Politica 3 Mar 2019 17:46 CET

Ecco la Torre di Pisa gialloverde: pencola senza cadere. Ma l’economia non fa sconti

Dunque si continua così, tra enfatiche baruffe social- propagandistiche di stampo elettorale che producono impalpabili mediazioni con il dono di apparire e scomparire più veloci della luce. Per poi infine sfociare in paralizzanti nulla di fatto inseriti nel quadro di corpose impasse. Era successo con il Tap e l’Ilva; adesso pare che tocchi alle Autonomie ( più o meno rafforzate) e alla Tav: ma forse anche no; chissà, aspettiamo, che problema c’è.È la logica del Contratto di governo gialloverde che non c’è o, più correttamente, non c’è più. Ma è anche il risultato di una lacuna che è stata superata di slancio all’indomani del 4 marzo per necessità social- politiche e logica dei numeri, ma che col passare dei mesi mostra intera la sua profondità. La lacuna riguarda la politica, l’assenza di una idea almeno parzialmente condivisa di cosa sia l’Italia e soprattutto di cosa debba diventare. Da parte dei Cinquestelle e Lega sono state sommate, affastellandole senza alcuna sintesi, esigenze territoriali e identitarie nella convinzione che governare non foss’altro che continuare con altri mezzi la competition per accaparrarsi il consenso. Ma è infantile immaginare che i sondaggi risolvano i problemi. Come pure è ingannevole limitarsi inseguire le pulsioni dei cittadini, per definizione volatili e cangianti.Il risultato è che su ogni questione sulla quale non c’è perfetta consonanza di vedute ( cioè praticamente tutte) parte il sabba dei distinguo e degli ultimatum (“O così o salta tutto”), salvo poi acconciarsi al tiki taka dei vertici con frappe che portano ad ineluttabili rinvii o, ben che vada, a soluzioni al ribasso. L’altra spinta è a spogliarsi del ruolo di rappresentanza a favore del ricorso “alla volontà popolare”. Con votazioni online che poco o nulla garantiscono in fatto di attendibilità e affidabilità e invece risultano veleno puro per la leadership e il democratico meccanismo di delega. O anche referendum non solo improbabili ma addirittura disgregatori. Che senso ha far risolvere la questione del collegamento Torino- Lione ai cittadini piemontesi? Non è forseun’opera che riguarda l’intera Italia? E i soldi chi ce li mette ( o li perde): piazza Castello o palazzo Chigi?Idem per le Autonomie, che sull’onda di chiamate ai seggi di carattereesclusivamente consultivo si vorrebbero gestite all’interno di un rapporto duale Stato- singola Regione, come se fosse una trattativa privata e non il modo in cui si articola la presenza pubblica suiterritori. Così procedendo, la maggioranza assomigliaalla Torre di Pisa nel modo in cui la descrive la filastrocca: “Pende, pende e non casca mai giù”. Non sarà un caso se esattamente così ci dipingono i giornali stranieri a partire dalla Süddeutsche Zeitung: «In Italia succedono cose altrimenti impensabili. La Torre di Pisa, ad esempio, si è raddrizzata: in 17 anni questo campanile di marmo di Carrara si è risollevato di 4 centimetri dalla sua posizione inclinata». Che poi potrebbe pure suonare come auspicio, no? Insomma tutto come sempre nel Belpaese: genialità a braccetto con precarietà, pendenza appaiata a equilibrio. Se non fosse che poi ci sono squilibri che impossibili da aggirare. Per esempio la contrazione della produzione industriale.Oppure, dato di ieri dell’Istat, il ribasso del Pil e l’aumento del debito, già sufficientemente mostruoso.Senza contare che poi arriva sempre l’illusione che ci sia un momento magico in cui tutto si ricompone, tutto s’aggiusta. L’appuntamento elettorale europeo è diventato di questo tipo; una sorta di lavacro che monderà la maggioranza di tutte le sue incertezze e difficoltà. Oppure che, al contrario, segnerà la sua ineluttabile fine, riconsegnando il Paese alle urne politiche: altro fonte battesimale, altro lavacro, eccetera, eccetera.Sarà. Magari invece risulterà nient’altro che il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine, e al fondo di tanti voli nell’iperuranio propagandistico rimarrà un’esigenza obbligata: appunto governare. Non si scappa. Salvini e Di Maio hanno scommesso reciprocamente l’uno sull’altro: è questo ciò che li sostiene. Se riusciranno a gestire assieme la prossima manovra di Bilancio, eventuali misure impopolari comprese, bene. In caso contrario la governabilità tornerà ad essere il Moloch attorno al quale brucerà alto il falò delle ambizioni irresponsabili.

