Il personaggio 16 Apr 2019 05:36 CEST

La versione di De Falco: «Non basta un tweet per chiudere i porti»

L’ex 5 Stelle molla gli ormeggi: salirà di nuovo su una nave ma solo per salvare i migranti. Ad attenderlo, il “timone” della Mare Ionio. «Non è possibile chiudere i porti. Tantomeno con tweet ed io non ho visto decreti ministeriali. La crisi dei 5Stelle comincia con il sì al Decreto Sicurezza voluto da Salvini

Gregorio De Falco molla gli ormeggi: salirà di nuovo su una nave ma solo per salvare i migranti. Ad attenderlo, il “timone” della Mare Ionio, l’imbarcazione dell’Ong Mediterranea liquidata da Matteo Salvini come «nave dei centri sociali».

Senatore, possiamo annunciare ufficialmente il suo ritorno in mare?

Stiamo facendo delle verifiche sul ruolo che dovrei assumere a bordo. Parlerò con i responsabili dell’Ong Mediterranea e con la società armatrice della nave, la Hydra Shipping, per capire quali sono le procedure standardizzate che loro seguono.

Immagino voglia fare ciò che ha sempre fatto: il comandante.

Quello è il ruolo che ho sempre avuto, ma a bordo oltre al comandante è colui che ha la responsabilità, in via esclusiva della condotta della navigazione e la direzione della manovra, ci può anche essere una figura di emanazione armatoriale alla quale può essere assegnata funzione di comando operativo, il cosiddetto capo della missione.

Il ruolo che nella precedente missione ha svolto Luca Casarini?

Sì, è quel ruolo. Io sono stato invitato ad assumere quel ruolo non perché abbia deciso di aderire all’associazione Mediterranea, ma come testimone trasversale nel panorama politico di iniziative di questo tipo. Perché queste missioni, a parer mio ma anche dei promotori, non devono avere insegne di partito, ma solo finalità umanitarie.

Tra i promotori dell’iniziativa ci sono però parlamentari di Sinistra italiana, come Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto.

Sì, loro hanno fondato, aderiscono e sostengono la Ong ed hanno quindi creato quello strumento, insieme all’armatore, che adesso è strumento di azione politica. Ovviamente, come ogni altra nave, le navi delle Ong sono sempre eventualmente risorse disponibili per le autorità competenti nella ricerca e soccorso in mare.

E cosa deve fare il comandante di una nave con naufraghi a bordo quando un ministro dell’Interno gli intima l’alt o dispone la chiusura dei porti di uno Stato?

Uno studente al primo anno di Giurisprudenza avrebbe sufficienti nozioni di diritto per sapere che un provvedimento si deve materializzare in un documento scritto, possibilmente in italiano. Nel momento in cui l’atto non esiste, se non come esternazione social, diventa complicato dargli, poi, una efficacia giuridica ed amministrativa. Infatti, sino all’ultimo caso, vi erano state solo esternazioni, come la presunta chiusura dei porti o il diniego di indicare il luogo di sbarco, che tuttavia non si erano mai tradotte effettivamente in provvedimenti scritti specifici e vincolanti, come nei casi Aquarius e Diciotti. Più recentemente però, sulla vicenda che non si è ancora conclusa della nave Alan Kurdi, con a bordo 64 naufraghi, il Ministero dell’Interno ( e senza alcuna replica, né ratifica da parte di quello competente) ha vietato l’ingresso alla nave alle acque territoriali italiane impedendo lo sbarco, con una lettera dai contenuti assolutamente generici ed inadeguati in cui confonde anche i naufraghi con i migranti senza specificare quale concreto turbamento della pace, o dell’ordine pubblico avrebbe provocato l’ingresso in porto di quella nave e di quegli esseri umani.

Sta dicendo che il comandante De Falco non risponderebbe mai a un ordine comunicato via Twitter?

