Politica 27 Mar 2019 07:53 CET

Schifani: «Salvini si scordi l’opa su Fi e stacchi la spina al governo. Siamo vicini alla bancarotta»

L’ex presidente del Senato: «svuotare il nostro partito è impossibile, perché alle idee non si comanda. Forza Italia ha una sua area di consenso che si muove nella logica liberale, popolare e riformista»

Un Parlamento a rischio commissariamento, in un’economia al collasso. Questo è il quadro del paese prospettato dall’ex presidente del Senato, Renato Schifani, che si rivolge direttamente all’alleato- non alleato Matteo Salvini: «Si ricordi che gli esperimenti di Palazzo non funzionano e danneggiano l’Italia. Stacchi la spina a questo governo» .

Il centrodestra vince ancora a livello territoriale, ma Salvini non vuole strappare il contratto di governo. Come lo spiega?

Io mi limito a dire questo: il centrodestra unito vince perchè gli elettori di centrodestra sono un patrimonio di storia politica non cancellabile da manovre di palazzo come questo governo, frutto di un esperimento anomalo che va contro ogni logica politica. Salvini pensi a Prodi.

Che c’entra Prodi?

Anche lui aveva dato vita a una coalizione eterogenea, che andava da Rifondazione Comunista al Liberali, e cadde proprio a causa di questa distanza tra le componenti. Almeno, però, lui aveva un minimo di legittimazione data dal consenso popolare alle urne. Tornando all’oggi: Salvini stia attento al fatto che questa anomalia di governo sta portando il paese ad una crisi economica e di credibilità internazionale.

Eppure Di Maio e Salvini ribadiscono ogni giorno che il governo è solido.

Lo ripetono ma non ci credono nemmeno loro. Sono due governi in uno in continua campagna elettorale: hanno posizioni diverse su Maduro, sugli accordi per la Tav, con politiche ondivaghe sugli F35 e diviso sull’approccio nei confronti del governo cinese. In questo quadro instabile, i dati economici sono spaventosi: meno 12% di produzione industriale; spread raddoppiato a 240 punti; un aumento di pressione fiscale dello 0,4% certificato dal Mef e un debito pubblico al massimo storico, a 2,3 miliardi.

E per risalire la china serve un governo di centrodestra?

Il centrodestra ha una storia fatta di momenti di coraggio come le misure antimafia volute da Silvio Berlusconi e un presente fatto di modelli di eccellenza in moltissime regioni, dalla Sicilia alla Liguria, fino all’Abruzzo e alla Basilicata dove abbiamo vinto da poco. A livello nazionale, invece, i risultati sono di recessione, disoccupazione, alto debito pubblico, frutto di una manovra economica recessiva e assistenzialista che deprime il paese.

Si dice che Salvini voglia provare a smembrare Forza Italia, sostenendo una sua costola che dovrebbe avere a capo il governatore Toti. Fantasie?

Guardi, svuotare il nostro partito è impossibile, perchè alle idee non si comanda e dunque non possono essere oggetto di Opa da parte di persone che non la pensano con come noi. Forza Italia ha una sua area di consenso che si muove nella logica liberale, popolare e riformista, orientata a destra ma diversa dalla destra. Che la coalizione di Salvini sia di destra- centro o di centro- destra, il perno essenziale non può che rimanere Fi.

Fi ha appoggiato questo governo, in alcune votazioni. Penso al caso Diciotti…

Abbiamo votato contro il processo a Salvini, è vero. Personalmente credo che il reato non sussistesse, perchè il sequestro presuppone la volontà di privare della libertà qualcuno, dunque non si può sequestrare qualcuno che – come nel caso dei migranti – si era appena salvato. Politicamente, Fi ha valutato che Salvini abbia agito nell’interesse dello Stato, con un gesto forte che ha sortito i suoi effetti in Europa.

Anche sulla legittima difesa Fi ha condiviso le posizioni della maggioranza.

