Commenti & Analisi 10 Sep 2019 15:08 CEST

Che brutta l’eterogenesi dei fini tricolore quando in ballo c’è l’appartenenza alla Ue

Fu il nostro grande Gianbattista Vico il primo a formulare nella Scienza Nuova quella che circa un secolo dopo il tedesco Wilhelm Wundt chiamò “legge dell’eterogenesi dei fini”, ormai sulla bocca di tutti perché costituisce esperienza comune l’osservazione che i fini realizzati storicamente differiscono dai fini perseguiti dalle persone e dalle comunità: “Questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti.”

Perciò la scienza sociale, per essere ad un tempo seria e utile, deve investigare le conseguenze inintenzionali dell’attività degli individui, sia privata che pubblica, specialmente politica, comparate con i propositi e le intenzioni. L’europeismo è un esempio di eterogenesi dei fini, il più clamoroso nell’Europa postbellica. Le istituzioni conseguenti e risultanti da quell’ideale sembrano uscite infatti da una mente diversa e tutta contraria all’obiettivo specifico che gli europeisti “si avevan proposti”.

Basti leggere la magnifica “Allocuzione per l’elezione a presidente dell’Assemblea parlamentare europea”, pronunciata da Gaetano Martino nella seduta del 27 marzo 1962, per rendersi immediatamente conto dell’anomalia organica prodotta dall’eterogenesi dei fini dell’originario, genuino, europeismo. Esiste pure un altro connotato di questa eterogenesi. E riguarda la politica europeista nazionale.

L’Italia fu maggioritariamente entusiasta di aderire ( di più: il nostro Paese fu socio fondatore) e via via legarsi sempre più strettamente alle istituzioni comunitarie e poi all’Unione europea. Tale politica fu perseguita con ogni mezzo da pochi governanti anche per riacquistare alla nazione una virtù finanziaria che la classe politica, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, aveva perduto battendo la strada della dissipazione e dell’indebitamento. Negli ultimi anni, la stessa classe politica, talora urlando, talaltra sussurrando, ha poi incolpato l’Ue d’imporle la virtù con una cintura di castità, peraltro non inviolabile né inviolata.

Nell’europeismo, che nel tempo ha purtroppo assunto le facce di un poliedro, esiste tuttavia un nucleo autentico e originale, un fine originario: gli Stati Uniti d’Europa, una federazione ( non confederazione!) tra Stati che si erano dilaniati per secoli. Unità nella diversità fu dunque il criterio ispiratore, federalista, dei padri nobili dell’europeismo. Invece si è pervertito in uniformità senza unità!

L’unificazione federale dell’Europa è urgente e necessaria. Dopo aver dovuto constatare che non era più la fucina della politica mondiale, l’Europa oggi, sebbene grande potenza economica, non può più parlare da pari a pari con le maggiori potenze perché non ha una sola voce. Come sarcasticamente notava Harry Kissinger: “Quando voglio parlare con l’Europa non so mai chi chiamare…” Se la cosiddetta “Europa a geometria variabile” fosse un prezzo da pagare per federare gli Stati europei, sarebbe un ben misero prezzo rispetto all’acquisto.

Una federazione, per quanto ristretta, sarebbe più importante dell’Unione integrata com’è oggi. La qualità del legame è importante non meno del numero degli Stati. La decadenza politica dell’Europa non è ineluttabile. Lo diventa se fronteggiata con il gradualismo economico. Nella Conferenza di Messina, disse Gaetano Martino alla Camera il 18 gennaio 1957, non vollero “mettere il carro dell’unificazione politica davanti ai buoi dell’unione economica”. Ebbene, è ora di farlo!

L’Europa è già una grande cosa, se consideriamo il punto di partenza. Tuttavia viene percepita meno grande o addirittura piccola da popolazioni frustrate soprattutto dal non riuscire a scorgere il punto focale, il Dio in cui credere. Del resto, come ammonisce La Rochefoucauld, “Chi si applica troppo alle piccole cose, di solito diventa incapace delle grandi”. Una massima appropriata all’europeismo contemporaneo.

 

 

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