Commenti 1 Nov 2019 12:57 CET

Nessun accanimento terapeutico del Colle Mattarella arbitro, senza calcoli personali

La scelta del nuovo presidente della Repubblica sganciata dall’esecutivo. Mattarella non partecipa ai “giochi”

Sommersi ormai dai retroscena più immaginati che reali, si avverte un senso di consolazione e, sotto certi aspetti, anche di rivincita per un vecchio cronista della politica italiana imbattersi in un articolo sul Quirinale così bene informato e misurato come quello di Paolo Delgado. Che ha saputo rappresentare sul Dubbio la sofferenza, a dir poco, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle tensioni già esplose nella maggioranza giallorossa prima delle elezioni regionali in Umbria e destinate non certo a rientrare di fronte ai loro risultati, in particolare quello del Movimento delle 5 Stelle, sceso ad una cifra. Per cui Luigi Di Maio si è impuntato come un cavallo imbizzarrito di fronte alla prospettiva di ripetere in altre regioni l’esperimento nazionale di alleanza col Pd, considerata invece dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte “irreversibile” con reminiscenze democristiane non nuove per un professore pubblicamente già espostosi per la volontà di ispirarsi ad Aldo Moro.

Fu proprio di Moro, all’inizio degli anni Settanta, quando Conte frequentava ancora nella comune regione pugliese le scuole elementari, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra, da lui realizzato nella sua “organicità” e guidato a Palazzo Chigi dal 1963 al 1968, di fronte alle tentazioni democristiane di tornare indietro. Erano gli anni in cui i socialisti reclamavano “equilibri più avanzati” e gli stessi avversari o concorrenti di Moro nello scudo crociato avevano cercato di accontentarli col centrosinistra “più incisivo e coraggioso”, offerto e presieduto da Mariano Rumor.

Per nulla trattenuto dal fatto di avere anticipato Moro sulla strada del centrosinistra con i governi delle “convergenze parallele” sostenuti esternamente dai socialisti, Amintore Fanfani sostenne la più ragionevole, realistica reversibilità delle formule politiche. E vinse lui la partita col ritorno della Dc, guidata allora da Arnaldo Forlani, ancora “delfino” di Fanfani, alla collaborazione di governo con i liberali, e il ritorno dei socialisti all’opposizione. Fu chiamato dallo stesso Forlani il governo “della centralità”, affidato alla guida di Giulio Andreotti. Poi, fedele sempre al concetto o principio della reversibilità, lo stesso Fanfani dopo un anno detronizzò Forlani, ne prese il posto e promosse il ritorno al centrosinistra ritrovandosi con Moro. Ma fu tutto un altro centrosinistra, destinato a sfociare rapidamente in esperienze assai diverse: la “solidarietà nazionale” col Pci e poi il “pentapartito” di Bettino Craxi.

Sergio Mattarella, di scuola democristiana ben più vissuta e partecipata del giovane Conte, non si è perciò lasciato prendere da forti emozioni davanti alle turbolenze della maggioranza giallorossa. Egli “non ha alcuna intenzione – come ha scritto Delgado- di accanirsi terapeuticamente per tenere in vita la legislatura” col governo e con la maggioranza attuale. Se sarà crisi, il capo dello Stato non si sentirà obbligato a fare chissà che cosa per salvare le Camere dallo scioglimento anticipato. Non si lascerà trattenere neppure dalla paura un po’ troppo imprudentemente espressa, anzi gridata, da Matteo Renzi che possano essere nuove Camere, a prevedibile e comunque temuta maggioranza di centro destra, a scegliere nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica. Non è la prima volta, d’altronde, che Renzi con la sua spavalderia finisce per danneggiare anche le cause e gli obiettivi che si propone.

Sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda, abituato da tempo ad avvertire e raccogliere anche i sospiri sul Colle più alto di Roma, ha scritto che in caso di crisi Mattarella, come ha tenuto già ad avvertire chi lo ha avvicinato, agirà “sena tenere conto dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale”.

Da uomo ormai delle istituzioni Mattarella non permetterà dunque di confondere due partite così diverse fra loro come quelle del governo e della Presidenza della Repubblica. Il fatto che nel 2015, sovrapponendole e un po’ confondendole nei fatti, a dispetto della pretesa di separarle, l’allora presidente del Consiglio Renzi fosse riuscito a mandare al Quirinale proprio Mattarella, anche a costo di rompere il sodalizio con Silvio Berlusconi sulle riforme, e tutto ciò che ne seguì, compresa la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, non ha lodevolmente cambiato la caratura dell’attuale presidente della Repubblica.

D’altronde, non si riesce sempre ad eleggere l’uomo migliore nel modo peggiore. Giù il cappello, signori, davanti a un capo dello Stato già imprudentemente esposto durante la crisi d’agosto al sospetto, che non meritava né politicamente né umanamente, di avere risolto una difficilissima crisi di governo pensando anche alla propria rielezione. Lo scrissi già allora sul Dubbio, incredulo a ciò che sentivo e leggevo, e lo ripeto oggi.

 

 

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