Commenti & Analisi 20 Mar 2019 19:58 CET

Travaglio “risupera” Repubblica

Caso Imane, all’inizio il Fatto Quotidiano si è fatto sfuggire l’occasione per riattualizzare il sentimento dell’antiberlusconismo. Ma ha presto recuperato

Come in tutte le gare, bisogna mettere nel conto sconfitte e rivincite, sorpassi e recuperi. Non può pertanto stupire più di tanto il recupero di Marco Travaglio, e del suo Fatto Quotidiano, su Massimo Giannini, e la sua Repubblica, nella lettura politica della tragedia della povera Imane Fadil. Pentito, forse, di avere in qualche modo graziato il Cavaliere riconoscendogli nei giorni scorsi che non aveva certo interesse a riaccendere i riflettori sulle sue traversie penali, Travaglio ha scritto che altri potrebbero avere ucciso o fatto uccidere la giovane per fargli un piacere. Come i fanatici o i servi di Mussolini fecero uccidendo Giacomo Matteotti. Imane e i complottisti, il controsorpasso di Travaglio su Repubblica

Come in tutte le gare, per carità, bisogna mettere nel conto sconfitte e rivincite, sorpassi e recuperi. Non può pertanto stupire più di tanto il recupero di Marco Travaglio, e del suo Fatto Quotidiano, su Massimo Giannini, e la sua Repubblica, nella lettura politica della tragedia della povera Imane Fadil: l’ex modella di origine marocchina morta avvelenata, salvo clamorose sorprese dalle indagini in corso alla Procura di Milano, prima che tornasse a testimoniare contro Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari sulla vicenda delle olgettine.

Pentito, forse, di avere in qualche modo graziato il Cavaliere riconoscendogli nei giorni scorsi che non aveva certo interesse a riaccendere i riflettori, se mai erano stati spenti, sulle sue traversie penali invischiandosi nella morte di una sua accusatrice, o sostenitrice comunque dell’accusa di avere corrotto testimoni, Travaglio ha scritto che altri potrebbero avere ucciso o fatto uccidere la giovane per fargli un piacere. Come i fanatici o i servi di Mussolini fecero uccidendo Giacomo Matteotti. O la mafia uccidendo il giornalista Mino Pecorelli, che aveva la brutta abitudine di occuparsi criticamente, diciamo così, di Giulio Andreotti. O la stessa mafia cercando di uccidere Maurizio Costanzo quando si mise in testa di dissuadere l’amico editore Silvio Berlusconi dal progetto, evidentemente caro ai criminali di Cosa Nostra, di mettersi in politica. O di scendervi, come il Cavaliere preferiva dire adottando il linguaggio sportivo della squadra e del giocatore che scende, appunto, in campo.

Tutto questo, ed altro ancora, compreso l’interesse sanitario di Marcello Dell’Utri, naturalmente “pregiudicato”, per la clinica dove è morta Imane, e dove lui voleva essere trasferito dal carcere dove scontava la condanna per mafia, il direttore del Fatto Quotidiano lo ha scritto in un editoriale dal titolo “I delitti eleganti”. Eleganti, naturalmente, come le famose e controverse cene di Arcore, “forse per qualcuno un filino indigeste”, secondo un’allusiva vignetta pubblicata qualche giorno fa sulla prima pagina sempre del Fatto.

«Ci è voluta la morte terribile di quella povera ragazza per riportare l’attenzione sul versante criminale del berlusconismo», ha scritto Travaglio per deplorare «la gran moda di rimpiangere il berlusconismo», appunto, «e rifargli la verginità in funzione anti-“populista”, descrivendo l’attuale governo – il primo deberlusconizzato della storia repubblicana – come il peggiore mai visto». E qui, puntuali e sonori, gli schiaffi di carta a Eugenio Scalfari, a Carlo De Benedetti, allo scrittore Sandro Veronesi e infine a Corrado Augias. Che «ancora l’altro giorno, su Repubblica, definiva il governo Conte ha protestato Travaglio riferendone in corsivo le parole – il peggiore della storia repubblicana, perché, sì, B. è amorale ( sic), ma non ha scardinato le strutture dello Stato: cosa che invece stanno facendo questi homines novi». Per cui «se la sola scelta possibile fosse tra un bandito consapevole e un fanatico ignaro di tutto sceglierei, tremando, il bandito», ha rinfacciato Travaglio ad Augias. Per fortuna dev’essere sfuggita al direttore del Fatto Quotidiano, o ai suoi brogliacci, una breve intervista della giornalista di origine marocchina ed ex deputata del Pd Souad Sbai, oggi presidente dell’associazione donne marocchine in Italia: un’intervista forse aggravata dalla circostanza di essere stata pubblicata lunedì 18 marzo dal giornale di Augias, e di Scalfari, oltre che di Massimo Giannini.

