Esteri 29 Mar 2019 10:10 CET

Zoja Svetova: «Nella Russia di Putin il giustizialismo è sovrano»

La giornalista, scrittrice e dissidente politica autrice del romanzo “Gli innocenti saranno colpevoli”: «per compiacere il potere i giudici usano le condanne come un manganello: le sentenze di assoluzione sono inferiori all’un percento. Ma salgono al 15% quando si tratta di giurie popolari»

«La Giustizia come istituzione non esiste più». Lapidaria e senza appello, la giornalista e scrittrice dissidente russa Zoja Svetova – figlia di dissidenti e prigionieri politici al tempo dell’Unione Sovietica e nipote del primo preside della facoltà di Storia dell’Università di Mosca, fucilato nel 1937 su ordine di Stalin – ci consegna, nella prefazione del suo nuovo romanzo, Gli innocenti saranno colpevoli ( Castelvecchi) – in cui il racconto, ispirato a fatti realmente accaduti, dell’ingiusta condanna e detenzione del ricercatore Ígor’ Sutjágin e della studentessa universitaria cecena Zára Murtazalíeva assume uno specifico valore paradigmatico – uno spaccato inclemente della condizione della Giustizia e dei diritti civili nella Russia di Putin.

Svetova, le manchevolezze dell’amministrazione della Giustizia in Russia così sono evidenti?

Non sempre, ma nella maggioranza dei casi, i giudici emettono sentenze non in base alla legge ma su commissione di taluni gruppi d’interesse. Nel caso di procedimenti politici, quando in Tribunale vengono processati nemici dichiarati del Potere i giudici ricevono indicazioni su quale verdetto emettere direttamente dall’Amministrazione presidenziale. Se, invece, questi dibattimenti hanno come oggetto espressioni concorrenti di attività imprenditoriali si registrano preoccupanti quanto frequenti episodi di corruzione. Altre volte, pur non ricevendo indicazioni di alcun genere, i giudici sanno già quale sentenze emettere per non scontentare l’autorità: in Russia esiste la cosiddetta tendenza all’accusa e, in una situazione siffatta, le sentenze di assoluzione sono inferiori all’un percento. Se si considera invece l’attività dei giudici della Giuria Popolare, le sentenze di assoluzione emesse sono in numero maggiore e si aggirano intorno al dieci- quindici percento.

In questo suo romanzo si mette anche nei panni di una giudice. Cosa ha provato?

Ho cercato di comprendere come una giudice professionista possa emettere una sentenza di colpevolezza nei confronti di una persona innocente. Sono consapevole del fatto che il giudice tema conseguenze negative qualora dovesse emettere una sentenza invisa al Potere e che quindi, per mettere a freno la coscienza, possa mentire a sé stesso dicendosi che la persona è comunque colpevole in ogni caso, semplicemente alla conclusione dell’investigazione non sono state rinvenute prove che lo dimostrassero.

Ha registrato negli ultimi tempi un inasprimento della stretta sulle libertà e sui diritti civili?

Nel corso di questi ultimi anni il governo russo si sta trasformando in un regime totalitario. Non solo la libertà di parola, ma la stessa libertà individuale viene sempre più minacciata: basti pensare alle vere e proprie persecuzioni nei confronti degli omosessuali e dei blogger che, attraverso i re- tweet sui social, diffondono informazioni considerate deleterie dal potere. Vengono perpetrate vessazioni anche verso chi ha partecipano a manifestazioni pubbliche. Ultimo esempio: pochi giorni fa, a Mosca, ha avuto luogo un meeting in favore della libertà della Rete: i partecipanti avevano un gran numero di palloncini di cui i poliziotti hanno vietato l’uso per poi requisirli con la scusa che potessero rappresentare un pericolo. A conclusione della manifestazione, le forze di polizia hanno permesso ai partecipanti di guadagnare liberamente la stazione della metro, per poi raggiungerli, percuoterli e arrestarli. Non c’era alcun motivo in quanto si trattava di un evento autorizzato.

Quanto è labile in Russia, in questo momento, il confine tra censura e auto- censura?

Esiste una precisa linea di demarcazione tra censura e auto- censura. L’auto- censura consiste nel fatto che i giornalisti preferiscano non nominare il Presidente con nome e cognome – criticando quindi apertamente l’operato di Putin – oppure cercano di non attaccare deputati, giudici o semplici funzionari statali in quanto essi potrebbero infliggere delle penali capaci di condurre alla rovina economica i media e le case editrici verso cui sarebbero dirette.

