Analisi 12 Oct 2019 07:34 CEST

L’Europa reagisca contro la bomba umana di Erdogan senza pensare agli affari

 

Una bomba umana contro l’Europa. È questo il raffinato ed umanitario progetto di Recep Tayipp Erdogan, neo- sultano ottomano, per stoppare le critiche che soprattutto dalla Francia e dall’Italia gli vengono mosse per la sua sconsiderata invasione del nord della Siria a “caccia” di curdi, nemico principale della Turchia, secondo la vulgata islamista. Un uomo che architetta una minaccia del genere è capace di tutto. La promessa di svuotare il suo Paese di tre milioni di profughi ( per la cui “ospitalità” è stato profumatamente e incautamente pagato dall’Unione europea) non è soltanto una provocazione irricevibile, ma un atto contro i diritti umani e dei popoli, dunque una vera e propria dichiarazione di guerra a quell’Europa che nel corso degli anni ha fatto di tutto per aprire le sue porte alla Turchia.

Che il satrapo di Ankara fosse un despota crudele lo avevamo capito da tempo. Ma che arrivasse a tanto nessuno poteva immaginarlo. Già l’attacco ai curdi ( che non ci sembra abbia smosso più di tanto le sensibili anime della comunità internazionale) è un gravissimo attentato alla stabilità dell’Europa meridionale e del Medio Oriente. Ma arrivare ad ipotizzare l’utilizzo in massa di esseri umani in sua custodia, o meglio sotto la sua protezione, per indurre l’Europa a guardare in silenzio ai suoi misfatti, qualifica Erdogan come uno dei più abietti tiranni contemporanei.

Se le cancellerie europee avessero a cuore più i valori che le commesse commerciali, ritirerebbero le loro delegazioni dalla Turchia e metterebbero in ginocchio l’economia di quel Paese provocando finalmente la rivolta grandemente attesa dalla maggior parte dei turchi contro l’islamista fuori del tempo che negli ultimi anni ha occhieggiato all’Isis e al radicalismo musulmano fingendo di combatterlo, con la complicità dei regimi arabi che lo hanno occultamente assecondato.

La “bomba umana” è intollerabile. Ripugna alla coscienza civile. È L’ espediente più vile che possa escogitare un essere senza dignità. E di fronte al quale la reazione europea, almeno finora, è stata tiepida, incerta, tutt’altro che unanime. I maledetti affari frenano le coscienze? È probabile, purtroppo. Ma questo eccesso di realismo finirà per mettere l’Europa nelle mani di chiunque voglia rivalersi per qualcosa bypassando le logiche della politica.

È indecente sapere da oltre vent’anni il capo curdo del Pkk, che da tempo ha rinunciato alla lotta armata, Abdullah Öcalan, resta recluso nel carcere di massima sicurezza, inaccessibile a chiunque, a Imrali, una piccola isola turca del sud dove è il solo “ospite” guardato a vista da un numero considerevole di carcerieri. E per fortuna che la pena di morte è stata abolita, sotto le pressioni internazionali, sennò del leader curdo avremmo parlato al passato. La “fine pena” non è contemplata in Turchia. E a nulla serve dimostrare come Öcalan sia cambiato interiormente ed abbia perfino mutato avviso sia culturalmente che politicamente. Legge i teorici occidentali come Murray Bookchin, Immanuel Wallerstein, Ferdinand Braudel; si è indirizzato sulla strada di un ecologismo molto prossimo a quello tedesco e, ripudiato Marx si riferisce apertamente a Nietzsche come “profeta” ( il suo saggio del 19 maggio 2006 è disponibile sul web, ma in turco purtroppo). L’idea di una società democratico- ecologista assorbe i suoi pensieri e la sua attività pubblicistica che intensamente svolge riferendosi alla storia della Mesopotamia e alle religioni abramitiche.

Insomma, un uomo profondamente cambiato che il regime tiene in cattività soltanto come simbolo del male che deve combattere.

E non è un’illazione. Anni fa, guidando in Turchia una delegazione del Parlamento italiano, come presidente della Commissione dei diritti umani, in vista del possibile ingresso nell’Unione europea del Paese, ebbi la sgradevole sensazione di una omertà diffusa tra i miei interlocutori parlamentari i quali al solo sentir pronunciare il nome di Öcalan si rabbuiarono e tentarono di sviare il discorso. Mi ero limitato soltanto a chiedere notizie delle sue condizioni di salute e semmai ci fosse la possibilità di poterlo incontrare nei modi e nei tempi decisi dal governo di Ankara. Niente da fare. Non insistei più di tanto. E compresi, pur essendo un fautore di più stretti rapporti con la Turchia, che il Paese, da poco governato da Erdogan, stava cambiando in peggio.

Perfino il negoziante che gestiva un bugigattolo di chincaglierie a pochi passi da piazza Taksim a Istanbul, che da tempo frequentavo perché mi procurava i dischi di Anjelica Akbar, pianista eccelsa, e un po’ di musica sufi, mi apparve poco cordiale, a differenza delle altre occasioni. Massì la Turchia non era più la stessa. Sul Bosforo l’aria si faceva pesante di giorno in giorno, mentre veli che non si erano quasi mai visti in precedenza celavano volti e teste delle splendide ragazze di Istanbul…

La progressiva islamizzazione del Paese è arrivata alle logiche conseguenze: Santa Sofia ridiventata luogo di culto musulmano; caccia ossessiva ai complottisti e agli pseudo- golpisti; muezzin che impazzano dall’alba al tramonto; alcolici banditi ovunque; strade disseminate di militari e alberghi frequentati da agenti segreti. Un regime di polizia nel quale scrittori come Oran Pamuk, premio Nobel, e Elif Shafak, l’autrice dello splendido “La bastarda di Istanbul”, sono sono costantemente nel mirino della polizia politica, costretti a trascorrere molto tempo all’estero. Un Paese all’apparenza accogliente, il cui regime è tra i più illiberali.

E adesso la “bomba umana”. Da Ankara apprendo che è la mossa estrema della disperazione di Erdogan. Sarà così, ma l’Europa sembra imbambolata di fronte alla minaccia. E non so davvero cosa sia più pericoloso.

 

 

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