Gli ordini si danno a voce se hanno la natura della militarità o se corrispondono ad una esigenza di snellezza e celerità, ma nel caso specifico dell’ordine di chiusura dei porti la legge, al contrario prevede la necessità di un decreto ministeriale da emanarsi da parte del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, mentre in concreto non c’è mai stata nemmeno una ratifica successiva alle varie dichiarazione informale del ministro Salvini.

Dicono che la decisione sia stata presa in modo collegiale da tutto il governo.

Se parliamo del caso Diciotti e del divieto di sbarco nel porto di Catania, occorre specificare innanzitutto che il Ministro delle Infrastrutture, almeno in quella circostanza, aveva disposto che la nave entrasse in porto ed andasse a un ormeggio predisposto per lo sbarco. Pertanto, parlare ora di un divieto di sbarco deciso collegialmente non è verosimile. Inoltre, se ci fosse stata una decisione governativa, sarebbe stata presa in un consiglio dei ministri, di cui dovrebbe esserci traccia.

Da un punto di vista legale è lecito chiudere i porti?

Al di là del fatto che ogni porto deve offrire sempre accoglienza e riparo alle navi, in assenza degli eccezionali motivi che sono in astratto contemplati dal diritto internazionale e da quello interno, non è possibile chiudere un porto. Infatti, il principio generale, contenuto anche nell’articolo 17 della Convenzione Unclos ( comunemente nota come convenzione di Montego Bay), esclude che uno Stato costiero possa impedire il passaggio inoffensivo di una nave straniera nelle proprie acque territoriali. Più che un principio giuridico, a ben vedere, è una imprescindibile necessità dei traffici marittimi in tutto il mondo. Per il diritto internazionale solo un comportamento ostile potrebbe giustificare una limitazione eccezionale di quel principio.

Come si distingue un passaggio inoffensivo da uno offensivo?

La Convenzione stessa fa un elenco, esemplificativo di ipotesi di passaggi “non inoffensivi”. Un sommergibile che navighi in acque territoriali di un altro Stato in immersione non si può considerare inoffensivo, ma è potenzialmente ostile. La elencazione contempla come “non inoffensivo’ anche il caso in cui lo sbarco del carico della nave, cose o persone, ossa costituire violazione delle norme dello Stato costiero. Ecco allora che per qualcuno anche i migranti diventano potenzialmente offensivi.

Sta dando ragione a Salvini?

No che non ha ragione Salvini. Dobbiamo sempre stare attenti quando parliamo, perché a furia di dare i nomi sbagliati alle cose si mistifica la realtà. Noi parliamo di migranti. E chi è il migrante? È quello che parte ad esempio dal porto di Zuara col gommone, attraversa il Mediterraneo centrale e arriva in Italia. Ma se questo migrante a metà del suo viaggio affoga e muore cos’è? Un migrante o un morto? E se invece viene salvato e portato a terra cos’è? Un migrante o un naufrago? E se ancora questo migrante si salva senza aiuto di nessuno, ma solo grazie alla fortuna del mare che lo spinge a riva cos’è? Un migrante o un disperato scampato alle onde? Cominciamo allora a dire che quella è prima di tutto una persona. E se proprio un’etichetta bisogna affibbiargli, gli va data quella di naufrago. Non è una questione irrilevante.

Migrante e clandestino sono diventati spesso sinonimi nel lessico semplificato della politica. Non conta da cosa scappi ma come arrivi. E se sbarchi da un gommone ti trasformi automaticamente in un irregolare. Il diritto di asilo è stato stravolto?

Noi parliamo di migranti inavvertitamente assegnando a tale termine una connotazione negativa, di illegalità, poiché oramai la ricolleghiamo alla clandestinità. Ma il migrare definisce solo colui che si sposta con la speranza di trovare una vita migliore per se stesso e la propria famiglia e non identifica colui che ha atteggiamento ostile. Le dirò di più. Ammettiamo pure che arrivi una persona cui non spetta il riconoscimento del diritto d’asilo, perché definirla clandestina? È un marchio adoperato dalla politica per far apparire ognuno, profugo o migrante, come una minaccia da temere, vanificando così anche il contenuto del diritto di asilo con il quale i popoli civili tutelano chi varca irregolarmente la frontiera, fuggendo da guerre e persecuzioni, perché non ha altra scelta.

