Editoriale del Direttore 21 Sep 2019 09:43 CEST

Caleidoscopio Pd: chi entra, chi esce, chi rimane

EDITORIALE

Ma insomma nel Pd ha ragione chi esce, chi entra o chi resta? E’ più nel giusto Matteo Renzi che lascia trascinando con sè oltre ai fedelissimi anche una deputata di Fi, oppure l’azzecca Beatrice Lorenzin, che di Forza Italia è stata coordinatrice regionale nonchè poi ministro in quota Alfano, ad aderire proprio ora ai Democratici? Ha fatto bene Calenda a dire addio sbattendo la porta oppure meglio Lorenzo Guerini che non segue l’ex premier, seppur consolandosi con la poltrona di titolare della Difesa? Interrogativi destinati a restare sospesi nel florilegio di risposte: tracimanti, ma personali. Comprese quelle degli esodanti della prima ora: Bersani e D’Alema che al Nazareno ci sono stati e assicurano di non volerci tornare neppure a pagamento.

In realtà il quesito vero, che attiene non solo allo scenario politico ( attraente sì e no) bensì all’equilibrio sistemico del Paese ( fondamentale), è capire se anche da noi la sinistra, come è successo in Francia e rischia di accadere in Germania, è destinata a finire tra le cose di un tempo, quelle che accarezzandole provocano tenerezza e malinconia ma anche un sentimento di conclamata vetustà, oppure se al contrario ha ancora un senso, un radicamento, un futuro. E quale. Al di là dei giudizi di merito su Renzi e dintorni, la cosa che più colpisce delle parole di Romano Prodi è il richiamo ad una lotta senza quartiere all’evasione fiscale come arma decisiva per diminuire le disuguaglianze. Colpisce anche perché allo stesso argomento il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, destinò la priorità nel primo messaggio di fine anno del suo mandato. Non c’è dubbio che riequilibrare le disparità sociali sia nel Dna di ogni formazione di sinistra e non può non essere anche in quella del Pd. Basta che si renda conto che – semmai lo è stato – non può più essere un ruolo col copyright dell’esclusiva. E che allontani in modo definitivo l’immagine di forza politica attenta più alle alchimie del Palazzo che ai bisogni della società.

Ma poi c’è la cosa più importante. Al di là del destino delle sigle e dei loghi, il punto fondamentale è farsi carico della realtà. Elaborare e trasmettere ai cittadini un credibile progetto di organizzazione sociale che risponda agli interrogativi posti dalla modernità, dalle nuove relazioni tra gli individui, dalle nuove povertà, dai nuovi aneliti di giustizia. Sembra roba impalpabile. Invece è il mastice che unisce sopravvivenza e rilancio.

 

 

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