Politica 7 Sep 2019 10:55 CEST

Conte due, il destino di riuscire “per forza”

IL COMMENTO

Fanno bene quelli che mettono in guardia da facili entusiasmi rispetto alla nascita del Conte bis. Troppa repentinità nel cambio di maggioranza; eccessiva enfasi nel voler dimostrare che tutto è diverso da prima; esagerato rilievo su convergenze programmatiche tutte da verificare; e infine arzigogolata retorica – con annessa sottovalutazione del contrappasso – nel voler addossare tutti i mali e tutte le colpe su Matteo Salvini. Come a sottolineare che tolto lui, via i problemi. Non è così, naturalmente, e magari la riprova potrebbe arrivare prima di quanto si creda.

Tuttavia è vero che esiste una condizione non solo politica o sociale, e neppure specificatamente economica o di respiro Ue, bensì “sistemica” che mette vento nelle vele dell’esecutivo e che consente di minimizzare i rischi e amplificare le possibilità. E’ una condizione di necessità e per certi versi perfino paradossale: ma è metafora precisa dello stato in cui versa il Paese.

Semplificando, si potrebbe tradurla così: il governo Conte non è detto che avrà successo per forza, ma per forza non può fallire. Cosa significhi, e cosa comporti, è presto detto. Non può fallire perché in quel caso l’M5S si ritroverebbe a dover andare alle elezioni avendo bruciato le leadership sia di Conte che di Di Maio, con sulle spalle il fallimento di accordi politici con la Lega e con il Pd. Altro che “né di destra né di sinistra”: significherebbe che il MoVimento non è adatto a governare e che precipitarlo all’opposizione ne certificherebbe l’inutilità. Un incubo.

Sullo stesso piano il destino del Pd. Se fallisce l’intesa con i Cinqustelle, infatti, per poter esprimere un profilo adatto alla governabilità, delle due l’una: o raccoglie da solo il 51 per cento dei voti oppure diventa forza politica ultronea visto che certamente con la Lega non può allearsi e che FI risulta una presenza fantasmatica con nulla, allo stato, che permetta di nutrire speranze su un cambio di registro.

Vero. C’è chi, di fronte a prospettive così traumatiche, immagina che la possibile soluzione stia nel varare una riforma elettorale ( l’ennesima!) in senso proporzionale, così da garantire la sussistenza degli aggregati politici in qualunque situazione. Forse. Però a mitigare gli entusiasmi dovrebbe concorrere il fatto che il proporzionale comporta la presenza di partiti forti e strutturati: di grazia, dove sono? Ecco perché quel “per forza” è bifronte: laccio al collo e opportunità contemporaneamente. In pochi mesi si capirà se prevale il primo o se arrenderci alla seconda.

 

 

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