Qualcuno può ancora definire la Libia un porto sicuro?

La Libia non è un porto sicuro. Anche prima che scoppiasse il conflitto tra Haftar e Al Sarraj, infatti, era noto che in quel Paese le condizioni di detenzione dei migranti fossero inumane. Recentemente la Commissione Europea ha confermato che nessuna nave battente bandiera di uno dei Paesi dell’Unione può sbarcare dei migranti nei porti Libici.

Dopo aver salvato il ministro dell’Interno dal processo sulla Diciotti, Luigi Di Maio sembra aver cambiato registro, portando a sinistra il Movimento 5 Stelle sui temi sociali. Crede a questa svolta?

Se fosse intervenuta una simile presa di posizione per tempo, con riguardo ai provvedimenti voluti dalla Lega che hanno gravemente inciso sui diritti e sulla dignità delle persone, come il Decreto Sicurezza, avrebbe potuto riscuotere credito, ma a ridosso delle elezioni europee mi costringe a ritenere che sia una scelta opportunistica e volta a smarcarsi dall’alleato troppo ingombrante che gli sta sottraendo consenso e voti. È campagna elettorale pura. La crisi di consensi del M5S è palpabilissima e Di Maio prova a recuperare terreno. Del resto la formazione politica che guida è cambiata radicalmente da quel “comunicato politico numero 45” di Beppe Grillo, in cui si garantiva che ogni parlamentare avrebbe avuto la facoltà di esprimersi liberamente in Parlamento, «senza chiedere il permesso a nessun capo bastone». L’attuale è una diarchia che non ha più contatto né con la base territoriale, né con i suoi portavoce.

La sua ex collega di partito Elena Fattori, a sua volta a rischio espulsione per posizioni anti salviniane, giudica positivamente la svolta di Di Maio. Ma invoca un cambio di passo reale: annullamento delle sospensioni e tolleranza nei confronti del dissenso interno. È solo una provocazione?

La proposta di Fattori, che io stimo moltissimo, è parecchio interessante, ma non ovvierebbe al problema principale: la mancanza di democrazia. Il M5S è guidato da una diarchia, come dicevo ed ogni decisione viene dall’alto senza alcuna discussione. Non solo non c’ò attenzione ed ascolto verso il dissenso, ma come nota la collega Fattori, nemmeno tolleranza. Faccio un esempio: la questione di Radio Radicale. Una buona parte dei senatori del Movimento riconosce che Radio Radicale sia un partrimonio storico- culturale, ma attendono che dal vertice giungano indicazioni su come trattare la questione.

E Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega all’editoria, ha già deciso.

Infatti, non la pensa così lui e non la pensa così, soprattutto, il capo politico del Movimento. E questo però significa una sola cosa: nessuno può discutere quella posizione. Ma se in un’associazione un’assemblea non conta nulla, significa che c’è un problema di democrazia, poiché non si ascoltano le voci diverse.

Casaleggio le direbbe che il Movimento, a differenza degli altri partiti, consulta i suoi iscritti su Rousseau…

Falso, è una piattaforma che viene utilizzata solo per comodo, come nello spinoso caso «Diciotti». E inoltre, dal 2017 essa non ha più una funzione decisoria, ma solo consultiva.

Prima di essere espulso ha mai provato a mostrare il suo disagio per l’alleanza con la Lega ai vertici del partito?

Ho sempre pensato che col 33 per cento il Movimento avrebbe potuto e dovuto guidare il governo assumendone la leadership, con qualsiasi alleato. Tale convinzione si è incrinata allorquando fu proposto il decreto sicurezza. Insieme ad altri colleghi ritenni che dovesse essere modificato, almeno per ovviare alle più gravi incostituzionalità presenti in un provvedimento che crea irregolarità e insicurezza. Presentai allora degli emendamenti, ma fu subito chiaro che il provvedimento dovesse passare senza modifiche sostanziali, per non turbare l’alleato.

