Commenti & Analisi 29 Mar 2019 10:06 CET

Cambiamo la legge elettorale! Ma negli Usa

Il mosaico

Ahia. Pensavano noi italiani di esserne gli unici afflitti, ma non è così. Il morbo inarrestabile della riforma elettorale si sta facendo strada nel cuore stesso dell’Occidente. Nel tempio della democrazia presidenzialista e bipartitica, gli Stati Uniti d’America, la pandemia della modifica del meccanismo di voto, insomma della declinazione della rappresentanza popolare, sta facendo strage. Soprattutto tra i Democratici, è vero. Ma il partito dell’Elefante non è immune. Prova ad alzare difese immunitarie: ma non bastano.

Il dato da cui partire è quelle registrato nelle ultime due elezioni presidenziali su cinque, quando sia George Bush nel 2000 su Al Gore e soprattutto Donald Trump su Hillary Clinton nel 2016 sono arrivati alla Casa Bianca ottenendo meno voti dei loro competitor. Nel 2000, infatti, Bush prevalse pur ottenendo circa mezzo milioni di voti in meno del candidato Democratico.

L’ultima volta è stata clamorosa: The Donald ha vinto con ben tre milioni di voti in meno della consorte di Bill.

Si può vincere la partita politica e sedersi sulla poltrona più importante del mondo perdendo la presidential race? Che razza di democrazia è quella nella quale la maggioranza della volontà popolare invece di vincere si ritrova sconfitta?

Occorre ricordare che il voto per Grandi Elettori per cui chi vince in uno Stato prende tutti i delegati del medesimo è consustanziale alla democrazia a stelle e strisce. Benchè tanti la definiscano “la più antidemocratica delle istituzioni”, il collegio elettorale americano è tabù.

Solo che adesso i Democratici lo bersagliano. Una delle candidate più accreditate, Elisabeth Warren, è partita all’attacco, subito seguita dall’ultimo fenomeno politico nella corsa elettorale del 2020: Pete Buttigieg. Trentasette anni, sindaco di una cittadina di circa centomila abitanti nell’Indiana, gay dichiarato, conosce e parla sei lingue, si è laureato ad Harvard ed ha combattuto in Afghanistan. «Il collegio elettorale deve sparire, ci serve il voto popolare», ha tagliato corto Buttigieg. Naturalmente i Repubblicani sono sul chi vive, anche se pure nelle loro file i perplessi non mancano. Trump ha smanettato su Twitter che la riforma elettorale così concepita sarebbe un grave errore.

Il collegio elettorale presidenziale, infatti, costringe i candidati a visitare e fare campagna elettorale in molti Stati. Se viene abolito, «andare i nquelli più grandi e con le città più popolose». Per Paul Waldman del Washington Post è falso: l’impotante, casomai, è conquistare gli Stati tradizionalmente in bilico: Ohio e altri swing States. A conferma ci sono alcuni dati. Nel 2016 sia Trump che Clinton hanno tenuto il 94 per cento dei loro eventi elettorali in soli 12 dei 50 Stati dell’Unione.

 

Analisi 18 Apr 2018 12:42 CEST

L’alfa e l’omega della prima Repubblica hanno una data: 18 aprile

Doppio anniversario. 50 anni fa il trionfo della Dc e del sistema proporzionale; 25 anni fa la fine della prima Repubblica col referendum che introduce il maggioritario

Il 2018 gronda di ricorrenze a cifra tonda che hanno a che fare con la politica e con le istituzioni. Il quarantennale dalla tragica scomparsa dalla scena pubblica di Moro è sicuramente il richiamo più ricorrente in questi giorni nel galateo della memoria collettiva, anche con una cospicua fioritura pubblicistica.