Politica 26 Feb 2019 10:38 CET

M5S- Lega, bagno di realtà sardo. Addio alla stagione delle illusioni

E se il Burian dello scorso fine settimana si fosse portato via la stagione delle illusioni? E se la realtà – quella ruvida e netta, dove le promesse sono sempre molto più affascinanti delle risposte concrete – cominciasse a bussare sulla bolla mediatica della propaganda, sgonfiandola e facendola precipitare a terra?Senza essere troppo aulici e tenendo ben presenti le specificità territoriali e di contesto, ma rigettando altresì letture superficiali e strumentalmente sminuitive, è possibile sostenere che il voto della Sardegna, come e più di quello abruzzese e in attesa delle urne in Basilicata il 24 marzo, segni un’inversione di tendenza rispetto alla narrazione del Palazzo, possa aver avviato una resipiscenza dell’elettorato riguardo altisonanti atteggiamenti e svicolamenti social che producono piogge di like ma non smuovono di un centimetro i problemi. Anzi, li esasperano.«L’M5S è vivo e vegeto e per il governo non cambia nulla», assicura Luigi Di Maio. «Andremo avanti cinque anni», fa eco Matteo Salvini, cogliendo l’abbrivio di GiuseppeConte che taglia corto: «Il mio governo non cadrà, né ora né dopo le Europee».Il bello è che, in qualche misura, tutti e tre hanno ragione. Infatti l’elemento da cogliere dal pronunciamento isolano è più di fondo, più strutturale anche se solo abbozzato. Esprime una tendenza, non ancora un senso di marcia definito.Il dato più marcato riguarda i Cinquestelle. Dal 42 e passa per cento delle politiche di appena dodici mesi fa sono passati all’agghiacciante 11 per cento: non è più “solo” un tracollo ma una vera e propria bancarotta. Nè vale la giustificazione che quello al MoVimento è un voto di opinione, dunque esposto ai venti della mutevolezza e avvenuto in un quadro, il voto regionale, dove i Penstallati sono tradizionalmente sfavoriti. Tutto giusto, ma più che di opinione si è trattato della voglia di voltare decisamente le spalle. E’ noto che Di Maio punta quasi tutto sul reddito di cittadinanza, Totem fideistico e salvifico al tempo stesso. Ebbene nell’analisi della Banca d’Italia il tasso di disoccupazione vola verso il 16.8 per cento ( dato in ulteriore calo): cioè ampiamente al di sopra della media nazionale che è pari al 10.3 per cento. La disoccupazione giovanile in Sardegna proponeva fino a pochimesi fa un indice pari al 56 per cento: semplicementeallucinante. La ripresa economica lo ha successivamente ridotto, ma il livello rimane ben oltre il livello di guardia: 46.8 per cento. Un giovane sardo su due è senza lavoro. E’ in questo deserto di opportunità che il reddito di cittadinanza doveva svolgere la funzione di manna celeste: invece non ha funzionato, i ragazzi sardi lo hanno letteralmente disconosciuto. Vuol dire che i Cinquestelle vedono spuntata la loro arma migliore e forse – meglio ripetere: forse – gli elettori cominciano a rendersi conto che non è lo strumento giusto per eliminare la povertà o ridurre le diseguaglianze. Si tratta di un capitombolo ideologico- identitario di grandi proporzioni: chi sostiene che nulla cambierà forse non tiene in sufficiente conto lo stato d’animo che affiora negli italiani. Per i ( sempre più ex) grillini c’è la soddisfazione di portare rappresentanti in Consiglio regionale. E’ una prima volta: un po’ amara.Ma l’elemento altrettanto significativo che dà sostanza al tramonto della fase delle illusioni riguarda l’altro alleato di governo: la Lega. Matteo Salvini ha giocato a gratta e vinci sul tavolo verde dell’isola, ma il bottino raccolto non è stato all’altezza delle aspettative. La soddisfazione di aver ancora una volta prevalso, e di gran lunga, nello schieramento di centrodestra e anche qui di essere rappresentato per la prima volta nell’Assemblea regionale, quasi si dissolve di fronte al mancato sfondamento. L’alleanza con i sardisti ha funzionato solo in parte; molto ha pesato la semplificazione salviniana del problema dei pastori e del latte sotto il costo di produzione. Il vicepremier leghista si è presentato con il volto del decisionista assoluto, oscurando perfino il ministro leghista dell’Agricoltura. Il blitz non è stato però vincente, la soluzione non è arrivata. Forse anche qui c’è una prima volta: aver voluto alzare la palla per lo smash ma averla gettata fuori campo. Una lezione che i sardi hanno capito bene, e che può dilagare solcando il Mediterraneo fino alle coste del resto del Paese.Rimane il centrosinistra, ed è una di quelle rimanenze che valgono oro. Il sindaco di Cagliari e candidato governatore, Massimo Zedda, ha mostrato doti amministrative significative. Soprattutto ha mostrato che un buon candidato può calamitare una fetta importante di quel popolo di sinistra che sembrava perso, e che invece può tornare ad essere competitivo. La palma di primo partito resta nella mani del Pd. Sembrava un vessillo da riporre; torna invece a garrire. Sono lezioni importanti, tutte. Ora tocca alle forze politiche farne tesoro.

Politica 5 Feb 2019 09:38 CET

Salvini e Di Maio roteano le Durlindane Liti e ultimatum, ma la crisi non conviene

È una surroga, anzi una strattonatura. Quindi bisogna chiedere scusa. Ma è del tipo che aiuta a capire di più e meglio di tanti discorsi. Prendiamo le parole pronunciate da Sergio Mattarella riguardo Maduro, Guaidò e la posizione italiana. «La situazione del Venezuela – ammonisce il presidente – richiede senso di responsabilità e chiarezza su una linea condivisa con tutti i nostri alleati e i nostri partner della Ue. Non ci può essere incertezza né esitazione». Le parole del capo dello Stato arrivano dopo che i principali Paesi europei hanno riconosciuto la presidenza Guaidò e rigettato Maduro: non sono dunque possibili equivoci o fraintendimenti. Dov’è la strattonatura? Proviamo a sostituire la parola Venezuela con Italia: cosa abbiamo? Mutatis mutandis, la fotografia piuttosto nitida di quel che è accaduto nel braccio di ferro con Bruxelles riguardo la legge di Bilancio. E cosa sta succedendo nelle Cancellerie del Vecchio continente rispetto ai comportamenti della maggioranza gialloverde e del governo Conte. La situazione è al tempo stesso semplice e paradossale. M5S e Lega nelle elezioni politiche hanno ottenuto consensi copiosi. Si sono presentati su fronti opposti ma, numeri alla mano e moral suasion a pieno regime, hanno accettato di stringere un accordo per governare in tandem uno dei Paesi più avanzati e importanti del mondo.

