotta politica ( come potrebbe essere quella per spostare l’età della pensione, o per impedire la realizzazione della Tav, o per la flat tax, o per ottenere o ostacolare il ponte sullo stretto di Messina) o è una questione che chiama in causa prima di tutto il Diritto? Non è una domanda accademica, o ideologica. E’ concretissima. Dalla Chiesa – per quel che io ho capito – considera la lotta alla mafia come un dovere etico che ha prima di tutto un fine, e questo fine supera tutte le altre questioni, e questo fine è la sconfitta della mafia. Il Diritto, per Dalla Chiesa, è un di più. Certamente un’ottima cosa, ma non essenziale nella battaglia. E quindi se il Diritto in alcune circostanze rischia di indebolire la battaglia contro la mafia, va ridimensionato, considerato pleonastico, nesso al margine. La riduzione del diritto può comportare delle conseguenze negative? E’ un costo da mettere nel conto.

Ecco, è esattamente questo il punto. E’ una scelta da fare: la mafia si combatte dentro o fuori dallo Stato di Diritto? E’ la grande domanda che si pose Giovanni Falcone, quando – prima e dopo il maxiprocesso, che fu il suo capolavoro – si trovò a dover superare molti ostacoli, e a dover scegliere tra la prosecuzione di un lavoro meticoloso e scientifico, o l’inseguimento di ipotesi, di tesi, di congetture suggestive. Falcone fece la scelta decisiva: scelse il Diritto. E forse proprio per questo oggi tutti lo consideriamo l’uomo che più di ogni altro ha inferto colpi mortali a Cosa Nostra. Un altro pezzo dell’intellettualità e dei professionisti impegnati nella lotta contro la mafia, proprio in quegli anni fecero la scelta opposta. Quella che offusca il diritto, lo mette in secondo piano. Si allontanarono da Falcone. E tra questi intellettuali certamente c’è stato, e c’è, professor Dalla Chiesa. Nasce esattamente da questa sua scelta, molto onesta ma anche molto pericolosa, la sua sottovalutazione del ruolo degli avvocati e la sua idea che la difesa dell’imputato ( non del mafioso: dell’imputato…) sia un freno alla ricerca della verità e della giustizia, e non una garanzia.

In un tweet che pubblichiamo a pagina 3 il presidente del Cnf Mascherin, rispondendo a Dalla Chiesa, torna a porre la questione dell’avvocato in Costituzione. Cioè la richiesta di una modifica dell’art 111 che permetta di assicurare la piena parità tra difesa e accusa. Già: bisognerebbe partire proprio da qui. In modo da blindare la convinzione che prima viene il Diritto poi la lotta politica. E cle ricerca della verità va realizzata in una situazione di assoluto equilibrio. Questo non riguarda solo i magistrati, ma anche noi giornalisti, gli studiosi, i professori che si misuriamo ogni giorno con i problemi del contrasto alla mafia. Proviamo a discutere, e anche a polemizzare tra noi, immaginandoci dentro uno Stato di diritto e non dentro un battaglione che va alla crociata.