 

Dire giudice terzo è sacrilegio?

Perché l’Anm si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati? Il presidente Minisci dice che la separazione porterebbe alla sottomissione del Pm al potere politico. Non è vero. La separazione sarebbe solo l’attuazione dell’articolo 111 della Costituzione. Perché l’Anm si oppone a un articolo della Costituzione?

Il Presidente dell’Anm (l’associazione magistrati) Francesco Minisci ha tuonato l’altro giorno contro la separazione delle carriere, cioè contro il disegno di legge di iniziativa popolare che è arrivato in Parlamento e che propone di distinguere tra la carriera del Pm e quella dei magistrati giudicanti.

Il dott. Minisci ha detto che separare le carriere dei magistrati equivale a sottomettere il pubblico ministero, cioè la magistratura inquirente, al potere politico, cancellandone l’indipendenza.

Non è così: la proposta di legge della quale si discute prevede esplicitamente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che peraltro è prevista dalla Costituzione, e dunque non potrebbe mai essere cancellata con una legge ordinaria. Sotto questo aspetto la Costituzione è perfettamente attuata e rispettata. Quello che oggi è disatteso, della Costituzione, è l’articolo 111, quello che esplicitamente prevede una distinzione tra accusa e giudice. Dice così, al secondo comma (testualmente): “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”.

Non ci sono molte possibilità di interpretazione di questo principio. Si può anche pensare che un giudice che sia collega del Pm sia comunque imparziale, grazie alle sue eccezionali capacità professionali e alla sua grande dirittura morale. Benissimo. (Anche se non è molto ragionevole dire all’imputato: “Fidati, l’arbitro è dell’altra squadra ma è un bravo arbitro”). Quello che comunque è impossibile da sostenere è che un giudice che appartenga alla stessa “scuderia” dell’accusatore possa essere considerato “terzo” rispetto all’imputato. Oggi la terzietà del giudice non esiste.

E’ del tutto evidente che l’approvazione di una legge sulla separazione delle carriere sarebbe semplicemente una formalità: e cioè la doverosa attuazione di una norma costituzionale che sin qui è rimasta lettera morta. Approvare una legge sulla separazione vuol dire attuare la Costituzione. Opporsi a questa legge vuol dire opporsi alla Costituzione.

Così come è evidente che non ha senso polemizzare con una legge dove è scritto in modo chiarissimo che la magistratura – tutta la magistratura – è e resta indipendente, sostenendo che si tratta di una legge che prevede la sottomissione del Pm al ministro, come avviene in vari altri paesi occidentali. L’indipendenza della magistratura sicuramente non è un dogma dello Stato di diritto, però è prevista dalla Costituzione italiana e sin qui nessuno mai l’ha messa in discussione.

Dico di più: se vogliamo con animo scevro da ogni faziosità esaminare la storia della giustizia italiana dell’ultimo quarto di secolo, non troveremo nessuna traccia di un pericolo di sottomissione del Pm alla politica mentre troveremo molte tracce – anzi evidentissime evidenze – del contrario. La politica è stata più e più volte umiliata dalla magistratura, che ha fatto cadere governi, ha stroncato carriere politiche, ha proposto leggi, ha bocciato leggi, ha cacciato leader di partito e ministri, ha ottenuto l’abolizione dell’immunità parlamentare prevista dai padri costituenti, ha chiesto e ottenuto obbedienza e sottomissione e rispetto (rispetto che non ha mai restituito) al potere politico.

Il dott Minisci dice: “Attenzione a non confondere la riforma della giustizia con la riforma della magistratura”. Non è chiarissimo cosa intenda dire. Come si potrebbe immaginare una riforma della giustizia che non sfiori la magistratura e il suo funzionamento, francamente mi risulta incomprensibile.

