Commenti & Analisi 9 Oct 2019 13:51 CEST

La vita incostituzionale dell’ergastolo ostativo col peccato originale di favorire il “pentitificio”

Come puoi rieducare con il “fine pena mai”?

L’ergastolo ostativo è nato l’otto giugno del 1992 con il decreto “Scotti- Martelli”, a cavallo tra l’ultimo governo Andreotti e il governo Amato, negli stessi giorni in cui il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi chiedeva azioni radicali per risanare la finanza pubblica ( con una manovra da 30.000 miliardi di lire nel 1992 e una da 100.000 nel 1993) e la mafia aveva alzato il tiro fino a uccidere il magistrato Giovanni Falcone.

L’incostituzionalità del provvedimento fu denunciata in modo quasi unanime, dentro e fuori il Parlamento. Gli avvocati scioperarono. Protestarono i membri della Commissione Pisapia. Perché il decreto era prima di tutto un attacco palese al nuovo processo penale entrato in vigore nel 1989 per il quale la prova si forma nell’aula e non nelle segrete stanze dove la pubblica accusa stipula il patto, spesso indecoroso, con il collaboratore di giustizia.

Il decreto, emanato da un governo che non aveva la forza di arrestare Totò Riina e gli altri boss latitanti, fu un atto di impotenza e di vendetta più che di giustizia. La finalità fu esplicitamente quella di creare il “pentitificio” per smantellare le organizzazioni criminali e mafiose colpendole dall’interno. Furono costituiti i ” colloqui investigativi”, incontri riservati tra corpi speciali di polizia e singoli detenuti, che sfuggivano al controllo dello stesso magistrato. E il ricorso alle normali misure alternative al carcere o ai benefici penitenziari previste dalla riforma fin dal 1975, fu vietato per i condannati dei reati più gravi di mafia e terrorismo, tranne che per i “pentiti”.

La prima conseguenza fu che diventò, nei fatti, vietato essere o dichiararsi innocenti. La seconda che, essendo la legge retroattiva ( altro motivo di incostituzionalità ), obbligava persone in carcere da anni e che magari usufruivano già per esempio di permessi esterni, a inventarsi qualcosa, magari mettendo a repentaglio la propria o altrui vita, per dimostrare la propria volontà di collaborazione e poter godere di nuovo dei propri diritti.

In Parlamento scoppiò un putiferio. I liberali, i radicali, Rifondazione comunista e gran parte del Pds erano contrari. Anche tra i socialisti c’erano molte perplessità. Il decreto, in discussione al Senato per la conversione in legge, veniva criticato soprattutto per la palese violazione dell’articolo 27 terzo comma della Costituzione, che stabilisce le pene non possano “consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e debbano “tendere alla rieducazione del condannato”.

Come puoi rieducare con il “fine pena mai”? Le critiche erano così diffuse, anche tra i banchi della maggioranza di pentapartito, che si pensò a un certo punto di archiviare il decreto, di non convertirlo e lasciarlo al suo destino nel cestino della carta straccia. quel punto provvide però la mafia a dettare l’agenda alla politica. Il 19 luglio saltò in aria l’auto del giudice Paolo Borsellino. E il decreto “Scotti- Martelli” riprese vita fino a essere approvato con una corsa frenetica del Parlamento prima della scadenza dei sessanta giorni. Con il voto contrario di due liberali ( Alfredo Biondi e Vittorio Sgarbi) e di Rifondazione comunista e l’astensione del Pds. In quegli anni esisteva ancora il garantismo della sinistra.

Dell’incostituzionalità di quella legge non si parlerà più fino al 2003, quando sarà proprio l’Alta Corte a sancirne la costituzionalità con un argomento che non verrà più messo in discussione nella sostanza ( se pure in seguito ammorbidito) fino all’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo del giugno scorso. Il punto centrale è proprio quello che, in senso negativo, era stato denunciato in Parlamento nel 1992, il “pentitificio”. Poiché il detenuto, dice in sostanza la Corte Costituzionale, è libero se collaborare o meno, l’applicazione dei benefici penitenziari è solo nelle sue mani. Non c’è dunque coartazione né trattamento disumano nei suoi confronti. Ma non si è tenuto conto, nella sentenza, dei fatto che esistono anche gli innocenti o coloro che non possono raccontare ciò che non sanno o che non vogliono far correre rischi a persone innocenti come i parenti propri o di altri.

Argomenti che evidentemente sono stati considerati rilevanti per la Cedu.

 

 

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