Intervista 3 Jul 2019 13:39 CEST

L’avvocato di Carola Rackete: illegale non salvare migranti

Intervista all’avvocato Alessandro Gamberini, legale della capitana della Sea Watch. «Pensare di poter fare accordi con questa Libia finché c’è una guerra civile in corso e finché non si sa se la guardia costiera sta con le guardie o coi ladri è sconcertante»

L’avvocato di Carola Rackete. C’era lo stato di necessità. Anzi, c’era il dovere di far sbarcare i migranti. Intanto perché tenerli in mare sull’assunto che sono un pericolo per l’ordine pubblico «è pretestuoso e illegittimo».

Di più, «è uno sviamento di potere». A parlare è Alessandro Gamberini, legale di Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3. Secondo cui una nuova indagine sui presunti contatti tra ong e trafficanti continuerà a dimostrare soltanto che non esistono.

Ma non solo: «i porti non sono chiusi – spiega al Dubbio – è solo una guerra ideologica contro le ong». Una guerra che contiene «tutti gli argomenti più beceri con cui la destra in Italia ha operato, fin dalle epoche fasciste».

Avvocato, c’era o no lo stato di necessità per l’ingresso in porto?

Sì, come confermato da documenti e da alcune testimonianze. Erano in mare da 15 giorni e avevano continuamente chiesto, reiterando mail a tutte le autorità possibili, di poter sbarcare, per rendere la situazione dei migranti a bordo umanamente accettabile, visto che andava via via degenerando. Prima sono stati soccorsi una decina di migranti in condizioni molto difficili, poi, negli ultimi giorni, ne avevano recuperati altri due, uno dei quali ricoverato al pronto soccorso, a riprova della situazione urgente.

Situazione documentata dai medici di bordo, tra i quali anche esperti in psichiatria, che hanno sottolineato il pericolo di forme di autolesionismo: ormai si era diffuso lo scetticismo e si erano convinti che per sbarcare fosse necessario farsi del male.

Ma c’erano anche idee persecutorie e un certo antagonismo nei confronti dell’equipaggio, perché si sentivano dire, di volta in volta, che sarebbero sbarcati senza che poi avvenisse. E questo crescente malcontento creava anche un problema di sicurezza.

E quando ha deciso di entrare in porto?

Quando si è vista convocare dal magistrato che le chiedeva di scendere e rendere la sua dichiarazione. Lei voleva farlo, ma quella richiesta è stata un’ulteriore conferma che non c’era speranza per una soluzione negoziata, nonostante, tra l’altro, lei avesse avuto notizia, giorni prima, che c’erano governi europei che si erano offerti per dare ospitalità ai migranti.

Questo basta a definire lo stato di necessità?

Secondo me ci sono molti elementi per dirlo. Si era di fronte ad un diniego ingiusto a far sbarcare i migranti. Non far sbarcare 40 migranti sull’assunto che sono un pericolo per l’ordine pubblico, dei terroristi, è una cosa palesemente pretestuosa e illegittima.

È uno sviamento di potere, tecnicamente: il ministro dell’Interno ha utilizzato un potere per uno scopo diverso per quel potere gli è stato conferito e gli altri, che sono i suoi sottoposti, si sono adeguati. Si potrebbe parlare anche di un rilievo penale, ma non mi interessa questo ora. Il rifiuto di dare il porto era, a mio avviso, del tutto illegittimo.

Lei sostiene che Carola si sarebbe limitata a disobbedire ad un ordine ingiusto?

Io non l’ho fatto valere, ma c’è un decreto del 1944, varato dopo la caduta del fascismo e quindi frutto del ritorno di una dimensione liberale nei rapporti tra autorità e cittadini, che scrimina la resistenza come reazione agli atti arbitrari dell’autorità. Per ora abbiamo posto la questione sul versante dello stato di necessità, ma si può porre anche sotto questo profilo, perché è un atto arbitrario quello a cui è stata costretta a rispondere.

Il capitano ha ammesso di essere entrata con la forza in porto. Ma si può parlare di tentato naufragio?

Non è vero che avesse l’intenzione di colpire la nave e risulta da più indici. Intanto da una manovra molto lenta, come tutti i testimoni dicono, durante la quale si accorge che si sta accostando troppo alla nave e perciò mette in moto i motori in retromarcia. Che ci sia stato un toccamento – è folle qualificarlo come speronamento – questo è sicuro. Ma a sua insaputa e senza che lo volesse minimamente. Tutto qua. Lei ha interrotto la manovra e l’ha ripresa quando i finanzieri hanno messo in moto e mollato le cime e quindi ha operato il completamento della manovra quando il molo era sgombero.

Loro hanno prospettato che ci fosse un tentato naufragio ai loro danni e che non poteva- no fare altro. Io non sottovaluto che chi stava lì ad adempiere al proprio dovere si sia impaurito per questa manovra, ma non c’era alcuna intenzione di provocare lesioni che, non a caso, non ci sono state. Quindi tutto si riconduce alla solita resistenza, cioè è un atto di forza. Punto. E non si può non porre un bilanciamento tra diritti e doveri, così come va tenuta presente l’arbitrarietà del dominio del porto.

Ma si possono chiudere i porti?

I porti non sono mai stati chiusi, come dimostra l’arrivo di 600 migranti in dieci giorni a Lampedusa. E poi, quando Open Arms ha segnalato al reparto mobile di comando e controllo che c’erano dei migranti in difficoltà è stato obbligatorio salvarli, altrimenti ci sarebbe stata una denuncia per omissione di soccorso e magari anche per omicidio colposo, se non volontario. Questa è solo una guerra contro le ong, fatta per motivi simbolici, di fazione, ideologici e propagandistici.

Ci sono tutti gli argomenti più beceri con cui la destra in Italia, fin dalle epoche fasciste, ha operato.

C’è un’altra indagine, finalizzata a stabilire se la Libia sia un porto sicuro. Vi fa paura?

Penso che ci possa solo giovare. Ci sono già state due indagini su Sea Watch, se ne faccia pure un’altra, si indaghi ancor più approfonditamente: c’è poco da indagare, perché non ci sono relazioni tra le ong e gli scafisti. Il tema è solo rappresentato dal fatto che ci si trovi in acque internazionali, che pretendono di chiamare “acque Sar libiche”, dimenticando che non solo la Libia non è un posto sicuro, ma che quelle acque la Guardia Costiera le presidia un giorno no e uno sì. E quando lo fa, chi sa cosa ha in mente quando riporta in Libia i migranti. Sono terreno di sfruttamento.

Pensare di poter fare accordi con questa Libia, finché c’è una guerra civile in corso, finché non c’è uno Stato minimamente costituito o contare su una Guardia Costiera che non si sa bene se appartenga alle guardie o ai ladri, francamente, è sconcertante.

Salvini ha annunciato di aver pronto un decreto di espulsione per Rackete. Ma può davvero mandarla via?

Se lo fa senza chiedere il nulla osta all’autorità giudiziaria compie un’operazione illegittima. C’è già una convocazione per Carola da parte dell’autorità giudiziaria per la prossima settimana, che forse slitterà ulteriormente. Se dovesse compiere un gesto di prepotenza, faremo ricorso, bloccando l’iter. Gli toccherà aspettare.

 

 

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