Ne parlò prima con Di Maio?

Ne parlai, come dovuto con il presidente del gruppo al Senato, poi mi chiamarono a conferire a Palazzo Chigi sia il ministro Fraccaro, sia il ministro Di Maio, sia il presidente del Consiglio Conte. Quest’ultimo, appena rientrato dalla Russia, volle approfondire la disamina della questione ed in esito mi disse che avrebbe valutato con attenzione almeno sette di quegli emendamenti, i più importanti, che erano necessari a salvare almeno la decenza costituzionale. Tuttavia, non ebbi più alcuna notizia.

Anche Di Maio sembrava interessato alle sue valutazioni?

Certo, ma credo che non fosse interessato tanto al merito delle questioni, quanto a evitare che la proposta emendativa potesse ostacolare la richiesta rapida approvazione del provvedimento. In quel momento il Movimento ha cominciato il proprio declino anche come consenso.

Comandante, tra quanto si imbarcherà?

Come ho detto stiamo verificando le condizioni perché ciò possa avere luogo.

Buon vento.

E mare calmo.

 

Commenti & Analisi 28 Mar 2019 08:13 CET

Cesare Battisti: quando al Manifesto imparai a essere garantista

Quel che pare paradossale è che si arrivi a processare anche coloro che in questi anni hanno tenuto fermi i principi del giusto processo e dello Stato di diritto

Nessuno tocchi Caino. Anche se ha le sembianze di Cesare Battisti. Anche se ha svenduto il suo Paese attraverso un’immagine caricaturale e semplificata degli anni Settanta. Quel che però oggi mi pare paradossale è che si arrivi a processare anche coloro (pochi in verità, perché ci vuole anche un po’ di intelligenza) che, come Piero Sansonetti, non hanno mai difeso Battisti né creduto alla sua innocenza, ma hanno tenuto fermi i principi del giusto processo e dello Stato di diritto. Negli anni 70 lavoravo a il Manifesto e lì imparai a essere garantista. Cesare Battisti: quando al “manifesto” imparai a essere garantista…

Nessuno tocchi Caino. Anche se ha le sembianze di Cesare Battisti. Anche se ha ucciso e rapinato, anche se si è sottratto alla giustizia gridando di essere il perseguitato politico di un Paese, l’Italia, dove vigeva un regime fascista che opprimeva e incarcerava ingiustamente. Anche se ha svenduto il suo Paese attraverso un’immagine caricaturale e semplificata degli anni Settanta, dei movimenti, del terrorismo e delle leggi speciali che hanno distrutto, molto prima degli anni di Tangentopoli, ogni regola dello Stato di diritto.

Le orecchie che hanno ascoltato, da Fred Vargas a Bernard Henry- Lévi, hanno metabolizzato quella semplificazione, l’hanno tradotta in battaglia di giustizia donando al “condottiero” Battisti una patente di innocenza e di ritrovata verginità. E così è stato per una intera comunità italiana che ha potuto godere della famosa “dottrina Mitterand”, che non concedeva l’estradizione per fatti di terrorismo accusando l’Italia di aver emanato leggi speciali che consentivano processi celebrati in contumacia e spesso fondati solo sulla parola di un collaboratore di giustizia.