Noi siamo coerenti e voteremo tutte le leggi di questo governo coerenti con il nostro programma. Per questo abbiamo votato la legittima difesa alla Camera e lo faremo anche al Senato. Ciò non toglie che critichiamo aspramente il fatto che si stia esautorando il Parlamento.

Perchè?

Questo esecutivo fagocita ogni competenza del Parlamento, con una pericolosa deriva verso una democrazia diretta in mano al Governo. Bastino due esempi: per la prima volta si è approvata una Finanziaria senza che il testo sia passato in Commissione, con uno strappo senza precedenti finito davanti alla Consulta; oggi il Governo chiede al Parlamento di approvare leggi delega su tutti i settori, dalla sanità all’agricoltura, all’energia. Sono certo, però, che il presidente Mattarella vigilerà sugli equilibri tra poteri.

Le europee potrebbero far saltare il patto Lega- 5 Stelle?

Di sicuro confermeranno il crollo dei 5 Stelle, che hanno rappresentato una bolla di protesta e che ora si sgonfiano davanti alla responsabilità di assumersi delle scelte. Saranno loro a staccare la spina, anche se noi ci aspetteremmo che, a questo punto, lo facesse la Lega. Elemento determinante sarà la crisi economica: il vero pericolo non è l’Europa, ma la voracità dei mercati che aggrediscono i paesi in difficoltà. E noi siamo a rischio bancarotta.

Torneremo al bipolarismo?

Io credo proprio di sì. La Lega stia attenta, però: ha coltivato la paura della gente con l’immigrazione, ma rischia di perdere consensi quando non riuscirà a dare risposte convincenti sul fronte economico.

 

Povero De Vito, linciato dai suoi e dai giornalisti…

La novità, però, è che per la prima volta da tanti anni i principali partiti dell’opposizione (Pd e Forza Italia) decidono di non speculare e scelgono una linea garantista

Ci sono volute neanche un paio d’ore, ieri mattina, per emettere la sentenza definitiva: Marcello De Vito è un truffatore, un corrotto, un tangentaro ed è finito nel posto dove è giusto che stia: in prigione. Ci resti!

La Corte che si era riunita appena informata dell’arresto, era costituita da un drappello cospicuo e potente di giornalisti e da alcuni politici. In particolare dai politici dei 5 Stelle che hanno immediatamente espulso il reprobo dal partito, o dal movimento, o dalla piattaforma Rousseau, non so bene, e hanno deciso che la sua colpevolezza è fuori discussione.

Non c’è stato bisogno neppure di riunire i probiviri. L’espulsione è stata decretata da Di Maio. Povero De Vito, processato e condannato in due ore, dai suoi e dai giornalisti.

Mi ricordo che nel vecchio partito comunista, quello decrepito e stalinista, per espellere qualcuno occorrevano mesi. : riunioni in sezione, poi in federazione e se era deputato o dirigente nazionale ancora riunioni del comitato centrale ( anzi della commissione centrale di controllo che era una specie di collegio dei probiviri). I candidati all’espulsione venivano convocati, interrogati, si difendevano. Nessuno aveva il potere personale di espellere, neppure Berlinguer, o prima ancora Longo o Togliatti. Era un partito stalinista ma non monarchico. Tantomeno lo erano la Dc o il Psi. La novità del M5S sta proprio in questo: nella struttura monarchica del movimento.

Il problema però non è solo di procedure. E’ di sostanza, di rispetto dei principi della democrazia e della Costituzione. Noi per ora sappiamo soltanto che alcuni Pm e un Gip hanno deciso di indagare De Vito per reati di corruzione abbastanza gravi, e sappiamo che i Pm hanno in mano alcune intercettazioni, e che di queste intercettazioni hanno fornito qualche brandello alla stampa e che però, francamente, questo brandello non sembra davvero prova inoppugnabile di colpevolezza.