Solo che invece di governare preferiscono litigare. Gli italiani – che continuano a sostenere in modo forte e uniforme i sottoscrittori del Contratto – si aspettano che Di Maio e Salvini, ciascuno facendo salva la propria identità e la propria visione delle cose, stabiliscano di percorrere un tratto di strada in parallelo, puntando a risolvere i tanti problemi che soffocano lo sviluppo e il benessere degli italiani.

Al contrario, e pur scontando una situazione politica ultra favorevole visto che non ci sono maggioranze alternative a quella attuale i partiti di opposizione “ufficiali” continuano a vivere uno stato di grande debolezza e incertezza, assistono ad un litigio perenne e insistito sui principali temi d’azione governativa; dopo essere stati costretti a ridimensionare brutalmente obiettivi e ambizioni a causa dello stop imposto dalla Commissione, pena l’apertura di un procedimento di infrazione per debito eccessivo. Il paradosso sta nel fatto che mentre litigano furiosamente su capitoli fondamentali dalla Tav alla richiesta di messa in stato d’accusa di Salvini; dalla legittima difesa alla politica estera – con modalità tanto insistite quanto a tratti infantili, senza risparmiarsi da parte dei luogotenenti vari né contumelie né volgarità, sia il leader del Carroccio che quello pentastellato si affrettano in tempo reale a dire che non ci sarà alcuna crisi ( pur evocandola sottovoce e brandendola come una Durlindana contro l’altro) e che il governo non rischia.

Benissimo. Ma allora che senso ha questo gigantesco wrestilng, tanto furioso quanto, pare, farlocco e privo di conseguenze? Sia Salvini che Di Maio sanno che per motivi vari nessuno dei due può permettersi di rompere l’alleanza: il costo politico sarebbe enorme. Ma allora perché tanto sfoggio di veemenza ultimatoria che poi non trova mai sbocco se non nel “solito” vertice a tre con Conte, alla fine del quale si assicura che tutto va bene madama la marchesa?

La risposta è molteplice. Come più volte rilevato, i gialloverdi svolgono tutte le parti in commedia, sono maggioranza e opposizione al tempo stesso. Nel M5S ( meno nella Lega) il copione va in scena addirittura dentro al partito. Inoltre poiché il Contratto di governo non opera una sintesi delle varie questioni ma si limita a giustapporle in un magma spesso indistinto, ciascuno dei due partner si sente in dovere di riferirsi e di tutelare solo il suo elettorato. Infine su tutto fa premio la campagna elettorale fatta di comunicazione e propaganda. Il risultato è un cammino a sghimbescio, un procedere sincopato pieno zeppo di strappi e ricuciture. Molti sostengono che un simile balletto finirà con le Europee. Probabile, ma affatto scontato. E’ possibile che si continui con il registro attuale, una sorta di giro infinito sulle montagne russe. Le categorie “chiarezza e senso di responsabilità” evocate da Mattarella sono come i fiocchi di neve che cadono cadono e mai attecchiscono. Per alcuni è un bene, per altri un male. E si va avanti così.

 

Politica 5 Feb 2019 09:36 CET

Ma i veri problemi per Salvini arriveranno dalla Corte Costituzionale

Non è per niente detto che il fronte più rischioso su cui sta combattendo Matteo Salvini sia quello del processo che gli vorrebbero fare a Catania per sequestro aggravato di persona, abuso d’ufficio e altro. E neppure dopo che il presidente della Camera Roberto Fico, volente o nolente, ha cercato di sgambettarlo politicamente intervenendo contro di lui nel dibattito in corso fra i grillini, al Senato, su come rispondere all’azione promossa dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, in difformità dall’archiviazione richiesta dalla Procura della Repubblica, per la vicenda del pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti. Dove il ministro leghista dell’Interno fece trattenere per quattro o cinque giorni in agosto più di 170 immigrati, doverosamente soccorsi in mare, per trattare a terra la loro ripartizione fra più paesi europei e i vescovi italiani. Che furono poi poco solerti a trattenere gli ospiti nelle destinazioni assegnate loro vicino Roma. Voglio proprio vedere, quando verrà il momento nell’aula del Senato, tutti i grillini votare contro Salvini, e le garanzie costituzionali che gli spettano nell’azione di governo per il perseguimento di un interesse superiore, peraltro riconosciutogli in prima persona, e pubblicamente, dal presidente del Consiglio. Sono altrettanto curioso di vedere votare contro Salvini tutti i senatori del Pd, per quanto spronati in questa direzione assai strumentale anche dall’ex segretario del partito Matteo Salvini, disinvoltamente dimentico delle rivendicazioni del ‘ primato della politica’ quando era lui alla guida del governo.

Posso sbagliare, per carità, ma più facile di un sì al processo è la maggioranza assoluta del no, nell’aula di Palazzo Madama, grazie al concorso determinante dei forzisti di Silvio Berlusconi. E per i grillini, se ufficialmente schierati per il sì ma incapaci per questo di provocare una crisi, sarebbe uno schiaffo politico clamoroso. Non parlo dei piddini perché aspetto, col buon Emanuele Macaluso, che si decidano a diventare un partito, almeno dopo che avranno tentato di regolare i conti fra di loro con l’elezione del nuovo segretario.

Non credo particolarmente rischioso per Salvini neppure il fronte della Tav, o della versione maschile preferita da Marco Travaglio, per quanto il leader leghista si sia guadagnato del ‘ rompicoglioni’ da Alessandro Di Battista per l’insistenza con la quale sostiene la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità per le merci da Torino a Lione. Da Luigi Di Maio invece Salvini si è sentito dare del supercazzolaro – da autore di una “supercazzola”- per avere proposto una versione almeno light del progetto tanto inviso ai grillini. Che pur di combatterlo meglio ne hanno moltiplicato a tavolino i costi per l’Italia, facendoli salire a 20 miliardi di euro dai 6 e anche meno cui furono ridotti già nella versione rivisitata dal governo precedente, con Graziano Delrio al Ministero delle Infrastrutture.

