Commenti 29 Oct 2019 13:40 CET

Maggioritario addio Ora una legge elettorale

Proprio sulla legge elettorale, che pure nessuno ieri nominava commentando il voto umbro quel medesimo voto avrà invece l’impatto più incisivo

L’argomento è peso e noioso, di quelli sui quali anche i più sfegatati spesso sorvolano: la legge elettorale. Tanto ostico, però, quanto decisivo. Proprio sulla legge elettorale, che pure nessuno ieri nominava commentando il voto umbro quel medesimo voto avrà invece l’impatto più incisivo.

Una breve storia degli ultimi due mesi su quel fronte è necessaria. Quando in agosto Salvini, col suo inspiegabile colpo di testa, decise di aprire la crisi, proprio la legge elettorale fu brandita e sventolata come argomento più forte contro la richiesta di elezioni anticipate. Ne parlò direttamente Renzi, nell’affollata conferenza stampa che mise le basi per la nuova maggioranza. Lo ripresero tutti. ‘ Votare col Rosatellum, legge per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario, significherebbe consegnare il Paese al vincitore, assegnargli, guarda caso, ‘ i pieni poteri’. Incluso quello di eleggere capo dello Stato e Corte costituzionale’, intonava ben modulato un folto coro di politici e di opinionisti. Urgeva quindi, come prima cosa, cambiare la legge elettorale.

Nelle trattative che sotto il solleone impietoso portarono alla nascita del governo, lo spinoso argomento fu trattato. Senza però finire nero su bianco nel programma. Un ‘ patto tra gentiluomini’ fu stretto, con l’intesa di arrivare a una legge proporzionale che depotenziasse lo squilibrio a favore dei vincitori delle prossime elezioni. Anche perché tra le condizioni poste da Di Maio per far proseguire la legislatura c’era l’immediata approvazione della riforma costituzionale col taglio dei parlamentari. Una riforma che moltiplica gli effetti distorsivi del Rosatellum. La riforma elettorale è in effetti la sola misura realmente efficace come correttivo tra quelle squadernate dal Pd come ‘ condizioni’ per votare una riforma costituzionale già bocciata in tre precedenti letture.

Nel frattempo, però, l’urgenza si era persa. Essendo convinzione generale che il varo della legge elettorale metterebbe subito in moto le tendenze centrifughe, provocando il repentino decesso del governo e della legislatura, i ‘ gentiluomini’ convenivano infatti sull’opportunità di rinviare la nuova legge all’ultimo scorcio di legislatura, in modo da usare l’attesa come rete di protezione eretta intorno al governo. In termini spicci il ragionamento è: ‘ Finché la legge elettorale è in ballo né Di Maio né Renzi oseranno provocare la crisi o comunque mettere la legislatura a rischio’.

Anche sul proporzionale si moltiplicavano intanto dubbi. Si era affacciata la possibilità di una invincibile armata Pd- M5S- LeU e a quel punto il temuto maggioritario si sarebbe per magia trasformato in una benedizione, un po’ come la zucca di Cenerentola diventata per colpo di bacchetta magica lussuosa carrozza. Fermate le macchine, peraltro mai messe in moto, e verifichiamo le chances di coalizzare. Sarebbe stato un colpaccio doppio: ai danni probabilmente della destra, costretta a rincorrere la maggioranza parlamentare anche con il 45% dei voti, e certamente di Renzi, costretto a coalizzarsi in funzione vassalla o a ritrovarsi in stracci. Quel miraggio maggioritario dovrebbe essersi dissolto nella notte tra domenica e lunedì, con la dichiarazione dell’M5S sul ‘ fallimento’ dell’esperimento unitario. Il condizionale è però davvero d’obbligo, essendo ormai l’M5S un arcipelago di isolette impegnate nella guerra di tutti contro di tutti. Ma certo, anche nell’ipotesi più prudente, è lecito affermare che le quotazioni di quel sistema elettorale sono precipitate.

Resta la funzione di rete di protezione, che consiglia comunque di rinviare la riforma elettorale all’ultimo momento utile per blindare il governo. A meno che la Cassazione non decida di approvare il quesito referendario della Lega, che mira a rendere interamente maggioritario il Rosatellum. In quel caso la legge proporzionale sarebbe varata in quattro e quattr’otto, ma l’opzione è considerata pochissimo probabile.

Nella condizione data, però, temporeggiare sarebbe esercizio di pura irresponsabilità. Significherebbe esporsi al fortissimo rischio di arrivare alle elezioni comunque, con tutta la rete di protezione di cui sopra, e a quel punto di dover votare con una legge che, intrecciata con il taglio dei parlamentari, consegnerebbe il Paese ai vincitori. Senza quasi più contrappesi.

 

 

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