Commenti & Analisi 29 Mar 2019 10:35 CET

Roberto, Giorgio, Gino. Cioè Formigoni e i suoi fratelli incarcerati

Storie di prigionieri tenuti in cella senza ragione. Famosi o ignoti. Vittime di un sistema punitivo che sta peggiorando e ora è diventato anche retroattivo

Roberto domani compie 72 anni. È vecchio ormai. Una gran vita dietro le spalle. È stato famoso, benestante, riverito. Ora è in cella. probabilmente i suoi compagni lo festeggeranno. Chissà se riusciranno a preparargli una torta.

Anche Giorgio ha 72 anni, già compiuti. E’ un colletto bianco, come si dice. Quelli contro i quali si scagliano sempre Travaglio e Davigo, dicono che loro la fanno sempre franca, perché sono potenti, ricchi.

Giorgio non è ricco e non è potente. Non l’ha neanche fatta franca. Oggi è malato, è cieco non ha un euro in tasca. Lo hanno condannato per avere fatto da prestanome alla persona sbagliata e lui non ha potuto neanche fare appello perché non aveva i soldi per pagarselo. Così la condanna è diventata definitiva, cinque anni. Giorgio era un dipendente pubblico. Quindi “corrotto”. La nuova legge lo considera al pari di un mafioso, come Luciano Liggio, come Riina, e perciò lo esclude dai benefici penitenziari. Non può chiedere i servizi sociali o i domiciliari. Roberto, Giorgio e Gino, cioè Formigoni e i suoi “fratelli” incarcerati

La nuova legge è molto seria, l’hanno voluta i 5 stelle. E’ retroattiva. E’ l’unica legge retroattiva che si conosca in occidente, e proprio ieri, giustamente, Marco Travaglio l’ha rivendicata come sua e ha spiegato che ne va orgoglioso. Giorgio deve adattarsi a passare in cella gli ultimi anni della sua vita. Travaglio potrà brindare.

Poi c’è Gino. Gino è un pochino più vecchio di Roberto e Giorgio. Lui ha 81 anni. Non è mafioso e nemmeno corrotto. E’ stato, se le accuse sono giuste, un piccolo spacciatore. Quando lo beccarono aveva un po’ meno di 50 anni. Ne sono passati più di trenta da allora. Si beccò un po’ di galera, ma con la condizionale. Poi ci ricadde. Vendette di nuovo canne e spinelli. Lo beccarono un’altra volta nel 2011. Le condanne sono diventate definitive qualche anno fa, le pene si sono sommate. Gino si è preso in tutto 15 anni e quattro mesi, tutti da scontare: cioè la pena che talvolta viene data per omicidio volontario. Tre volte superiore a quella che puoi prenderti per stupro.

Del resto, lo sappiamo tutti, un pusher è un pusher. Va stangato. Dal 2014 è chiuso in cella. Magari tra cinque o sei anni potrà godere di qualche beneficio penitenziario e uscirà. Almeno di mattina. Più o meno uscirà insieme a Roberto e a Giorgio. I primi due andranno fuori a godersi gli ottant’anni, Gino andrà a godersi i novanta.

Non me le sono mica inventate queste storie. Gino di cognome si chiama Baccani. Giorgio si chiama Mancinelli. Roberto, forse lo avete già indovinato, si chiama Formigoni, è l’ex fondatore di Comunione e Liberazione, l’ex presidente della Regione Lombardia.

Ieri “Il Fatto Quotidiano” ha dedicato un articolo di sberleffi a Formigoni. Ha detto che deve restare in cella. Senza usare, come fa Salvini, la parola “marcire”, ma il senso era quello. E ha spiegato che se la spazzacorrotti ha introdotto misure che vengono applicate in modo retroattivo è bene così.

Io quando leggo queste cose, ve lo confesso, un po’ barcollo. Non riesco proprio a mettermi nei panni di qualcuno che bastona e prende in giro una persona che sta in carcere. Si, a costo di essere retorico e di sembrare cattolico e bigotto – e non lo sono non riesco a non pensare quel passo del vangelo nel quale Gesù minacciava di orribili punizioni chi se ne frega dei carcerati. Però resto garantista e spero che queste orribili punizioni siano risparmiate a tutti, anche ai maramaldi… Roberto Formigoni è stato condannato a una pena spropositata, quasi sei anni, con l’accusa di avere passato le vacanze a sbafo. E’ stato condannato senza prove, come, purtroppo, in Italia succede abbastanza spesso. Gli è stata applicata retroattivamente una legge un po’ demenziale ( che dice che prendere una tangente o uccidere una mezza dozzina di cristiani è più o meno grave uguale) e giudicata incostituzionale un po’ da tutti, e cioè la spazzacorrotti, che lo esclude dai benefici penitenziari.

Bisogna infischiarsene del suo destino solo perché è stato un uomo potente e un parlamentare? O perché è stato un esponente di uno schieramento politico che non piace a chi scrive, o a Travaglio, o a qualche magistrato, o a molti giornalisti?