Decisamente rischioso, o più rischioso, per Salvini è invece il fronte della Corte Costituzionale, dove è materialmente approdata la contestazione della legge su sicurezza e immigrazione al sessantesimo giorno dalla pubblicazione della legge di conversione del decreto di urgenza emanato il 4 ottobre scorso, in curiosa coincidenza con la festa del patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

A mio modesto avviso, Salvini prese sottogamba nelle settimane scorse la rivolta degli amministratori locali capeggiati dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che peraltro ha appena ripreso la sua offensiva politica facendo iscrivere in questi giorni all’anagrafe del suo Comune gli immigrati col permesso umanitario scaduto o in via di scadenza.

Appresso ai sindaci, ritenendo le nuove norme su sicurezza e immigrazione lesive delle autonomie e competenze locali indicate dalla Costituzione, si sono mossi anche i governatori – e relative giunte, con tanto di deliberazioni- di ben otto regioni: dal Piemonte all’Emilia- Romagna, dalle Marche all’Umbria, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Basilicata alla Calabria.

Diversamente dai primi cittadini, che in ogni caso, essendo eletti direttamente, hanno una rappresentatività politica maggiore di quella di un governo maturato non nelle urne, come ai tempi pur impropri della legge prevalentemente maggioritaria adottata nel 1993, ma in Parlamento dopo le elezioni, e composto da partiti contrappostisi in campagna elettorale; diversamente dai sindaci, dicevo, le regioni e i loro governatori, anch’essi di elezione diretta, hanno accesso diretto alla Corte Costituzionale. Dove sono appunto approdati i nodi della legge nella quale si è avvolto come in una bandiera il ministro dell’Interno. E che il presidente della Repubblica firmò a dicembre, dopo la conversione parlamentare, così poco convintamente da scrivere al presidente del Consiglio una lettera per raccomandarne in pratica, diciamo così, un’applicazione avveduta, conforme al rispetto dei principi costituzionali.

Più stringente sarà o dovrà essere a questo punto, visti i problemi sorti sul piano locale, il giudizio della Corte Costituzionale. Il cui presidente Giorgio Lattanzi in una intervista a Repubblica di non più tardi del 31 gennaio scorso ha ricordato, fra l’altro, che «al centro della Costituzione c’è la persona con la sua dignità», e «senza distinzioni di colore della pelle, di etnia, di religione». Ciò vale – ha insistito Lattanzi – «per tutte le persone che si trovano in Italia, cittadini o stranieri che siano», anche quelli che Salvini un po’ troppo frettolosamente aveva promesso di rispedire a centinaia di migliaia entro l’anno, o quasi, nei paesi di provenienza.

Poi il ministro dell’Interno, e vice presidente del Consiglio, ha scoperto al Viminale, indossando felpe della Polizia e lasciandosi spiegare dai prefetti leggi, trattati, regolamenti e quant’altro, che le cose non stanno proprio come lui aveva immaginato. Esse sono più complicate, stanno purtroppo in modo tale che solo qualche giorno fa, proprio per le condizioni in cui si è venuto a trovare con l’applicazione delle nuove norme, il nigeriano venticinquenne Jerry Prince si è ucciso gettandosi sotto un treno a Genova.

 

Politica 1 Feb 2019 08:23 CET

Dopo il voto europeo ci aspetta un tuffo gelato nella realtà

IL COMMENTO

La domanda che da mesi fa capolino su ogni fronte e scenario politico è cosa accadrà dopo le elezioni europee di fine maggio: cosa succederà alla maggioranza gialloverde, che fine farà il governo Conte. Insomma il voto delle europee è considerato uno spartiacque e in tanti si chiedono cosa ci aspetta chiuse le urne. Gli ultimi dati dell’Istat che squadernano un nuovo calo del Prodotto interno lordo (- 0,2 per cento) e certificano l’ingresso dell’Italia in una fase di recessione, ci aiutano a dare una risposta: ci attende un tuffo gelato nella realtà. Che si sostanzierà in mesi e mesi sulle montagne russe di una crisi che minaccia di impoverire ancora di più gli italiani e di un’opinione pubblica più sconcertata.

Con la questione immigrazione tutt’altro che risolta; gli equilibri in seno alla Ue ulteriormente precarizzati; un’Italia vieppiù isolata rispetto alle sue tradizionali partnership continentali.

Vero è che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte assicura che il secondo semestre 2019 segnerà una riscossa in virtù delle misure espansionistiche, reddito di cittadinanza in primis, varate con la legge di Bilancio. Altrettanto vero che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, esclude manovre correttive di qui all’estate. E vero, in particolare, che il vicepremier nonché leader dei Cinquestelle Luigi Di Maio, solo poche settimane fa ha garantito che esistono tutte le condizioni affinché il Paese viva un novo boom economico come negli anni ’ 60.

Oltre che vero, magari anche tutto giusto. Solo che la realtà, almeno quella descritta dai numeri, segnala altre cose, e non è da menagrami tenerne conto: casomai un segno di avvedutezza e lungimiranza.

Infatti. A metà aprile, ossia circa un mese prima del voto europeo e perciò in piena campagna elettorale, il governo dovrà presentare il Documento di economia e Finanza ( Def) che è il principale strumento di programmazione economica dell’esecutivo. Subito dopo l’estate, palazzo Chigi dovrà sottoporre al Parlamento la Nota di aggiornamento al Def stesso, segnalando eventuali scostamenti rispetto alle previsioni.