Una sorta di doppio binario fu allora l’Italia, perché il terrorismo ci fu e fu feroce, ma fu in gran parte dannoso l’antiterrorismo, che fu feroce nei confronti dei principi di uno Stato liberale. Se il presidente Mitterand e il suo ministro di giustizia Badinter intesero dare una lezione all’Italia su una questione di regole, non si può dire altrettanto di coloro che si fecero megafoni poco attenti della sostanza ( e soprattutto della forma) del problema, trasformando un personaggio come Cesare Battisti prima in una vittima e poi quasi in un eroe. Quanto poco avessero capito non solo dell’Italia ma anche della giustizia quegli intellettuali lo dimostra proprio Fred Vargas che, in un’intervista di questi giorni al Corriere, ammette di non saper molto dei processi ma dice che comunque rifarebbe tutto anche oggi. Pare quasi normale, e speculare, sempre in un ragionamento quanto mai semplificato, che oggi siano così in tanti a gridare “vergogna” e a chiedere autocritiche a coloro che difesero Cesare Battisti, oggi che lui, entrato in carcere dopo quarant’anni di latitanza, ha ammesso di aver compiuto i delitti per cui è stato condannato. Quel che mi pare paradossale è che si arrivi a processare anche coloro ( pochi in verità, perché ci vuole anche un po’ di intelligenza) che, come Piero Sansonetti, non hanno mai difeso Battisti né creduto alla sua innocenza, ma hanno tenuto fermi i principi del giusto processo e dello Stato di diritto.

Negli anni Settanta Piero lavorava all’Unità, io al Manifesto.

Il Pci era durissimo non solo nei confronti del terrorismo, ma anche di qualunque cosa si muovesse alla sua sinistra. Quando nel 1979 scoppiò il caso del famoso processo “7 aprile” noi del Manifesto difendemmo Toni Negri, Oreste Scalzone e gli altri imputati non solo perché li credevamo innocenti ( non sbagliando, vista la serie di assoluzioni), ma anche per la costruzione dell’inchiesta, tutta fondata sui reati associativi. Ma devo ammettere che, proprio come l’Unità attaccava quegli imputati in quanto “nemici”, in fondo noi li difendevamo perché erano anche nostri amici. Il garantismo è arrivato dopo. Nel mio caso aprii gli occhi quando un ragazzino del Msi fece irruzione, da solo e a mani nude, in una sezione del Pci, e tutti gridarono “dagli al fascista”. Un bravo giovane avvocato socialista accettò di difendere i diritti di quel ragazzino, ingenuo e idealista, e io con lui. Poi ci fu la strage di Bologna e l’Unità uscì con una pagina bianca per protesta contro una sentenza non gradita, e il Manifesto pubblicò una lettera della federazione bolognese del Pci che mi definiva “oggettivamente” mandante della strage perché difendevo i diritti di Mambro e Fioravanti. Non cambierei la mia posizione neppure se paradossalmente oggi confessassero. Poi ci fu la mafia, poi tangentopoli. E ancora tutti chiedevano vendetta, non giustizia.

Ogni volta, a quelli come Piero Sansonetti si chiede la premessa: prima di parlare, prima di chiedere il rispetto delle regole devi dire di essere contro il terrorismo, contro la mafia, contro la corruzione eccetera. E devi fare l’autocritica se hai sostenuto che i processi in contumacia ( anche se riguardano Cesare Battisti) quanto meno andrebbero ricelebrati in modo che l’imputato possa difendersi con la presenza del suo corpo nell’aula. E anche che la prova si deve formare nel dibattimento, e che la parola del collaboratore deve essere suffragata da altre conferme. E persino, guarda un po’, che neppure la confessione, da sola, è una prova. Devi fare l’autocritica se hai difeso i diritti di un colpevole.

Non credo sia scandaloso sostenere che la gran parte dei processi per i fatti degli anni Settanta non sia stata celebrata secondo le regole dello Stato di diritto. Non perché siano stati condannati degli innocenti, ma perché si è arrivati alle sentenze con procedure arbitrarie e sregolate, influenzate da stati emotivi che mai avrebbero dovuto entrare nelle aule di giustizia. In questo senso fu giusto criticare l’Italia in quegli anni. Perché, pur in mezzo a tanto sangue e tante tragedie umane, lo Stato non seppe essere Stato di diritto, ma preferì essere autoritario. Sia chiaro che le vittime furono coloro che vennero uccisi, feriti e rapinati. Ma, comunque, è bene ricordarlo sempre, “nessuno tocchi Caino”.