Su questo giornale abbiamo condotto molte battaglie per la scarcerazione di tanti detenuti. Ignotissimi, poverissimi, sconosciuti, o famosi, come per esempio Marcello Dell’Utri, o Giuseppe Scopelliti. Ora è la volta di Roberto, di Giorgio, di Gino. Siamo sempre rimasti molto soli in queste battaglie. Se ci guardavamo attorno chi vedevamo? Del mondo politico, mi pare, solo i radicali. Possibile che i politici siano così egoisti, gretti, insensibili? Neppure se mettono in gabbia un loro amico si mobilitano? A me non scandalizzano gli stipendi alti della casta, il finanziamento dei partiti, neppure mi scandalizza tanto il voto di scambio ( che non ho mai capito bene cos’è) o il traffico di influenze ( che non capirò mai cos’è): a me scandalizza un po’ questa totale assenza di moralità, e questa codardia, che spinge i politici a voltarsi dall’altra parte se un loro collega cade in disgrazia e viene massacrato dalla magistratura.

Sarà il caso o no di cominciare a dire che se le carceri sono sovraffolate è soprattutto per una ragione: perché dentro le prigioni ci sono decine di migliaia di persone che non dovrebbero starci. La prigione è evidentemente una barbarie. Specialmente per come è organizzata oggi, in modo oppressivo, persecutorio, spesso di vera e propria tortura. Dovrebbe essere ridotta, in una società moderna, a struttura minima, residuale, destinata solo a casi estremi che mettono in discussione la sicurezza, cioè che mettono in pericolo i cittadini. E invece è considerata quasi come una macchina funzionale. Non si sa funzionale a che, visto che qualunque sociologo sa che è una macchina che produce criminalità. Dentro la prigione c’è un gran numero di innocenti ( almeno il 20 per cento tra errori giudiziari conclamati e detenzioni preventive che si concludono con le assoluzioni) e un numero ancora più grande di persone che stanno lì dentro solo per rispondere a una domanda di opinione pubblica, o di opinion maker, o a una incapacità dello stato di gestire le punizioni in altro modo.

C’è qualcuno che sa dirmi quale vantaggio avrà la società dell’imprigionamento di Roberto, Giorgio, Gino? Da anni aspetto che qualcuno me lo dica.

Ora posso solo mandare un abbraccio a quei tre e i miei affettuosissimi auguri di buon compleanno a Roberto Formigoni.

 

Commenti & Analisi 28 Mar 2019 10:59 CET

L’allarme non basta più…

Giorno in giorno vi è un allarmante peggioramento delle condizioni di coloro che sono private della libertà personale, siano essi in carcere, nelle Rems, nelle camere di sicurezza, nei centri di permanenza per il rimpatrio

Ascoltare la relazione del professore Mauro Palma ha confermato che di giorno in giorno vi è un allarmante peggioramento delle condizioni di coloro che sono private della libertà personale, siano essi in carcere, nelle Rems, nelle camere di sicurezza, nei centri di permanenza per il rimpatrio, negli ospedali o su mezzi di trasporto in cui le persone sono trattenute. Sono trascorsi, infatti, solo nove mesi dalla precedente relazione del Garante – ritardata in attesa dell’insediamento del nuovo Parlamento, dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018 – ed il rapporto è preoccupante, anche perché non s’intravede all’orizzonte una possibilità di miglioramento.

Le giuste osservazioni, nell’indirizzo di saluto del Presidente della Camera, infatti, non trovano alcun riscontro nella realtà. Elogiare la Costituzione che garantisce i diritti fondamentali anche a chi è privato della libertà personale, dichiarare che il sovraffollamento è tutto ciò che ne deriva costituisce una pena aggiuntiva che non trova alcuna giustificazione, che la pena deve mirare al reinserimento sociale del condannato e restituire alla società una persona migliore e che le carceri non devono essere più “non luoghi”, ma “cantieri” in cui si lavora per garantire una nuova vita al detenuto, sono affermazioni in linea con il minimo di legalità che si richiede ad un Paese civile.

L’analisi del Presidente della Camera è obiettiva e fotografa la drammatica situazione in cui versano le nostre carceri da tanti anni. Dalla terza carica dello Stato e da un importante dirigente del Movimento 5 Stelle, ormai al Governo da più di un anno, ci aspettiamo non affermazioni “di rito”, ma azioni concrete che traducano in fatti il suo pensiero, perché l’unica strada da percorrere è già tracciata, ma ha trovato lo sbarramento proprio dell’attuale maggioranza che ha impedito alla Riforma dell’Ordinamento Penitenziario di diventare Legge, così come previsto dalla Delega del Parlamento al Governo. Presenti in sala il Presidente del Consiglio Conte e il Ministro della Giustizia Bonafede, che nulla hanno fatto sino ad ora per diminuire il sovraffollamento e garantire un’esecuzione della pena allineata ai principi costituzionali.

Il Garante Nazionale ha messo in luce le molteplici ferite che continuano a devastare il corpo delle garanzie dovute alle persone private della libertà personale. E’ necessario fare tesoro della sua relazione ed intervenire subito per invertire la rotta di una politica che sembra non rendersi conto del baratro in cui sta facendo precipitare il nostro Paese, in materia dei diritti civili minimi.

Una mattinata alla Camera, dunque, interessante, ma ad inviti. Una giornata importante e degna di un Paese civile. Ad ascoltare donne e uomini delle istituzioni e addetti ai lavori. Una platea che conosce bene la cronica ed eterna violazione dei diritti delle persone private della libertà personale. Non sono concesse repliche altrove. Peccato!

* Avvocato, Responsabile Osservatorio Carcere UCPI