Commenti 27 Jun 2019 14:26 CEST

In Europa è partito il green new deal ma l’Italia ha archiviato il “Sole che ride”

Il messaggio dei verdi italiani è rimasto intriso di pauperismo, miti da decrescita felice, retoriche da filiere corte, mentre francesi, inglesi e tedeschi declinano il loro discorso con la contemporaneità, legato a progetti di sviluppo, energia alternative e grandi investimenti

Con le elezioni europee i verdi sono tornati d’attualità. Il giorno dopo i risultati del 26 maggio la notizia era il loro balzo in avanti in Germania, Francia e Inghilterra.

In Italia invece – dove pure i verdi hanno un passato e il paese è ecologicamente e paesaggisticamente devastato – si sono fermati a un trascurabilissimo 2,2%? Il dato comparato rende ancora più evidente il punto. I verdi conquistano 70 seggi al Parlamento europeo rispetto ai 52 della scorsa legislatura: sfondano in Germania dove schizzano dal 6,9% al 20,7% diventando il secondo partito; avanzano in Francia, dove diventano il secondo partito attestandosi al 12% e nel Regno Unito dove prendono l’ 11%. In Italia restano al palo, abbondantemente al di sotto della soglia di sbarramento.

La domanda è ovvia: perché l’onda verde non ha avuto alcun effetto in Italia?

Come sempre quando si tratta di spiegare i comportamenti politici è difficile individuare una risposta univoca. Tuttavia si possono ipotizzare diversi fattori. Il primo è che i Verdi sono sempre rimasti un insieme, anche molto rissoso, di sigle, di associazioni e di istanze che non sono mai riuscite veramente a strutturarsi in un soggetto culturalmente e politicamente autonomo e che soprattutto non sono mai stati in grado di esprimere un vero leader. Una bizzarria se si considera che i verdi da noi esistono in forma strutturata dall’inizio degli anni novanta e che dunque il tempo per sedimentarsi, organizzarsi, strutturarsi lo hanno avuto.

Certo “Il sole che ride” ha espresso deputati e ministri ma è rimasto un partito incapace di costituire una sua autonomia culturale e politica, restando marginale e satellitare anche nel centrosinistra dove alla fine ha sempre gravitato.

E con ciò veniamo al secondo fattore: l’imprinting del movimento verde italiano è sempre stato fortemente connotato a sinistra. Certo anche i verdi europei – con importanti distinguo per quelli inglesi – sono posizionati a la gauche, ma in una cultura politica di sinistra meno novecentesca e capace di una maggiore trasversalità. Oggi, per dire, la classe dirigente dei grunen tedeschi ritiene il proprio partito una cinghia di trasmissione tra i socialdemocratici dell’Spd e i centristi della Cdu.

E così in Baviera i verdi si avvicinano al centro per governare mentre in altri bund alla sinistra. Sono insomma spregiudicati, post- ideologici, molto politici. I verdi italiani invece son nati e tramontati sotto l’ombrello protettore ma soffocante della sinistra tradizionale. Pecoraro Scanio, già leader e ministro verde portò i verdi addirittura a confluire in Sinistra e libertà nel 2009 per non raggiungere nemmeno la soglia di sbarramento, visto che l’intera Sel si attestò al di sotto. Con il risultato che una parte del movimento Verde, dopo quella disfatta ha consumato un nuovo scisma. Una parte finendo in Sinistra ecologia e libertà e un’altra restando nel movimento sotto la guida di Bonelli che dopo ripetuti insuccessi ha a sua volta passato la mano.

E così nella percezione comune dell’elettorato è rimasta sempre l’idea di una filiazione diretta del movimento ecologista da ambienti della sinistra – radicale o tradizionale – un dato che non ha giovato nell’intercettare la diffusa sensibilità ambientalista post- ideologica delle nuove generazioni. Peraltro questo fattore da un lato ha tenuto lontano l’elettorato di centro e di destra dai verdi dall’altro ha fatto ritenere al tradizionale elettorato di sinistra che il voto a questa formazione fosse un voto inutile e quello ecologista un tema da integrare in un programma più generale.

Non è un caso che l’attuale presidente del Pd Paolo Gentiloni, immaginando una coalizione larga per contrastare la destra che abbia come perno il Pd pensi, dopo il successo ecologista in Europa, ad un nuovo soggetto verde da aggregare in un nuovo Ulivo alla sinistra dei democrat. Una visione strumentale insomma e politicista che ha contribuito a far percepire i verdi italiani sempre in funzione ausiliaria e satellitare della sinistra politica. Siamo così arrivati all’altro motivo che spiega il flop green italiano, ossia l’incapacità dei verdi italiani di aggiornare il loro messaggio, che è rimasto intriso di pauperismo, miti da decrescita felice, retoriche da filiere corte e guerra all’olio di palma. Un ecologismo datato e naif rispetto a quello francese, inglese e soprattutto tedesco capace di declinare il discorso verde con la contemporaneità, legarlo a progetti di sviluppo, energia alternative, grandi investimenti.

I verdi europei insomma a differenza di quelli italiani hanno saputo offrire nel mercato politico una visione e una prassi – che si è voluto chiamare green new deal – che consiste nel combattere il cambiamento climatico, promuovere l’efficienza energetica, eliminare il carbone, sviluppare l’uso delle energie rinnovabili senza dimenticare le battaglie sociali: dal reddito minimo ai cittadini europei, alla lotta al traffico d’armi, dalla questione femminile, a proposte sul diritto di asilo per i migranti. Triade “ambiente- sviluppo- innovazione”, che significa salvaguardia della natura ma non a scapito di occupazione e politiche sociali. E’ così che in Europa è passato il messaggio che l’ecologismo non è un affare per radical chic preoccupati che la costruzione di una bretella autostradale rovini lo skyline della loro villa in Val di Chiana ma una rivoluzione che lega rispetto per l’ambiente e sviluppo economico sostenibile.

Detto questo resta l’anomalia italiana. Dove l’ecologia resta un’esercitazione oratoria che fa da contorno a iniziative episodiche. Mancano visione, progetti, cultura ambientale. Ed è assurdo considerando lo stato in cui, come si accennava, versa l’Italia in termini paesaggistici ed ecologici. Non c’è nemmeno bisogno di citare l’immensa vergogna della terra dei fuochi basti dire che l’aria che si respira in Italia è tra le più velenose d’Europa. Il nostro Paese ha almeno 57 siti inquinati. I loro veleni hanno ucciso 1.200 persone all’anno negli ultimi dieci anni, quasi dodicimila morti, un bollettino di guerra su cui nessuno si sofferma.

Del resto il Belpaese non conosce la prassi delle bonifiche: continua a procrastinare gli interventi di risanamento, aggravando così i costi per le spese mediche. Secondo uno studio di Favo ( Federazione italiana delle associazioni volontariato oncologico) e del Censis di qualche anno fa, l’Italia avrebbe speso 8,4 miliardi di euro per le patologie tumorali: lo 0,58 per cento del Pil. Del resto, tra le prime dieci città più inquinate d’Europa ben otto sono italiane: Pavia, Reggio Emilia, Treviso e Parma, Verona e Varese, Modena, Udine e Novara. Dati che rivelano l’arcaicità d’un modello di sviluppo assimilabile ai parametri di una nazione emergente. Per non parlare del dissesto idrogeologico del paese, del disastro di tutta la rete idrica, dell’abusivismo e della tutela paesaggistica che in Italia dovrebbe essere una priorità. L’ecologia semplicemente non figura, se non nominalmente, tra gli interessi dei principali partiti politici italiani che dettano l’agenda del paese.

 

 

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