Ma allora perché Di Maio ha espulso De Vito? Le possibilità sono due: o sa qualcosa che noi non sappiamo, cioè è convinto per ragioni non dette che De Vito sia colpevole, e già era convinto di questo prima dell’arresto, ma allora forse avrebbe dovuto intervenire prima. Oppure ha un’idea vaghissima di cosa sia la giustizia. E anche – va detto una idea altalenante: perché Virginia Raggi, che fu inquisita e rinviata a giudizio e poi assolta, al momento dell’avviso di garanzia non fu espulsa dal movimento, ma anzi invitata a restare sindaca. Fu una scelta giusta? Certo che fu una scelta giusta, giustissima e sacrosanta, e lo sarebbe stata anche se la Raggi fosse stata poi condannata; solo che quella scelta ebbe un difetto: il difetto di essere e restare una scelta isolata. I 5 Stelle decidono – sembrerebbe – dimissioni ed espulsioni a seconda delle convenienze del momento.

E infatti proprio non si capisce caso De Vito a parte – come i 5 Stelle possano avere chiesto, l’altra sera, le dimissioni di Zingaretti sulla base di una voce di iscrizione all’ufficio degli indagati per finanziamento illecito. Naturalmente, quando si valuta la politica, bisogna dare per scontata, e accettare, una certa dose di faziosità e di propagandismo. Ma la richiesta di dimissioni di Zingaretti va molto oltre questa dose. E una richiesta surreale.

A questo proposito è giusto registrare, finalmente, una presa di posizione garantista da parte del Pd. In passato non è stato sempre così. Io penso che non sia stata garantista nemmeno, proprio ieri, la decisione di votare per l’autorizzazione a procedere contro Salvini. Un partito garantista davvero non doveva dare quella autorizzazione. Un partito garantista si oppone alle invasioni di campo della magistratura che ci sono, sono frequenti, sono devastanti, mettono in discussione l’autonomia della politica e quindi la sua libertà.

Però la novità c’è: per la prima volta i principali partiti dell’opposizione, e cioè il Pd e Forza Italia, decidono di non speculare sull’arresto di un avversario politico e di non utilizzare a proprio favore le iniziative della magistratura. Tacciono ( al massimo sorridono un po’ visto che appena qualche giorno fa il 5 Stelle Giarrusso agitava contro di loro polsi ammanettati) e spiegano che la giustizia avrà i suoi tempi, che dovrà accertare, provare, rendere conto, e che De Vito dovrà e potrà difendersi. Complimenti.

Naturalmente è difficile sperare che questo atteggiamento, profondamente e seriamente liberale, si riproduca automaticamente nello schieramento opposto, e cioè lambisca e contagi il M5S o la Lega. Però la novità c’è. E se verrà confermata, cambierà comunque i rapporti tra la politica e la magistratura, perchè, almeno in parte, smonterà il potere che una parte della magistratura ha usato fin qui: e cioè la possibilità di trovare sempre una sponda politica nello schieramento opposto a quello del quale fa parte l’inquisito. Così è nata e ha vinto “mani pulite”, così è dilagato il populismo giudiziario.

Se le opposizioni di destra e sinistra fanno muro, anche gli altri partiti – gli attuali partiti governativi – dovranno rivedere alcune loro posizioni, perchè tutto il circo politico giudiziario rischia di saltare, e il giustizialismo rischia di non portare più il consenso che ora, ancora, garantisce come rendita di posizione.

 

Commenti & Analisi 19 Mar 2019 15:31 CET

Rebus elettorale: Salvini vuole svuotare FI ma l’M5S non può più fare lo stesso col Pd

È indicativo che il terreno di scontro scelto dai tre partiti sia economico. Non sorprende: è il più scivoloso e quello a cui gli italiani guardano con preoccupazione

Mutuare terminologie dal linguaggio economico e trasferirle sullo scenario politico è esercizio allettante: solo che a volte invece di aiutare, svia. E’ il caso delle tante Opa tecnicamente Offerte di pubblico acquisto – che di volta in volta vengono segnalate da parte di qualcuno ai danni di qualcun altro. Si tratta di iniziative ostili volte a sottrarre consensi ad avversari e alleati. Nell’impennata di Matteo Salvini sulla flat tax molti hanno intravisto, appunto, la volontà del vicepremier leghista di riappropriarsi di un tema squisitamente di centrodestra da un lato per rassicurare porzioni di elettorato del Carroccio preoccupati per il fatto che sulle questioni economiche troppo spazio sia stato concesso ai Cinquestelle, e dall’altro per tagliare definitivamente l’erba sotto i piedi di Berlusconi.

