Avvocatura 24 Jul 2019 21:07 CEST

Tribunale di Sorveglianza di Roma al collasso: per i detenuti una pena nella pena

Accesso agli uffici a giorni alterni. Avvocati che in un corridoio angusto e torrido attendo ore per avere informazioni dall’unico cancelliere in servizio. Tempi dilatati per definire le istanze. Lasciare tutto così, denuncia la Camera penale capitolina, rischia di essere un modo per assecondare chi vuole far “marcire i detenuti in galera”

di Vincenzo Comi* e Giuseppe Belcastro**

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, che ha la competenza per l’esecuzione della pena dei detenuti del Lazio, è in una situazione di profonda e insostenibile difficoltà di funzionamento. Le cancellerie sono al collasso e i ritardi nella lavorazione dei fascicoli sono cronici e inaccettabili: l’accesso agli avvocati in alcuni uffici è consentito solo in giorni alterni e in orari limitati. Esaminare un fascicolo è un’impresa, così come ancora più difficile interloquire con un magistrato. Per non parlare dei tempi infiniti di attesa per l’istruttoria delle pratiche, dietro le quali è bene ricordare, ci sono persone in attesa di giustizia. Per avere accesso alle informazioni sullo stato di una pratica l’avvocato deve attendere ore il proprio turno in condizioni di assoluto disagio, in un angusto e torrido corridoio senza neppure sedili a sufficienza. In questi ultimi giorni sembrava un girone infernale con un unico impiegato allo sportello a causa delle ferie degli altri addetti.

Sul versante delle udienze le cose non vanno meglio. Si celebrano in locali angusti e in questo periodo invivibili. Gli avvocati sopportano attese infinite e al momento della trattazione del procedimento sono costretti sovente a comprimere i tempi dell’intervento difensivo in ragione del numero elevato delle cause.

Non è tollerabile una situazione in cui i diritti e le prerogative della difesa e degli stessi condannati siano così calpestati. Ogni segnalazione o denuncia fino ad oggi è caduta nel vuoto.

In una situazione così compromessa, con il numero di detenuti che aumenta e con le competenze sempre maggiori dei magistrati di sorveglianza, è consequenziale che ne risenta la qualità della giurisdizione. Ed è questo l’effetto più grave di tale situazione, insieme con il senso di frustrazione che ogni avvocato avverte quotidianamente quando accede ai locali degli uffici.

Pochi magistrati, pochi cancellieri e strutture insufficienti sono da sempre le giustificazioni per uno stato di abbandono come quello a cui siamo arrivati oggi. Ed anche di fronte a individuali impegni di alcuni magistrati, in passato come oggi, e al dialogo aperto con la presidente Maria Antonia Vertaldi, è come se chi dovrebbe occuparsene, cedendo alle istanze più conservatrici della politica, volesse lasciare tutto com’è: lo stato di abbandono impedisce di dare attuazione all’ordinamento penitenziario con le misure alternative, i permessi premio, le decisioni tempestive sulla liberazione anticipata. Stando così le cose, nello stato di collasso del Tribunale di Sorveglianza, sarà più semplice garantire la “sicurezza” facendo – come si usa dire oggi – “marcire i detenuti in galera”.

Alcune modifiche organizzative sono attuabili immediatamente a costo zero. Possibile che manchino i soldi per acquistare due terminali da installare in una stanza (o corridoio che sia) che (come avviene in Cassazione da anni) consenta all’avvocato di assumere le informazioni necessarie sul procedimento o sull’esito di istanze, senza dover fare le interminabili file e senza passare dall’unico cancelliere disponibile? C’è un motivo per cui gli avvocati non possano inviare le istanze tramite posta elettronica certificata o con lo stesso mezzo ricevere informazioni o la notifica dei provvedimenti?

Certo, stando così le cose sarebbe quasi offensivo proporre la digitalizzazione del fascicolo e la conseguente possibilità di esame degli atti tramite terminale; eppure nella maggior parte degli uffici giudiziari è un sistema oramai consolidato ed ha assicurato ottimi risultati.

Queste, insieme ad altre, sono le richieste contenute in un documento di protesta e denuncia trasmesso al presidente del Tribunale di Sorveglianza dal direttivo della Camera Penale di Roma, con il quale si chiede anche un incontro urgente. I penalisti romani sanno quanto sia importante per i condannati il rispetto dell’ordinamento penitenziario e sanno anche quante parole si sprechino in convegni e congressi di ogni tipo, mentre a parlare restano solo i fatti. Il Tribunale di Sorveglianza è l’organo preposto al controllo sulla legalità dell’esecuzione della pena. Non tollereremo che diventi, per i condannati degli istituti penitenziari del Lazio, pena nella pena.

*vicepresidente Camera Penale di Roma

**consigliere Camera Penale di Roma

 

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