Si tratta di appuntamenti di fondamentale importanza perché tutta l’impalcatura economico- finanziaria gialloverde è stata costruita poggiando sul pilone della crescita. Che era inizialmente all’ 1,5 per cento, poi tagliata di un terzo dopo lo scontro con Bruxelles, ulteriormente ( e prudenzialmente) rivista allo 0,6 per cento e ora segnata da un punto interrogativo. E’ tuttavia evidente che minore è la crescita, maggiore sarà la necessità di correggere i conti tagliando le spese. Già si sentono echi sinistri di riduzione del servizio sanitario nazionale. Per non parlare di quella vera e propria bomba ad orologeria che sono le clausole di salvaguardia riguardo l’aumento dell’Iva: ballano decine di miliardi, non bruscolini.

Il punto è che oltre le nere nuvole che stazionano sull’Italia, altre ancora più grandi e nerissime sono in avvicinamento.

Il rallentamento dell’economia, infatti, ha dimensioni planetarie e riguarda sia giganti come gli Usa e la Cina, sia Stati a noi più vicini e commercialmente interconnessi come la Germania, dove le previsioni di crescita sono passate da un + 1,8 per cento ad un + 1 per cento: praticamente dimezzate. E se si ferma la locomotiva tedesca, in Europa sono guai per tutti.

Purtroppo l’Italia, negli anni in cui le condizioni erano assai migliori con un cambio dollaro- euro vicino alla parità; un prezzo del petrolio più vicino ai 30 dollari al barile che ai 40 e l’ombrello protettivo del Quantitative easing della Bce aperto al massimo, ha fatto la cicala varando misure di tipo assistenzialistico piuttosto che impostare politiche volte a sanare i principali squilibri economico- finanziari.

Le ricette pseudo pauperistiche del M5S, unitamente alla volontà “risarcitoria” sulle pensioni di Salvini, non hanno aiutato. Senza contare che l’intervento complessivo della Finanziaria è stato fatto in deficit. Sono state messe in campo risorse che non ci sono, vanno recuperate. La scommessa dell’esecutivo era appunto che la crescita avrebbe funzionato da volano, facendo ripartire il ciclo economico e fornendo fondi in più. Se però la crescita si riduce e diventa una questione di pochi decimali, allora tutto torna in discussione. A quel punto dovrebbero essere messe in campo opzioni ad alto tasso di impopolarità. Chi se ne assumerà il peso, chi tra Lega e Cinquestelle si presenterà agli elettori dicendo: i conti sono sfuggiti di mano?

Questo spiega perché l’orizzonte che si profila è ostico e che il futuro prossimo, quello appunto che si schiuderà dopo fine maggio, minaccia di essere piuttosto inquietante assommando ad una cronica incertezza politica anche un quadro macro economico con parecchie problematicità. Sorprende ( o forse no, dipende da chi guarda) la sostanziale scomparsa, per fare solo un esempio, dal confronto politico di ogni riferimento contro l’evasione fiscale, idrovora che succhia circa 120 miliardi l’anno. Di solito quando buca la nebbia della propaganda e si impone, la realtà fa male. Niente assicura che stavolta sarà diverso.

 

