Commenti 13 Aug 2019 14:31 CEST

Al voto perchè si. Sono meglio le urne dei papocchi

Inutile lamentarsi del distacco dei cittadini dalla politica e poi formare maggioranze con forte desiderio di non sottoporsi al giudizio delle urne

Caro direttore, siamo a una svolta? Ma no, tutti tranquilli. Siamo alle solite. Qualcuno ha pensato di far saltare il banco con una puntata fuor di misura senza capire che così facendo costringeva tutti gli altri a mettersi d’accordo per sostenerlo.

Il problema è semmai domandarsi come faranno. Per comporre una maggioranza di voti ne occorrono tanti, ma già quelli del M5S sono parecchi, aggiungendo il Pd si va ancora più lontano; alla Camera ci siamo, per il Senato ne mancano davvero pochi e nel Gruppo Misto ce ne sarebbero a sufficienza. Certo, non è così semplice, occorre trovare una formula, non basta dire che si agisce “per il bene del Paese”, bisogna anche aggiungere che si stipula un contratto di governo, oppure che si forma un governo tecnico, non politico.

Garantire che Toninelli non ne farà parte non basta. Però quando individuiamo gli obbiettivi da perseguire siamo sulla strada giusta. C’è la riduzione del numero di parlamentari, cavallo di battaglia dei renziani, insieme al blocco dell’aumento dell’Iva, sul quale sono tutti d’accordo.

Qualcos’altro si può trovare, persino una traccia di flat tax, per irridere chi non ci vuole stare.

Non occorre dire che un questo modo si salva anche il seggio alla Camera e al Senato per parecchi mesi, forse anni, a quasi mille persone, molte delle quali a rischio disoccupazione se l’esperienza del potere legislativo dovesse interrompersi.

Infine si deve rivendicare la missione di fermare le destre, a ogni costo, se necessario persino facendo qualche piccola concessione, rimangiandosi alcune affermazioni troppo dirette, ricordando che solo i cretini non cambiano idea. Naturalmente si tratterebbe di aiutare il Presidente Mattarella a risolvere la crisi, e un governo Cottarelli sarebbe gradito all’Europa.

Mi preme sottolineare a questo punto che a questo progetto di stabilizzazione esistono almeno tre controindicazioni, fondate su dati politici forti, dei quali è necessario tener conto. Prima di incamminarsi, bisogna sapere dove si va. Almeno in linea di massima. La prima obiezione riguarda la consegna delle posizione centrale nel sistema italiano a Beppe Grillo e a Davide Casaleggio, che si troverebbero a disporre dei due forni ai quali attingere quanto manca loro per costituire una maggioranza. La geometria in politica è un affare molto serio, quanto in matematica, e risulta difficile sfuggire alla rigidità dei teoremi. Accettando di costituire la seconda scelta per la costituzione di un governo, il Pd si pone a margine del terreno di gioco, entra in campo come riserva e certifica l’indispensabilità del M5S nella guida del Paese, o in via subordinata nella costituzione di una maggioranza parlamentare. Non è poca cosa.

La seconda controindicazione viene dall’accettazione parallela di un ruolo subalterno nel programma di governo. Il Pd non è stato capace di elaborare punti qualificanti attorno ai quali organizzare la concessione dei propri voti a un nuovo governo e le sue dimensioni parlamentari lo costringono a un ruolo gregario, dal quale non può sfuggire. Un governo fondato su di una maggioranza Pd- M5S dovrebbe durare almeno diciotto mesi, e forse anche quelli sono pochi, e non può permettersi di finire con una rissa fra alleati, pena consegnare davvero l’Italia alla destra per una durata di tempo indefinita. Né il M5S può permettersi di rinunciare al proprio programma, che il Pd dovrebbe in qualche modo sottoscrivere.

Infine, non ultimo, viene il rispetto per gli elettori. Ci si può lamentare della scarsa affluenza alle urne, del distacco dei cittadini dalla politica, della sfiducia nelle istituzioni e poi formare maggioranze di governo con un così forte sentore di desiderio di non sottoporsi al giudizio delle urne?

Non si tratta di una domanda retorica. Tra gli elementi di crisi dei sistemi politici occidentali, quelli che portano alla vittoria dei partiti sovranisti, alla Brexit, ai gilet gialli, c’è la convinzione che gli strumenti tradizionali di trasmissione della volontà popolare non funzionino più, o che lo facciano malamente. Su questo piano il costo di un governo tecnico, istituzionale, di garanzia o come lo vogliamo chiamare, sarebbe certamente elevato

 

 

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