Pubblicistica cospicua, ma ancora lontana dal profluvio di memorialistica che si è rovesciato in libreria ad opera dei sessantottini in pensione, ammalati di nostalghia e dalla voglia di raccontare ai nipoti com’erano formidabili quei giorni e che gran fico era il nonno. Sul settantesimo della Costituzione, in verità, poco e niente, fuori dai circoli accademici e dalle celebrazioni doverose di qualche istituzione. Diciamo, tra parentesi, peccato, perché in un paese che rimuove nella sua scuola dell’obbligo il dovere di insegnare cos’è la carta fondamentale della Repubblica ai futuri cittadini, un’occasione di riflessione pubblica come questa sarebbe stata importante. A proposito: fu proprio Moro, ministro della Pubblica Istruzione a volere la materia dell’educazione civica nella scuola. I posteri ne persero tracce e ragioni.

E forse qualche effetto di quella non incolpevole dimenticanza lo stiamo vivendo oggi.

Tra le ricorrenze ci sono anche due 18 aprile.

Domenica 18 aprile 1948 il popolo sovrano conficca nella zolla italica la pietra miliare della Prima Repubblica: le elezioni politiche del primo Parlamento democratico e repubblicano sanciscono un assetto di forze e di scelte strategiche destinato a durare nei successivi 46 anni.

La Dc di Alcide De Gasperi raccoglie oltre il 48% dei voti portando in Parlamento il 53 % dei deputati e il 55 % dei senatori. Il Fronte Democratico Popolare del Pci togliattiano e del Psi nenniano, al voto col simbolo immaginifico di Garibaldi, si ferma intorno al 30 % dei consensi. La lista di Unità socialista, formata dai saragattiani appena usciti dal Psi e dai socialisti democratici di Matteo Lombardo, raccoglie 33 deputati e 8 senatori, ma ci sono anche i repubblicani e i liberali, fa la sua comparsa il Msi di Almirante, che raccoglierà sei deputati e un senatore, e il partito monarchico di Covelli.

De Gasperi ha da solo i numeri per governare, ma sceglie di condividere la responsabilità dell’esecutivo con i suoi alleati della precedente esperienza di governo: i socialdemocratici, i repubblicani e i liberali. È l’età del centrismo, caratterizzata da una scelta di campo atlantista contrapposta all’egemonismo sovietico.

La cifra ideologica fortissima che anima la dialettica politica di quella stagione mette l’uno contro l’altro, pertanto, non solo partiti politici ma weltanshauung irriducibilmente lontane. È, anche la stagione dei partiti di massa, insediati nella società italiana in modo addirittura pervasivo, con legioni di militanti che complessivamente si sarebbero aggirati intorno ai quattro milioni e mezzo di iscritti nei periodi di maggiore splendore.

È, soprattutto, l’inizio della lunga stagione del proporzionale con voto di preferenza plurimo: non solo un sistema elettorale ma addirittura una filosofia della forma partito, che vede prevalere l’insediamento sociale e territoriale sul voto d’opinione, la necessaria solidarietà tra candidati sul conflitto fratricida, l’idea della competizione aperta, dove anche il numero uno corre lo stesso alea dell’ultimo della lista.

Domenica 18 aprile 1993 il 77% degli italiani si reca alle urne per approvare il quesito proposto dai Radicali di Pannella e da Mario Segni, che introduce il sistema maggioritario nella legge elettorale per il Senato. Le proporzioni dell’adesione al maggioritario sono plebiscitarie: addirittura è quasi l’ 83 % degli italiani a dichiarare di voler abbandonare il sistema proporzionale. Ma non si trattò di un empito generato da improvvisa passione per gli studi degli algoritmi che governano le leggi elettorali, ma solo dell’effetto di un inarrestabile rumore di fondo generato dall’intero circuito mediatico. Nel bel mezzo di Tangentopoli, infatti, passò come un mantra recitato a colazione pranzo e cena il concetto: volete liberarvi del sistema dei partiti corrotti, volete liquidare una volta per sempre Craxi- Andreotti- Forlani? E allora dovete votare sì per cacciarli tutti. Le mirabolanti virtù salvifiche del maggioritario!

E infatti arrivò Berlusconi.

Due 18 aprile da ricordare: l’alba e l’omega della Prima Repubblica. Della cosiddetta seconda abbiamo perso le tracce nel curioso camuffamento del 4 marzo 2018. Ma questa è un’altra storia.

 

La preferenza soluzione di tutti i mali?