Politica 31 Jan 2019 09:50 CET

La democrazia giudiziaria, Travaglio e l’assurdo “processo” a Salvini…

Sentite questa perla di democrazia giudiziaria, come la chiamerebbe Angelo Panebianco, se ve la siete persa in diretta godendovi, si fa per dire, la puntata del salotto televisivo di Lilli Gruber dedicata l’altra sera al processo in cantiere contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini per l’affare Diciotti. Che è il nome del pattugliatore della Guardia Costiera italiana dove nella scorsa estate, per quanto ancorata nel porto di Catania, per ordine del Viminale rimasero bloccati un bel po’ di migranti, doverosamente soccorsi in mare ma in attesa di essere presi in carico, diciamo così, da più paesi disposti, in ambito europeo, ad accoglierli su sollecitazione del governo italiano.La vicenda si concluse con la partecipazione della Chiesa alla distribuzione degli aspiranti profughi, ma era destinata a sviluppi giudiziari, l’ultimo dei quali è costituto dalla richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania al Senato, nonostante l’archiviazione proposta dalla Procura, di autorizzare il processo a Salvini per sequestro aggravato di persone e abuso d’ufficio.Di fronte alla possibilità riconosciutadall’articolo 96 della Costituzione, e da una legge costituzionale di attuazione, che il Senato a maggioranza assoluta neghi l’autorizzazione ravvisando nell’azione del ministro Salvini il perseguimento di un superiore interesse pubblico, prevalente anche sulla contestazione di reati da parte dal tribunale dei ministri, Marco Travaglio ha sostenuto che in tal caso l’Italia subirebbe – sentite, sentite – un danno gravissimo di delegittimazione internazionale. In particolare, pur riconoscendo il carattere ‘ singolare’ di un processo da cui Salvini avrebbe ragione a reclamare di essere assolto – e ciò sia per la natura chiaramente ministeriale e non personale o corruttivo dei reati contestatigli, specie dopo la corresponsabilità proclamata, anzi rivendicata dall’intero governo, ora anche con una dichiarazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte – il direttore del Fatto Quotidiano ha sostenuto che il Senato debba rinunciare al diritto riconosciutogli dalla Costituzione di impedire la prosecuzione dell’azione penale.Solo un’assoluzione di Salvini con sentenza giudiziaria, e con i tre gradi previsti ancora dal nostro sistema, dimostrerebbe al mondo intero, e persino agli scafisti, che potrebbero trarne finalmente le conseguenze desistendo dai loro odiosi traffici umani, o destinando altrove le loro vittime, la legittimità della linea della fermezza adottata sugli sbarchi dal governo gialloverde.Complementare a questoragionamento di Travaglio – non meno curioso del processo in cantiere contro Salvini – è il fastidioda lui espresso visivamente e verbalmente, collegato con lo studio televisivo dal suo ufficio di redazione,per le aperture implicite o esplicite ad un voto del Senato contro la richiestadella magistratura ravvisate, a torto o a ragione, nelle dichiarazioni persinodi un grillino barricadiero come Alessandro Di Battista sulla responsabilità collettiva del governonell’affare Diciotti.Come una trentina d’anni fa contro l’immunità parlamentare, disciplinata dall’articolo 68 della Costituzione e picconata sin quasi alla demolizione per facilitare e accelerare la fine giudiziaria, prima ancora che politica, della cosiddetta prima Repubblica, che già di suo – bisogna riconoscerlonon se la passava molto bene, così ora è cominciata un’operazione oggettivamente politico- giudiziaria contro l’immunità governativa disciplinata dal 1989 dall’articolo 96, sempre della Costituzione. Che fu modificato quell’anno rispetto al testo originario per far passare i reati ministeriali dalla originaria e straordinaria competenza della Corte Costituzionale a quella della magistratura ordinaria.Questa volta è in gioco, sull’altare del ‘ cambiamento’, che è la parola d’ordine dei grillini non meno gridata di quella “dell’onestà”, la sorte della pur incipiente terza Repubblica. Della seconda non parliamo neppure perché forse non ci siamo neppure accorti di viverla, tanto poco è durata, e tanto confusa è stata. Ormai si cerca di marciare a tappe forzate verso un passaggio di sistema davvero, in cui la democrazia non è vera se non è giudiziaria, per tornare a Panebianco. Che forse è troppo generoso a parlare ancora di democrazia, e non di Repubblica giudiziaria e basta.Nel nuovo sistema, che francamente non so neppure se destinato a rivelarsi compatibile con la democrazia diretta o digitale perseguita dagli stessi grillini, con o senza il corollario della riforma dell’istituto referendario già all’esame della Camera, il giudice non è più la voce ma la fonte stessa, e unica, del diritto.A dare man forte alla visione di Travaglio della politica e dei suoi rapporti ancellari con la magistratura, a dispetto della lettera e dello spirito della Costituzione, è stata nello studio tele visivo de La 7 Irene Tinagli, angosciata dall’idea che i grillini possano perdere chissà quanti altri voti ancora in caso di soccorso a Salvini per sottrarsi al processo. O per rispettare, direi invece, le competenze e prerogative assegnate dalla Costituzione al Parlamento in caso di reati così ampiamente riconosciuti, peraltro, come ministeriali, non dettati da interessi, affari e quant’altro di carattere personale dell’imputato, parlamentare o non che sia.Eppure, della Tinagli è appena stato pubblicato un libro sulla, anzi contro ‘ la grande ignoranza’ che è il titolo del volume – incombente da tempo su quanti maneggiano il nostro Paese.Beh, con l’idea che ha mostrato di avere dei rapporti fra politica e magistratura, preoccupandosi più delle sorti elettorali di un partito che del rispetto degli equilibri garantiti dalla Costituzione fra i poteri, spero che la signora tratti meglio la sua materia. Che è l’economia.

Politica 31 Jan 2019 09:40 CET

Alleanza di governo a un bivio cruciale

IL COMMENTO

La possibilità che uno dei partner di governo voti per mandare sotto processo il leader dell’altro e tutto resti com’è, risulta impervio da digerire. Il prezzo da pagare per mantenere il potere La lezione della Diciotti per Lega e M5S

Disinnescare la mina della richiesta di autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini è complicato. Nelle speranze delle opposizioni – e non solo: a molti dentro la maggioranza non dispiacerebbe vedere il titolare dell’Interno zavorrato nella sua, finora, marcia trionfale – del tutto impossibile. Certo è che la possibilità che uno dei partner di governo voti per mandare sotto processo il leader dell’altro e tutto resti com’è, risulta impervio da digerire. Salvini può aver cambiato idea, come si fa maliziosamente trapelare, accantonando l’idea di farsi processare perché non è sicuro di uscire indenne dalle aule giudiziarie: in fondo rischia fino a 15 anni, non uno scherzo. Ma più di tutto è palese che se su un atto “collegiale” dell’esecutivo una parte della maggioranza abbraccia la tesi accusatoria dei giudici esclusivamente in ossequio ad un principio ideologico, allora la solidarietà ed il vincolo di coalizione salta. E il governo pure.

D’altro canto, le giravolte pentastellate confermano che a forza di seguire la linea dura di Salvini poi si finisce in un cul de sac: peraltro il più ostico per i grillini visto che in ballo c’è la coerenza giustizialista, collante vero del MoVimento.

Al redde rationem – che temporalmente non è vicino: l’aula del Senato si esprimerà solo tra mesi e non è detto sia un bene ci si avvicinerà con una crescente convinzione: che per salvare il governo l’unica strada è rigettare la richiesta del tribunale dei ministri di Catania. Riusciranno i pentastellati a reggere un simile contorcimento? E se non accadesse, Salvini avrà il fegato di far cadere il governo ad un passo dal voto europeo di fine maggio? Al momento sono domande prive di risposta.

Nell’attesa che il polverone polemico si diradi e si dimostri quanto poco lungimiranti risultino le convinzioni di chi sosteneva che in fondo i giudici avevano fatto un favore a Salvini spianandogli la strada di una campagna elettorale in discesa, è possibile valutare la vicenda Diciotti anche sotto un’altra visuale politica, meno scontata e tuttavia più significativa. Partiamo da un dato, inoppugnabile: tutto ciò che sta accadendo è nient’altro che la conferma della fortissima determinazione di entrambi i vicepremier e capi delle rispettive formazioni politiche di proseguire nell’esperimento di governo assieme. L’idea di una rottura che affondi il vascello gialloverde è rifiutata senza se e senza ma. Quindi chi coltiva sogni di rivincita a breve puntando sulle divaricazioni tra Lega e M5S, sbaglia i calcoli: Carroccio e grillini ce la metteranno tutta per arrivare con l’attuale assetto fino alla fine naturale della legislatura.