Chi è che comanda nel mondo della giustizia, chi è che ordina, che organizza, che giudica? Non è certo il governo, che si tiene il più lontano possibile dall’amministrazione della giustizia, per un numero infinito di ragioni (ma il motivo principale, come si dice nel gergo sportivo, è la sudditanza psicologica, che riguarda tutti, reazionari e liberali, sinistre e destre, populisti e democratici); non è il Parlamento, che si comporta come il governo, intimorito e mansueto; non sono neanche gli avvocati, che spesso vengono posti in condizioni di inferiorità, sia dalla prevalenza della magistratura, e talvolta anche dalla sua arroganza, sia dal fatto che spesso gli avvocati diventano l’oggetto di attacco, o di vero e proprio linciaggio, da parte di settori abbastanza vasti della stampa e – di conseguenza anche dell’opinione pubblica.

Chi comanda, oggi, nel mondo della giustizia è la magistratura ed è difficile pensare a una riforma della giustizia che non riformi anche la magistratura. Il problema non è quello di una riforma che imponga un ridimensionamento. Al contrario: ad esempio la separazione delle carriere promuove un ruolo nuovo e più vasto da parte sia della magistratura inquirente sia di quella giudicante. Una maggiore autonomia che viene esaltata proprio dalla reciprocità dell’autonomia tra accusa e giudici. La separazione delle carriere non deprime ma esalta il valore e il significato dell’autonomia. Lo moltiplica.

E’ sufficiente a garantire la piena attuazione dell’articolo 111? Non credo. Probabilmente è necessario realizzare anche altre riforme che garantiscano il peso e l’autonomia dell’avvocatura.

Non può esistere una giustizia giusta se all’autonomia dell’accusa e a quella della magistratura giudicante non si affianca una piena autonomia dell’avvocatura. La autonomia di tutti è la sola garanzia della parità reale tra accusa e difesa. E questa parità, prevista anch’essa dalla Costituzione, oggi non esiste.

Da qualche tempo l’avvocatura italiana, e in particolare il Cnf, ha avanzato una proposta che merita di essere valutata e discussa anche dai magistrati: l’introduzione in Costituzione della figura dell’avvocato, con lo stesso valore e alla stessa altezza della figura del magistrato. Qual è il senso di questa proposta? Esattamente quello di garantire la massima autonomia e indipendenza dell’avvocatura.

Perché i magistrati italiani non intervengono su questi temi? Perché quando parlano di giustizia accettano tutto tranne che sia messa in discussione la loro collocazione, il loro potere, i loro privilegi?

Non è una domanda aggressiva: è una domanda accorata. Sono convinto che una discussione seria sulla riforma della giustizia che coinvolga avvocati, magistrati, giuristi, politici – possa avvenire solo se si rimuove il blocco corporativo che sin qui ha molto limitato le capacità di analisi, di giudizio e di proposta della magistratura.

Credo che siamo tutti d’accordo nel condividere l’orrore per quello che è avvenuto in Iran, dove un’avvocata è stata sbattuta in prigione praticamente per tutta la vita, e sarà frustata. Lì, certo, la mancanza di autonomia della magistratura, e la mancanza di diritti dell’avvocatura, sono gli anelli forti di una catena che cancella ogni parvenza di diritto allo Stato iraniano. Se dio vuole siamo lontani anni luce, qui da noi, da quella civiltà giuridica degradata e morente.

Forse se partiamo da questa constatazione possiamo iniziare a discutere su basi ragionevoli: l’indipendenza della magistratura dal potere politico – non solo dal potere politico autoritario e fondamentalista, ma da qualunque potere politico, anche il più democratico – è un’ottima garanzia per lo Stato di diritto. Ma chiedere l’unicità della carriera del magistrato e la rinuncia alla terzietà del giudice come assicurazione alla propria indipendenza è una follia. L’indipendenza non è un privilegio, è un dovere e una garanzia. Può essere difesa solo rinunciando ai privilegi e attuando la Costituzione.

P. S. Speriamo che l’assurda situazione dell’avvocata iraniana condannata a 38 anni di prigione e 148 frustate non resti una notizia a margine del nostro dibattito pubblico. E’ un fatto gravissimo, che non può lasciare tranquillo nessun operatore di giustizia, né il mondo politico. Il governo italiano deve intervenire. E sarebbe un segnale molto positivo se almeno in questa battaglia magistratura, avvocatura, politica di governo e di opposizione, trovassero un momento di unità. Non possiamo disinteressarci, considerare l’arresto di quell’avvocata una cosa che riguarda un mondo diverso dal nostro. Riguarda noi, la nostra civiltà, la modernità, la necessità del Diritto.