Commenti 25 Jun 2019 14:16 CEST

Tortora e Sabani, vittime di una giustizia malata e dei processi mediatici: che non sia un’illusione

Due tristi anniversari che sarebbe stato doveroso ricordare: sono l’emblema, la concreta metafora di un tumore che corrode, corrompe, uccide. Il 17 giugno 1983: è il giorno in cui Enzo Tortora viene arrestato. Una delle pagine più nere, oscure e vergognose della storia di questo paese. Una grande storia ignobile. Ora tutti lo dicono: un uomo perbene. Tutti lo riconoscono: vittima di un mostruoso errore giudiziario. Tutti lo evocano, quando ci si vuole accreditare come perseguitati della giustizia. La cosa che si fa, si è fatta, viene fatta, è occultare con cura il Tortora politico, che si impegna a fianco di Marco Pannella e dei radicali per la giustizia giusta.

Quello che pomposamente viene definito “il venerdì nero della camorra”, si traduce in 850 mandati di cattura, e presto si sgonfia: decine le omonimie e gli errori di persona. Nel solo processo di primo grado gli assolti sono ben 104. Il resto è storia nota, anche se si fa di tutto per occultarla: candidatura nelle liste radicali per il Parlamento Europeo, elezione; dimissioni per non sottrarsi alla richiesta avanzata dalla magistratura di arresto; impegno totale e totalizzante per la giustizia giusta. Infine il tumore che lo stronca. Ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla sua tomba l’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”.

L’altro anniversario: alba del 18 giugno 1996 viene arrestato Gigi Sabani, all’epoca popolarissimo imitatore e conduttore televisivo. Accusa infondata che tuttavia distrugge la sua carriera e mina la sua salute. Sabani non si siprenderà più da quella terribile esperienza. Un infarto lo stronca il 4 settembre 2007. Per queste due vicende terribili, nessuno ha pagato. Nessuno è stato chiamato a rispondere di quello che è stato fatto, e di quello che invece si doveva fare e non si è voluto o saputo fare. Come per Lelio Luttazzi, come per mille e mille altri casi… Ecco: questi anniversari potrebbero essere l’occasione per una riflessione collettiva, per un bagno di umiltà da parte dei magistrati e dei giornalisti che imbastiscono processi mediatici che gridano vendetta; per rendere consapevole l’opinione pubblica che quella giustizia è la vera, grande emergenza del paese; per “inchiodare” la classe politica, quella di governo e quella di opposizione, alle loro responsabilità di pervicaci mancati riformatori.

Non che non si parli di giustizia. Dello scandalo che ha investito il Consiglio Superiore della Magistratura, sono piene le pagine dei giornali, e le tv dedicano alla vicenda servizi su servizi. Ma siamo alla superficie, il male, il “tumore” e’ molto più esteso e profondo. Non si tratta “solo” dell’elezione e dei criteri di scelta del Csm, anche se la proposta dell’ex procuratore Carlo Nordio ha una sua indubbia pregnanza: aiuterebbe a superare le camarilla e i “mercati” l’elezione per sorteggio: in una “platea” che comprenda oltre i magistrati, rappresentanti dell’Avvocatura e docenti universitari di materie giuridiche.

Il problema, tuttavia, sta essenzialmente nel magistrato stesso: non vive con senso “religioso” la sua funzione; al contrario, troppo spesso la concepisce come “potere” da esercitare e spesso sconfinando nell’arbitrio.

Andrebbero scolpite nelle facoltà di giurisprudenza le parole di Giovanni Falcone, non a caso dal Csm impiombato, e dai suoi stessi colleghi bocciato quando al Csm si candida.

All’indomani del referendum Tortora sulla responsabilità civile dei magistrati ( I SI stravicono, poi il Parlamento vara la legge Vassalli che tradisce la volontà popolare), Falcone si chiede: “Gli italiani non ci vogliono più bene? Per forza: siamo incompetenti, poco preparati, corporativi, irresponsabili. (…) La stragrande maggioranza dell’elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta con la necessaria professionalità e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati”.

Per quel che riguarda la competenza dei giudici e i criteri di selezione: “Bisogna riconoscere che la competenza professionale della magistratura è attualmente assicurata in modo insoddisfacente; il che riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti la progressione nella cosiddetta carriera, l’aggiornamento professionale e i relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti (…) L’inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Csm e i Consigli giudiziari, ha prodotto il livellamento dei magistrati verso il basso”.

Infine l’Associazione Nazionale Magistrati: “La crisi dell’Anm l’ha resa sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico (…) Le correnti dell’Anm si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm”.

Correvano gli anni tra il 1982 e il 1992. Sembra oggi…

 

 

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