Solo che non è una strada indolore. Per tagliare quel traguardo, all’apparenza velleitario ancor prima che ambizioso, bisogna pagare dei prezzi. Anche salati. Lo ha capito Salvini, che deve ingoiare il reddito di cittadinanza ( «Quello che piace alla gente che non ci piace», come spiegava Giorgetti) e ora attrezzarsi nella riedizione dello scontro tra politica e “toghe rosse” che rimanda al distillato di berlusconismo puro. Lo stanno comprendendo ( ingurgitando corpose porzionidi Maalox…) anche Di Maio e Di Battista: se bisogna convivere con il compromesso, non esistono scorciatoie. Quando arriva il momento, è giocoforza piegarsi alle ragioni della realpolitik per il mantenimento del potere, padrone assai esoso. Novità e cambiamento scolorano e restano sul selciato della buone intenzioni. Di Maio sa che se vota a favore dell’autorizzazione e la maggioranza tracolla, difficilmente il treno del governo passerà una seconda volta per l’M5S. Salvini sa che se il Senato lo boccia e lui fa cadere Conte, sarà costretto a tornare, anche per l’atteggiamento sulla giustizia, sotto l’ala protettiva del Cav. Non sono due opzioni politiche: piuttosto incubi.

 

Politica 8 Dec 2018 19:00 CET

Povertà: la ricetta di Swift

Non sono affatto convinto della possibilità che il reddito di cittadinanza diventi davvero legge dello Stato. Da molti anni penso che un reddito minimo, per tutti, sia una misura giusta e necessaria per la lotta contro la povertà. Però la realizzazione di una misura di questo genere ha bisogno di un piano economico molto complesso, che comporta una forte riorganizzazione di tutta la legislazione che riguarda i sussidi.

Comporta grandi investimenti per produrre un aumento significativo del Pil, e ha bisogno anche di nuove tasse, per raccogliere risorse.

Non vedo niente di tutto ciò nella politica del governo.

Eppure ricordo una dichiarazione impegnativa del vicepremier, ciò di Luigi Di Maio. Disse: «Faremo sparire la povertà». Vasto programma. Che peraltro fu proclamato più di mezzo secolo fa da un importantissimo presidente americano, Lyndon Johnson, il quale nel 1964 presentò un progetto post- kennediano, chiamato “Great Society”, che prevedeva proprio il reddito minimo e l’abolizione della povertà. Il piano poi fallì, per via della guerra del Vietnam, che assorbì tutte le risorse economiche a disposizione del governo.

Stavolta non c’è alle viste nessuna guerra che possa fermare Di Maio. Temo però che Di Maio possa provvedere a fermarsi da solo, per mancanza di idee, o per presenza di idee portatrici di eterogenesi dei fini.

Finora, diciamo la verità, non è stato fatto nulla per abolire la povertà. Neanche per ridurla. Le uniche misure in campo sono ancora quelle predisposte dai governi di centrosinistra, come il reddito di inclusione, l’Ape sociale, il sostegno alla Cassa Integrazione.

I poveri però, restano tantissimi. Cinque milioni sotto il livello massimo di povertà. Circa tre milioni e mezzo di italiani e un milione e mezzo di stranieri. Purtroppo le statistiche si rifiutano di escludere gli stranieri dai loro calcoli. Le statistiche sono fredde, senza sentimenti: per loro gli esseri umani sono tutti uguali…

Il governo gialloverde ha disposto alcune misure sociali, in questi sei mesi circa. Però tutte con risultati opposti a quelli richiesti. Il decreto sicurezza ha prodotto un immediato aumento dei clandestini ( clandestinità e povertà sono due parole che spesso coincidono) e gli esperti sostengono che nei prossimi mesi il numero dei clandestini aumenterà almeno del 25 per cento. Sono stati aboliti i sussidi agli orfani figli di madri che hanno subito femminicidio. C’è stato un taglio ai fondi per disabili. Tutte misure che danneggiano i più deboli. Poi è stato varato il decreto dignità, che rende più difficili i contratti a termine, riduce quindi il precariato ma aumenta la disoccupazione e il lavoro nero. Anche qui si parla di diverse centinaia di migliaia di persone che rischiano di restare senza un reddito. In più c’è l’aumento dei mutui dovuto allo spread.

Purtroppo a fronte di questo pacchetto di misure dall’impatto sociale forse ridotto ma sicuramente largamente negativo, non si intravvede ancora nessuna misura di segno contrario.

L’altra grande operazione politico sociale del nuovo governo è la modifica della legge sulla legittima difesa. L’altro giorno è spuntato persino un emendamento che permetterà forse di sparare non solo ai presunti ladri che entrano in casa, o nel negozio, o nell’autorimessa, ma anche a quelli per strada, se abbastanza vicini alla propria abitazione. E’ chiaro che questa legge, accompagnata dalla robusta corsa all’acquisto di armi prodotta dalle campagne di stampa in corso, potrebbe aumentare il numero dei morti tra i ladri e anche tra i sospetti ladri. I ladri di appartamento, e soprattutto i presunti ladri, spesso sono poveri. Non so se in questo senso si possa considerare la legge Salvini una legge che punta a ridurre il numero dei poveri… Forse non si dovrebbe scherzare su queste cose. Vero. E’ che a me viene sempre in mente quell’opera geniale scritta nel 1729, quasi trecento anni fa, da un fantastico scrittore irlandese, Jonathan Swift (famoso soprattutto per i viaggi di Gulliver): “Una modesta proposta”.

