Commenti 30 Oct 2019 14:55 CET

«Io, di sinistra, sono per il carcere agli evasori. Sbaglio?»

«Il mio piano: svuotare le carceri dei disperati e riempirle dei veri delinquenti, gli evasori totali, una folta comunità. Non è forse una politica di sinistra?»

Caro Direttore, questa volta scrivo sotto forma di lettera, sperando nella tua udienza, perché sento di dovermi abbandonare a un sentimento che ai lettori del Dubbio darà l’impressione di assoluta terribilità. E che racchiudo immediatamente in una domanda: se una persona di sinistra, un cittadino di sinistra, si schiera pubblicamente per la galera ai malviventi, comprendendo nella categoria anche gli evasori di livello, ecco, perché questo cittadino, come per magia, e in pochi decimi di secondo, viene considerato da tutti un uomo di destra, liquidatore d’ogni stato di diritto, gli amici tra loro commentando: «È impazzito» ? Per carità, qui non si esclude affatto che un uomo probo che fu già di sinistra, possa con il procedere delle epoche e i relativi cambiamenti, cambiare egli stesso idea politica, trasferendosi sull’altra sponda, e restando altrettanto probo. Ma non è questo il caso. «Io, di sinistra, sono per le manette agli evasori fiscali. Che dite, sbaglio?»

Qui stiamo parlando di persone che sentono orgogliosamente ancora un’appartenenza a certi valori della sinistra, lo sentono prima di tutto intimamente, per la loro storia, le esperienze fatte, per una certa solidarietà verso mondi distanti, insomma, senza fartela troppo lunga, tutto l’armamentario che il mondo della sinistra portava con sé. Molte di queste persone, oggi, sono smarrite rispetto all’idea che equità sociale e riduzione delle disuguaglianze siano ancora cardini di un sistema democratico. Vedono completamente disattesi questi principi.

Vedono che la giustizia non arriva mai dove dovrebbe. E se ci arriva, è con un ritardo epocale. E che da quel momento, la giustizia si organizzerà per rendere la vita più facile e semplice all’ospite circondariale. La legislazione, da possibilmente premiale, si trasformerà in sicuramente premiale. Questo è il mondo che immaginano quelli di sinistra? Ho qualche dubbio.

Sabato scorso, in prima sul Sole 24 Ore, un pezzo del professor Enrico De Mita, che del diritto tributario è principe, era titolato così: «Le manette non risolvono niente». Si commentava l’enfasi con cui il governo, soprattutto la parte Cinquestelle, si era venduta la questione “lotta agli evasori”, con l’evocazione – appunto delle manette.

Per farlo, il professore ricorreva ai grandi della storia, per esempio Ezio Vanoni secondo cui la via maestra era «creare attraverso una persuasione politica e morale, un clima nel quale si sente che difendendo la razionale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato, ma l’essenza stessa della vita dello Stato».

O come Gobetti, che con realismo pessimista sosteneva che «in Italia il contribuente ha raramente sentito la dignità di partecipare alla vita dello Stato; non ha la coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana.

L’imposta gli è imposta».

Parole del primo 900. Un secolo fa.

Cosa è cambiato rispetto ad allora, rispetto a un cittadino italiano che non sente la “dignità di partecipare alla vita dello Stato”? Tutto, come società. Niente, come risposta a quei problemi. Se possibile, la situazione è peggiorata.

Precipitata. Con quali armi della consapevolezza educativa, gentile professor De Mita, dovremmo oggi riportare all’altare della moralità pubblica interi eserciti di evasori?

Insomma, De Mita e molti altri famosi illustratori della nostra realtà ci raccontano che l’evocazione delle manette è semplicemente inutile. Non serve e non risolve, soprattutto. Nel corso della storia, il territorio è già stato battuto e non ha dato i frutti sperati.

De Mita e gli altri però ci raccontano solo un pezzo. Non spiegano perché non ha funzionato, o non funzionerebbe, questo impianto, chiamiamolo più volgarmente, “repressivo”. Sin da quando siamo bambini, a una minaccia dei genitori corrisponde un’azione- reazione.

Che può essere la paura, da cui il rigar dritto per timore, appunto, di una punizione, o il fregarsene, da cui la disperazione di padri e di madri che vedono annullata la forma più diretta di dissuasione. In termini percentuali, i bambini che hanno paura e che per paura ubbidiscono sono l’ 85%, i turbolenti il 15%. Massima solidarietà ai genitori di quel 15%. Ecco, quando questi bambini ( italiani) diventano grandi, la percentuale incredibilmente si inverte: la paura dei genitori ( lo Stato) non ha più alcun effetto sulla maggioranza dei cittadini.

I quali evadono in maniera massiccia, furiosa, persino entusiasta ( al grido, con massima faccia di bronzo, che lo stato ti azzanna le tasche).

Un contrappasso amaro, troppo amaro, per quella massa di cittadini che invece mantiene quel senso civico ( paura) e che contribuisce ai servizi della collettività.

A questa platea di cittadini perbene, viene a mancare il grande pezzo dei menefreghisti, il cui costo ricade naturalmente sui bambini bravi.

Lo Stato italiano non incute paura. Non ha autorevolezza.

Ma come è possibile? Come è possibile che non faccia valere le sue prerogative? È semplice.

Perché nella sua storia non ha mai dato il buon esempio, non è mai stato virtuoso, non ha mai lasciato l’impressione di essere «giusto». E cco la grande differenza con gli Stati Uniti! Dove i cittadini sono perfettamente consapevoli dei rischi che corrono, nel caso in cui dovessero decidere di delinquere, di evadere. Sanno che il gioco non è truccato. Se ti pizzico, sei rovinato. La figura di Madoff, nel momento in cui è emersa in superficie con la forza di uno scandalo planetario, ha ricompreso in epoca moderna tutti i cittadini che intendono sfidare la giustizia. Se volete, è una sfida bellissima e straordinaria.

Tutti sanno le regole del gioco.

Nessuno può sperare nei premi. Qui non si vincono premi. La chiave te la fanno vedere il primo giorno, quando aprono il gabbio, poi la buttano.

Ecco, se a fronte di tutto questo, all’idea della galera, di non vedere più le persone care, i tuoi figli, decidi che vale ancora la pena di giocarti la tua partita di malfattore, beh allora sei un grandissimo e meriti di finire in un film.

Da noi, invece, sei solo il furbo peracottaro che farà accordi con lo Stato.

Là, oltreoceano, useranno la sentenza come forma di ammonimento sociale, quei 120 anni madoffiani, che non avrebbero un minimo senso logico, finiranno sui libri di testo, nelle omelie dei cardinali, sui manifesti a Ebbing, Missouri.

Da noi, al più, nei migliori studi legali come “ottima” letteratura giurisprudenziale.

Caro Direttore, per concludere, vorremmo declinare il nostro programma per il futuro: svuotare le carceri dei disperati che non ha senso che le affollino, e riempirle, sino ai posti in piedi, dei veri delinquenti, tipo gli evasori totali che sono un’affollatissima comunità. È un programma sinceramente di sinistra, e noi ne andremo fieri.

Ps. Un’ultima istanza, Direttore. Che riguarda il pudore e il rispetto della storia e delle persone. Se ogni volta che un uomo di sinistra auspica la galera per i malfattori, convinto che sia una strada socialmente e istituzionalmente percorribile, non gli si opponga il caso di Enzo Tortora, come massimo strazio del diritto. Lo si lasci riposare in pace, pur nella sua terra inquieta.

 

 

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