Tutto vero, o almeno verosimile. Ma non c’è bisogno di ricorrere al linguaggio finanziario per illustrare un dato strutturale di competizione politica: poiché per le Europee si vota con il sistema proporzionale, è evidente che ciascuna forza politica corre per sé e mira a fare il pieno appropriandosi di qualunque argomento ritenuto utile. E meglio ancora se ciò provoca incursioni in campi altrui: come nel calcio internazionale, anche in politica i voti conquistati “in trasferta”, cioè sottratti ai competitor, valgono in doppio. E’ evidente che Salvini voglia pescare ovunque: un possibile successo che i sondaggi stimano oltre il 30 per cento gli consentirebbe di confermare il ruolo di padre- padrone non solo nell’alleanza gialloverde ma in tutto il perimetro politico.

Forse la manovra riuscirà, forse no: non si deve dimenticare che esistono segmenti sociali anche moderati che con Salvini non vogliono intrupparsi. E poi se il ministro dell’Interno davvero dovesse prosciugare tutto o quasi il serbatoio berlusconiano, visto che da solo al 51 per cento non arriverà mai, per governare non gli resterebbe altro che avvinghiarsi a vita ai grillini. Oppure rivolgersi al Pd come suggerisce il Foglio: eventualità allo stato fantascientifica.

Tuttavia è indiscutibile che l’offensiva leghista è in corso: i risultati si vedranno presto. Però più che l’eventuale bottino leghista, il vero punto politico da analizzare è il riflesso che tutto questo provoca sull’alleato di governo. Se infatti il vicepremier che sta al Viminale può pensare di assaltare il fortino piuttosto diroccato del Cavaliere e goderne il tornaconto, non altrettanto si può immaginare per Di Maio. In altri termini, mentre Salvini ha di che rosicchiare a FI, l’M5S si trova in difficoltà nel replicare il tentativo con il Pd. Mentre infatti il ministro dell’Interno può permettersi incursioni al centro, i Cinquestelle con l’arrivo alla segreteria Democratica di Nicola Zingaretti si ritrovano un avversario in più, agguerrito e determinato non solo a difendere i confini del suo campo ma anche e sopratutto ad allargarlo. E proprio a danno del Mo-Vimento.

E’ insomma uno scenario sbilenco quello che si sta configurando. Che minaccia di danneggiare il maggior partito italiano, lavorato ai fianchi sia dalla Lega che dal Pd.

Spia di questa situazione è il fatto tutt’altro che casuale che più passano i giorni più il linguaggio di Cinquestelle e Pd nei riguardi della Lega si omologa. Sulla flat tax non solo i concetti e i toni ma addirittura le parole stesse di Di Maio e Zingaretti tendono ad assomigliarsi. E se il ministro Lezzi giudica la propoista leghista “irrealiazabile” il neo leader pd aggiunge che è roba da Paperon de’ Paperoni: entrambi fanno leva sul fatto che l’appiattimento fiscale gioverebbe solo ai redditi più alti. Cioè ambedue si rivolgono al medesimo segmento sociale: concorrenzialità allo stato purissimo.

Si vedrà. In ogni caso è indicativo che il terreno di scontro scelto da tutte e tre i partiti è quello economico. Non sorprende: è il più scivoloso e allo stesso tempo quello a cui gli italiani guardano con maggiore preoccupazione. I dati sulla produzione industriale e sul Pil sono negativi; il lavoro non decolla e l’impatto dei navigator è tutto da definire. I venti di recessione si ingrossano e bisogna cominciare a pensare alla prossima legge di Bilancio. Che non potrà essere lacrime e sangue ( chi ci mette la faccia?) ma neppure troppo light. Bel rompicapo.