Era un libricino di una trentina di pagine nel quale si proponeva una semplice soluzione a tutti i problemi dell’economia, compreso il problema della sovrappopolazione. Swift lanciava l’idea di vendere ai ricchi i bambini poveri ( opportunamente ingrassati a spese dello Stato) e farglieli mangiare. In questo modo, spiegava, sarebbe migliorato il livello alimentare dei ricchi e sarebbe diminuito drasticamente il numero dei poveri. Potremmo fare la stessa cosa coi bambini degli immigrati. Scherzo, eh…

 

Il papà di Giggino e il nipote di Zu Binnu

Il papà di Di Maio, il nipote di Provenzano Quando c’è la forca e manca l’imputato

Hanno  messo in mezzo Luigi Di Maio per una storia che riguarda suo padre. Come era successo già varie volte.  Con Renzi, con Maria Elena Boschi, con Lupi ( per via del figlio) con la ministra Guidi ( per il fidanzato). Nei casi che abbiamo citato si è poi scoperto che gli accusati – tutti – erano innocenti.

E a maggior ragione i loro figli o padri o fidanzati. In questo caso vedremo.

Il reato del quale è accusato il papà di Di Maio è piuttosto grave, ma che lui sia colpevole è tutto da dimostrare. C’è un operaio che sostiene di essere stato assunto in nero dal papà di Di Maio, e poi di aver ricevuto l’ordine di tacere sul suo rapporto di lavoro, quando si ferì in un incidente. Di tacere per evitare guai al datore di lavoro.

Chiaro che non basta la denuncia per stabilire la colpevolezza. Questo, probabilmente, Di Maio non lo sa, ma glielo diciamo noi. E soprattutto, in qualunque modo stiano le cose, Luigi Di Maio non deve per nessuna ragione rispondere delle colpe di suo padre, di sua madre o di suo zio. E dunque la campagna che si è scatenata contro di lui è faziosa e forcaiola. Un problema irrisolto però c’è. Il problema naturalmente si nascondono nel passato, non nel presente. Nel presente la risposta offerta da Di Maio ai suoi critici è ineccepibile: mio padre è mio padre, forse ha sbagliato, e dai suoi errori prendo le distanze, ma resta mio padre. Giusto. Nel passato però Di Maio non prese in considerazione risposte simili, fornite dai suoi avversari politici. Ricordo che in varie occasioni spiegò che per i politici non occorrevano prove ma bastava il sospetto per inchiodarli, ricordo il modo nel quale si è scagliato contro Matteo Renzi, e soprattutto contro Maria Elena Boschi, quando i loro genitori furono raggiunti da semplici avvisi di garanzia per reati finanziari, sicuramente meno gravi – almeno sul piano morale – dei reati per i quali è sospettato – spero ingiustamente – il padre del vicepremier.

E’ chiaro che Di Maio ora si trova in una situazione imbarazzante. Probabilmente per la prima volta si rende conto di quanto violento e ingiusto sia il giustizialismo. E nel cuor suo, immagino, si pente di avere sostenuto, anche con accenti feroci, questa ideologia per tanti anni. Il giustizialismo è una ideologia illiberale, totalitaria, e che spinge all’odio. E’ una ideologia ispirata all’idea che la vendetta sia la medicina che risana la società. Occorre uno sforzo intellettuale serio per debellare il giustizialismo, anche da se stessi. Oppure – ma questo è un rimedio estremo – occorre averlo vissuto sulla pelle propria.

Del resto l’ultima prova di giustizialismo Luigi Di Maio – insieme a dirigenti di vari altri partiti di opposizione e di governo e a una parte stramaggioritaria della stampa – l’aveva data poche ore prima che esplodesse lo scandalo del lavoro nero. E’ successo che in Sicilia, nella famigerata città di Corleone, il candidato sindaco a 5 Stelle si era fatto fotografare con un barista che risulta essere il marito di una nipote di Bernardo Provenzano, detto “Zu Binnu”. Apriti cielo. Di Maio ha preteso che il candidato sindaco facesse un autodafè, che rinunciasse all’elezione, ha chiesto che fosse espulso dal movimento, ha deciso di ritirare il simbolo, si è rifiutato di tenere il comizio conclusivo a Corleone. Il candidato sindaco, molto dignitosamente, ha risposto picche a Di Maio ed ha proseguito per la sua strada. Bravo.

Il nipote acquisito di Provenzano, fino a prova contraria, è una bravissima persona. Non ha mai commesso reati, è incensurato, non è mai stato accusato di nulla, non c’entra niente con la mafia. Perché non può farsi fotografare con un esponente politico? E’ appestato? Deve girare con un campanellino alla caviglia per avvisare la gente onesta della sua colpa di parente? O con la stella gialla?

Domenica le elezioni si sono svolte a Corleone e ha vinto il centrodestra. Probabilmente il povero candidato sindaco cinquestelle è stato danneggiato parecchio dal capo politico del suo partito. Cioè: dal suo forcaiolismo, che in questa occasione è andato a braccetto col forcaiolismo di molti altri. Che poi in questi casi si va oltre il forcaiolismo. Il forcaiolismo classico consiste nel condannare un imputato senza prove e prima ancora del processo. In questa occasione non c’è nessun imputato: c’è solo la forca. Possiamo sperare che Di Maio cambi idea dopo la vicenda di suo padre? Cioè cominci a prendere in considerazione l’esistenza del garantismo come certezza di diritto? E ponga il problema al suo partito: a Grillo e a Di Battista?

O invece deciderà che si, il garantismo talvolta è utile, ma solo se c’è andato di mezzo suo padre.

Suo padre: non il papà di chicchessia…