Memore, fra l’altro, di un «tentativo di avvelenamento con cristalli di acido» subìto nel 2010 «passando l’inferno», l’ex parlamentare parlando proprio della morte di Imane Fedil ha raccontato che «purtroppo da noi non è una novità, succede spesso. Ti fanno fuori con molto poco. Ti fanno bere una cosa che contiene una sostanza particolare, una specie di mercurio, cristallo di acido, inodore, che ti avvelena. Sembra una malattia che ti distrugge gli organi e ti uccide» . Sempre a proposito della morte di Imane, l’ex deputata del Pd, non di Forza Italia, anche se fra questi due partiti spesso al Fatto Quotidiano si immaginano legami e tentazioni, ha chiesto «alla magistratura italiana e anche al re del Marocco di fare chiarezza».

Incalzata dall’intervistatrice Alessandra Ziniti, la signora Souad Sbai ha detto: «Ci sono delle responsabilità che vanno ricercate nell’ambiente dell’alta diplomazia marocchina con cui Imane lavorava. Io seguo queste storie dal 2010. Di ragazze marocchine bellissime, come Ruby, come lei, in questi anni in Italia ne sono arrivate tante ed è facile immaginare a fare cosa. Incontri, filmini, ricatti. Non è successo solo a Berlusconi. Lui è conosciuto e la sua storia è venuta fuori, ma di persone di alto livello ne sono state ricattate e minacciate tante. Probabilmente Imane si era tirata indietro, era diventata un problema e l’hanno eliminata. Ma non c’è solo lei».

Non vorrei, francamente, che prima o dopo anche Souad Sbai, con queste idee che ha maturato sulla fine della povera Fadil, e con tutte le iniziative che ha raccontato di avere preso a livello giudiziario e diplomatico per vicende evidentemente analoghe a quella della povera Imane, finisse mediaticamente nel pentolone di quello che Travaglio ha definito «il versante criminale del berlusconismo».

Nel nostro Paese, ormai ad alta orologeria e dietrologia, può accadere davvero di tutto.

 

Commenti & Analisi 19 Mar 2019 15:36 CET

Fadil, storia di complotti e contro-complotti: dagli, dagli al Cavaliere nero…

Era stato sospettato persino di aver organizzato stragi mafiose Silvio Berlusconi, ma mai di aver tramato con servizi segreti russi manovrati dal suo amico Putin per far fuori sul territorio italiano e proprio a Milano, a due passi da casa sua, una testimone dell’accusa contro di lui, la modella Imane Fadil. Il leader di Forza Italia, temendo le deposizioni della ragazza, l’avrebbe trattata come si conviene a una spia e con la punizione che si meritava, il lento avvelenamento con sostanze radioattive.

Proprio come capitato in Inghilterra alla spia russa Litvinenko e come abbiamo letto tante volte nei romanzi di spionaggio. Sta capitando anche questo. Una giovane donna di origine marocchina, ex modella disoccupata e testimone nei vari “processi Ruby”, viene ricoverata in condizioni gravissime alla fine di gennaio alla clinica Humanitas di Milano e muore dopo un mese senza che i medici siano riusciti a formulare una diagnosi. Midollo osseo che non produce più globuli né piastrine, fegato e reni ridotti al minimo di funzionalità. E lei che dice di esser stata avvelenata, ma aggiunge anche di essere una santa e di aver visto il demonio. Ad Arcore, ovviamente. I medici fanno eseguire analisi del sangue nel centro specializzato della clinica Maugeri di Pavia, ma l’arsenico non c’è e la presenza di metalli velenosi è sotto ogni soglia di pericolosità. Così dice la relazione dei tecnici.