EDITORIALE

 

Non credo che siano moltissimi gli italiani in grado di capire la sollevazione contro il Rosatellum organizzata da alcuni partiti dell’opposizione. A mio modesto avviso è una cattiva legge elettorale, come molte leggi elettorali precedenti. Si poteva fare di meglio. Sicuramente si poteva evitare di porre la fiducia. Ma dire che stravolge la democrazia e la Costituzione mi pare una vera esagerazione.

Nessuno, credo, è in grado di dire esattamente cosa vogliano gli oppositori. E dove vedano il vulnus alla democrazia. Mi pare di avere capito che agli oppositori piaceva più il cosiddetto Consultellum cioè l’ipotesi di legge elettorale venuta fuori dalla sentenza della Corte Costituzionale che aveva bocciato, più o meno, l’Italicum ( cioè la legge elettorale che voleva Renzi). In cosa consiste la modifica del Rosatellum rispetto al Consultellum? Nel fatto che vengono istituiti un po’ meno di 300 collegi elettorali uninominali, e nel fatto che i listini del proporzionale sono bloccati, cioè non c’è la possibilità di esprimere la preferenza. Prima volevano il vincolo di mandato ora la preferenza. Valli a capire… Con il Consultellum gli elettori avrebbero votato un partito e poi avrebbero potuto esprimere una o due preferenze. Col Rosatellum sceglieranno un parlamentare e poi daranno il voto a un partito.

La differenza è l’assenza della preferenza. E questo, se ho capito bene, è il motivo della sollevazione. Ne deduco che questi partiti di opposizione considerano l’assenza di preferenze una soluzione autoritaria. Ieri “ Il Fatto Quotidiano“ ha addirittura definito la legge elettorale il “ fascistellum“, con un titolo gridato, scritto in rosso, in prima pagina. Accompagnato dalle foto dei “gerarchi“ colpevoli del colpo di mano. Tra le quali quelle di Sergio Mattarella e di Paolo Gentiloni. Lasciamo stare le foto segnaletiche ( certo però che se a una persona qualunque fanno vedere le foto di Mattarella, di Gentiloni e di Travaglio, e poi gli dicono: “tra loro c’è un fascista, indovina chi è.. “beh, non voglio scrivere qui quale risultato immagino).

Semplicemente mi chiedo: l’assenza di preferenze equivale alla prova che viviamo in un regime totalitario? Totalitario come il regime tedesco, quello israeliano, o quello francese, o quello americano, o quello britannico, ectc etc etc? Tutte le grandi potenze occidentali sono governate da regimi un po’ fascisti? Mi si potrebbe rispondere che nei sistemi elettorali francesi ed anglosassoni esistono i collegi uninominali, e dunque si può scegliere il proprio parlamentare. Ma chi è che decide quale sarà il candidato? Di solito lo decide lo stato maggiore del partito. In qualche paese, fondamentalmente negli Stati Uniti, lo si decide con le primarie. Benissimo, allora però parliamo della necessità di estendere le primarie, che per ora sono una caratteristica solo del Pd, a tutti gli altri partiti, che sono meno democratici del Pd. Però non tacciamo di fascismo un sistema elettorale che ha tanti difetti, ma non assomiglia molto a quello di Mussolini che faceva votare ( assai raramente) con un listone unico, e cioè il listone del Pnf.

Certo è difficile parlare di primarie con i rappresentanti di un partito che ha scelto il proprio candidato premier con 30 mila click sul computer, controllati da nessuno. O con un partito che propone di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari, cioè – per chi non sa esattamente cosa vuol dire – l’obbligo di votare in Parlamento come decide il partito. Pena la decadenza. Si può sostenere che è antidemocratica la lista bloccata e che invece è democratico il divieto di pensare imposto a tutti i parlamentari? È di fronte a queste contraddizioni clamorose che ogni tanto la voglia di discutere svanisce.

Perché queste contraddizioni dimostrano la malafede di alcuni e l’assoluta ignoranza di altri. Non solo nel campo grillino. Per esempio fa un po’ ridere che il partito dei moralizzatori voglia introdurre di nuovo le preferenze, che – da sempre – sono state il pilastro del cosiddetto voto di scambio.