Il caso sarebbe stato archiviato come un semplice fallimento delle capacità diagnostiche della nostra medicina, se non fosse intervenuto a ingarbugliare le cose un più che mai agguerrito circo mediatico- giudiziario con le sue paginate di sospetti il cui Oscar questa volta va attribuito più a Repubblica ( complimenti al nuovo direttore Carlo Verdelli) che al consueto Fatto quotidiano.

Si sospetta che qualcuno abbia assassinato la ragazza per non farla parlare, per non farla deporre contro Berlusconi. Ma c’è qualcosa che non quadra. Il punto più oscuro è quello delle date. Imane Fadil muore il primo marzo, alle sei del mattino. La notizia esce sui giornali sabato 16 marzo. Sono passate due settimane. La procura della repubblica di Milano fa subito sapere di esser stata tenuta all’oscuro da parte dell’Humanitas sia della malattia che della morte di un’importante testimone processuale fino a quando la notizia non è stata data dall’avvocato della ragazza giovedi 14. Il che appare piuttosto strano: per quale motivo i medici dell’istituto milanese avrebbero tenuto per due settimane in cella frigorifera dell’obitorio il corpo della giovane donna se non per una disposizione dell’autorità giudiziaria? E’ chiaro quindi che qualche disfunzione si è verificata all’interno del palazzo di giustizia di Milano, dove la notizia della morte di Imane Fadil è sicuramente arrivata il giorno della sua morte, ma forse anche prima. Distrazione o calcolo?

E forse questa testimonianza da parte dell’accusa non era poi ritenuta così importante, visto che all’ex modella era anche stata rifiutata la costituzione di parte civile. E del resto che cosa avrebbe potuto aggiungere che già non avesse detto (persino il fatto che un cittadino siriano volesse portarla ad Arcore per farla ritrattare, cosa che però non accadde e che l’uomo nega), che già non si sapesse? Il processo Ruby si è risolto con l’assoluzione definitiva di Berlusconi rispetto all’unico reato di cui era accusato, la prostituzione minorile. Per il resto, anche qualora la testimone fosse venuta a conoscenza di rapporti sessuali tra adulti consenzienti, quale sarebbe stata la rilevanza penale? E’ chiaro quindi che, se complotto c’è stato, è sicuramente diretto nei confronti di Silvio Berlusconi. Non solo perché la bomba Imane Fadil è stata fatta esplodere nella pancia della candidatura alle elezioni europee, ma anche e soprattutto perché la morte di una teste chiave dell’accusa nei vari processi Ruby impedisce definitivamente alla difesa quei controinterrogatori indispensabili per verificare l’attendibilità della persona chiamata a deporre. Soprattutto nel processo “Ruby ter”, sulla presunta corruzione di testimoni, sarebbe stato interessante contrapporre la parola di Fadil a quella del cittadino siriano.

Ma sarebbe tutto troppo semplice, se la procura, addirittura con la voce del suo capo Francesco Greco, non avesse alzato il tiro con una conferenza stampa davvero inconsueta per la abituale riservatezza del personaggio. Pare proprio una excusatio non petita. Si insiste sulla questione delle date: è nato prima l’uovo o la gallina? Cioè quel famoso primo marzo chi ha telefonato per primo in procura, il direttore sanitario dell’Humanitas o l’avvocato Paolo Sevesi? E siamo proprio sicuri che l’antimonio o altre sostanze che avvelenano il sangue fossero presenti nella vene di Imane Fadil in dosi sotto la soglia di pericolo? O invece erano in dosi superiori? E poi: qualcuno sa quale sia questa soglia? Ecco che la parola “radioattività” esplode come una bomba, si diffonde addirittura la voce di un pericolo per chi dovrà effettuare l’autopsia ( dopo quasi venti giorni dalla morte) sul corpo della ragazza. Si coinvolgono i pompieri. Mentre il procuratore, visibilmente provato, sussurra che la causa della morte di Imane Fadil potrebbe anche essere dovuta a qualche forma di malattia rara. Cosa che del resto avevano già sospettato anche i medici. Che cosa c’entra Silvio Berlusconi in tutto ciò? Niente, è solo la solita vittima di un circo equestre ormai stantio persino per i più appassionati della lotta contro il “cavaliere nero”.